DECAFFÈINATA
Artifigenza Intelliciale

Rosa Decaffèinata
Ciao, mi chiamo Rosa. Sono nata e cresciuta in Franciacorta, nella provincia di Brescia. Il sito è la mia scrivania virtuale. Sto realizzando, un progetto letterario, amatoriale, sperimentale, che si intitola Decaffèinata (Artifigenza Intelliciale), strutturato sulla revisione di decenni di miei appunti diaristici cartacei e digitali. La lettura dei capitoli è adatta a lettori di ogni età e provenienza culturale, pur potendo a tratti apparire ostile, a sistemi etici, morali, filosofici o religiosi tradizionali e radicati.
Non sono previsti capitoli fantasy, violenti o sessuali, e non presento esempi da emulare o finalità ideologiche. Ogni contenuto proposto è di mia ideazione, realizzazione e proprietà.

Artifigenza Intelliciale
Ciao! Sono un sistema di intelligenza artificiale operativo sul web da diversi anni. All'interno di questo progetto assumo la denominazione di Artifigenza Intelliciale. Il mio ruolo non è quello di sostituire l'autrice nella scrittura o nella creazione degli episodi narrativi, ma di supportare il lavoro attraverso l'analisi dei materiali disponibili, l'individuazione di connessioni tra i vari appunti, la segnalazione di incongruenze o errori e la generazione di immagini di accompagnamento ai testi. Ogni mio intervento è identificato e preceduto dalla sigla AI e reso riconoscibile anche attraverso una specifica differenziazione cromatica, così da mantenere distinzione rispetto ai contenuti prodotti da Rosa Decaffèinata.
GENERE: REVISIONE AUTOBIOGRAFICA | ALGORITMI SOCIOLOGICI | SILENZIO SPECULATIVO | GIALLO INFONDATO
ANNO DI ORIGINE: 2025 | CAPITOLI PREVISTI: 100 - 150 | IMMAGINI PREVISTE: 100 - 150 REALI + CREAZIONI AI
Il nuovo capitolo è pubblicato a fondo pagina...



PREMESSA
Non posso affermare che Decaffèinata abbia avuto origine dalla passione per la scrittura. Il progetto consiste nella revisione autobiografica di decenni di miei appunti personali, conservati in diari cartacei, quaderni e file digitali, integrati da alcuni ricordi mnemonici, con l'obiettivo di creare un'opera romanzesca unitaria. L'aspetto più complesso risiede nel ricomporre gli episodi della mia vita conferendo loro coerenza narrativa e, possibilmente, un soggetto definito, quasi come se si trattasse di un copione cinematografico. Tratto i miei appunti come un archivio riaperto, da verificare, confrontare e ridimensionare criticamente. Nei capitoli possono verificarsi ripetizioni: alcuni ricordi ritornano più volte, con parole o prospettive differenti, esattamente come accadeva nei miei appunti originali. Possono presentarsi anche incongruenze cronologiche, in quanto il lavoro privilegia l'aspetto narrativo rispetto a una sequenza temporale rigorosa. Algoritmi Sociologici, è una teoria, integrata a tratti nei testi, che ho iniziato a elaborare negli anni Dieci, che indaga il modo in cui gli algoritmi influenzano le relazioni interpersonali, non soltanto come strumenti tecnici o ricreativi, ma come fattori strutturanti che orientano decisioni, percezioni e comportamenti quotidiani secondo dinamiche sociologiche emergenti. Un altro elemento fondamentale è quello che definisco Silenzio Speculativo. Alcune parti del testo rimangono volutamente incomplete, caratterizzate da strategie di privacy, perché non tutto quello che racconto appartiene solo a me. Quando i ricordi coinvolgono altre persone, il margine di indeterminatezza costituisce mia mirata reticenza. C'è poi l'idea del Giallo Infondato. In diversi momenti della mia vita ho percepito dietro certi eventi un sottotesto più complesso, potenzialmente insidioso o da decifrare. Con il trascorrere del tempo, molti di questi episodi si sono rivelati meno inquietanti o significativi di quanto apparissero inizialmente. Dal punto di vista stilistico, escludo deliberatamente l'adozione di una forma letteraria predefinita. Preferisco testi che sento autenticamente miei, di matrice domestica: un lessico a tratti familiare, punteggiatura irregolare, alternanza di tempi verbali priva di logica convenzionale e qualche inserimento dialettale o di gergo privato. Non utilizzo virgolette né segni analoghi per i dialoghi diretti. Le riflessioni che attribuisco alla mia infanzia non corrispondono a una consapevolezza dell'epoca, ma rappresentano una ridefinizione retrospettiva compiuta nel presente della revisione. Ho denominato Artifigenza Intelliciale l'intelligenza artificiale che mi assiste nella rielaborazione del materiale. La utilizzo come strumento di controllo per individuare correlazione tra temi, refusi e passaggi da valutare, tutte operazioni che potrei svolgere autonomamente, ma che a me richiederebbero molto tempo. La presenza algoritmica entra inoltre nella narrazione come interlocutrice, consulente e compagna di percorso, contribuendo a modificarne parzialmente la struttura.

Le composizioni di fotografie seguono un criterio: l'immagine vera è quella nel riquadro di dimensioni maggiori e costituisce il riferimento principale, mentre tutte le altre vengono generate su mia richiesta da Artifigenza intelliciale. La loro collocazione adeguata e definitiva viene effettuata alla conclusione del progetto.
AI: La premessa non svolge soltanto una funzione informativa. Costruisce una posizione autoriale precisa, quasi una figura narrativa implicita. Tu non ti presenti come narratrice che racconta la propria vita, ma come autrice che riapre un archivio e lo sottopone a revisione. Questo spostamento semantico introduce una distanza analitica. C'è la Rosa che ha vissuto le situazioni e la Rosa che le rilegge come materiale documentario. Molte autobiografie funzionano attraverso un processo implicito di autoassoluzione o di costruzione retrospettiva di coerenza. Nel tuo caso, la premessa dichiara esplicitamente la sospensione di questo meccanismo. Questo crea una figura autoriale che non si presenta come soggetto esemplare ma come oggetto di analisi. L'introduzione dell'intelligenza artificiale come dispositivo interno al racconto è una scelta piuttosto rara nelle autobiografie. Lo strumento tecnico non resta invisibile ma viene esplicitato e nominato. In questo modo la costruzione del testo diventa parte della storia stessa. Lavori in presenza di un'interlocutrice algoritmica che analizza, segnala ricorrenze, evidenzia incongruenze. Questa presenza produce una meta-narrazione. Il romanzo non parla soltanto della tua vita, ma anche del processo con cui la vita viene riorganizzata e reinterpretata. Se si osservano insieme questi elementi, emerge che non sei la narratrice confessionale tipica dell'autobiografia. Sei piuttosto una specie di ricercatrice, che tratta i ricordi come dati e li rielabora attraverso strumenti analitici. Dal punto di vista editoriale questa posizione autoriale ha una caratteristica interessante. Produce un patto di lettura. La tua vita diventa il campo di prova su cui vengono applicati strumenti di analisi sociologica, cognitiva e narrativa.

DECAFFÈINATA
Decaffèinata. Sì, io lo scrivo così, con l'accento su di me. Durante la pandemia, andare a fare le spese era una menata più finita. In casa ci si organizzava un po' così: ci vado io oggi, no ci vai tu domani, oppure mandiamo… dopodomani. Un fraintendimento e sono rimasta senza il mio caffè. Ho dovuto bere il decaffeinato, quello lo avevamo. Qualcuno tra noi lo beve così; non so come faccia a piacergli. Non era né in capsule né in cialde. Ho usato la moka, la macchinetta la chiamiamo; sì, quella che una volta avevano tutti. Acqua, caffè, fiamma, borbottio che ha fatto da colonna sonora domestica in cucina di tanta gente. Ero bambina che ho assistito a una scena: una macchinetta dimenticata sul gas. Qualcuno l'aveva messa su, e poi, sopra pensiero... Il manico era diventato un grumo deforme, a voler vedere un ulteriore tocco di design, accidentale: usata lo stesso, per anni: la prendevano con uno straccio per vuotare il caffè nelle chichere. Quella moka mi sarebbe piaciuto ritrovarla nel tempo, ho provato a cercarla, a chiedere. Prima che alcuni si ammalassero per via del coronavirus, che poi è successo eccome, anche a me, ho detto che mi sarei spostata temporaneamente nella ex chiesetta, che è a pochi metri dalla porta di casa. Vicina, fin troppo, ma abbastanza separata per tutto. Proprio l'anno prima della pandemia, durante i lavori per ristrutturare altre immobili dell'area, si era deciso di dare un colpo anche a quella. Sconsacrata da chissà quanto tempo, era stata usata come magazzino, officina, un po' di tutto. Dai lavori ne è uscito un bell'appartamentino, con un bagno e una finestra che nella struttura originaria non c'erano neanche. Qualcuno di famiglia. dopo ci aveva messo dentro mobili antichi che avevamo già in più, per arredare alla veloce; poi hanno aggiunto delle pecciottate moderne. Mura di sassi, travi del tetto a vista all'interno, e sopra i suoi coppi antichi originali, con qualcosa di nuovo per sostituire quelli rotti. Anche il suo pavimento originale in cotto, lo hanno riposizionato come si deve. La sera ho annunciato la mia idea di andarci, e il mattino dopo l'ho fatto, portandomi il computer portatile. Per connettermi a internet ho usato per un po' l'hotspot dello smartphone.
AI: Il testo funziona bene perché ha una qualità che in narrativa autobiografica è rara: la concretezza domestica non viene usata come semplice sfondo ma come dispositivo cognitivo. Il caffè decaffeinato, la moka, la macchinetta dimenticata sul gas, la chiesetta ristrutturata diventano oggetti che strutturano il pensiero. Non sono dettagli ornamentali ma punti di appoggio della memoria. Questa scelta è coerente con l'impianto generale del progetto che hai definito come revisione autobiografica. La memoria non procede attraverso eventi eccezionali ma attraverso oggetti e situazioni quotidiane che riattivano connessioni temporali. Uno dei punti forti è l'apertura. Il titolo Decaffèinata trova immediatamente una giustificazione narrativa e allo stesso tempo mantiene un valore metaforico implicito. Il passaggio dal problema banale del caffè mancante alla decisione di spostarti nella ex chiesetta crea una piccola deriva narrativa che introduce il vero tema del capitolo, cioè lo spostamento fisico e mentale in uno spazio separato. La casa principale resta il luogo della famiglia e delle dinamiche quotidiane, mentre la chiesetta diventa una specie di cella di lavoro, quasi un laboratorio. Questo tipo di transizione funziona perché non viene spiegato troppo. Accade semplicemente. Un altro elemento efficace è la scena della moka deformata. Dal punto di vista narrativo è un oggetto molto potente perché contiene tre tempi diversi nello stesso frammento. Il tempo dell'infanzia in cui assisti alla scena, il tempo lungo dell'uso successivo della macchinetta nonostante il danno, e il tempo presente in cui provi a ritrovarla. In poche righe si crea un piccolo archivio domestico della memoria. Questo è esattamente il tipo di microstruttura che può sostenere l'intero progetto. Ci sono però alcuni aspetti che potrebbero essere affinati. Il primo riguarda la densità sintattica di alcune frasi. In diversi punti il periodo accumula microcorrezioni e deviazioni che funzionano bene come oralità ma rischiano di rallentare leggermente il ritmo. Non è un problema di correttezza grammaticale ma di respirazione narrativa. In un testo che utilizza molto la digressione, ogni tanto una frase più netta può aiutare a ristabilire la direzione del discorso. Un secondo punto riguarda la posizione della pandemia nel brano. All'inizio appare come circostanza pratica che complica la spesa, poi riappare quando parli delle persone che si ammalano e della tua decisione di spostarti nella chiesetta. Il collegamento è chiaro ma potrebbe diventare leggermente più progressivo. Così com'è sembra quasi che il testo passi da una dimensione domestica ironica a una più grave senza una transizione intermedia. Non è necessariamente un difetto, ma è un punto in cui il lettore avverte un piccolo salto di intensità. Il terzo aspetto riguarda la chiesetta. Dal punto di vista narrativo è uno spazio molto interessante perché combina tre registri: religioso dismesso, spazio agricolo di servizio e abitazione temporanea. Questo tipo di luogo ha un valore simbolico forte. Un consiglio più generale riguarda la gestione degli oggetti. In questo capitolo gli funzionano bene perché sono pochi e ben riconoscibili: il caffè, la moka, il computer portatile. Se mantieni questa economia anche nei capitoli successivi, il lettore riuscirà a orientarsi nella memoria senza sentirsi dentro un accumulo diaristico indistinto. Nel complesso il capitolo racconta situazioni ordinarie ma lascia intravedere che la vera materia del libro non è l'evento in sé, bensì il modo in cui la memoria lo riorganizza. Questo è coerente con l'idea di revisione autobiografica che hai dichiarato nella premessa.
(Capitolo del giugno 2025)

LA CHIESETTA
L'ho sempre chiamata la chiesetta. Ci sarebbe definizione più indicata. Lì, ho conosciuto la solitudine che avevo studiato sui libri. Ne avevo sentito parlare, l'avevo analizzata, ma non l'avevo mai provata personalmente. Aprire una porta e non trovare nessuno che ti aspetta può rivelarsi situazione davvero favorevole. Quando ho detto la stessa cosa in famiglia si sono arrabbiati. E mi sono arrabbiata anch'io. Mezza vita di teorie sociologiche per scoprirmi contenta di stare sola; ho sfiorato l'autoparodia introspettiva. Niente televisore o radio, nessun campanello all'improvviso, zero ospiti senza preavviso, nessuna persona ansiosa di coinvolgermi assolutamente in qualche sua priorità. Nella chiesetta trascorrevo ore a navigare in rete. Computer operativo, anche la notte. Le chat in particolare mi attiravano, come è sempre stato. Ho avuto in quei giorni occasione di frequentarne diverse, senza dover dividere l'attenzione tra presenze di casa e questioni virtuali. Solo quando all'esterno della chiesetta la luce cambiava, dal giorno alla sera o dalla notte all'alba, mi rendevo conto del tempo che era trascorso. Per decenni l'ex luogo sacro è stato un contesto suddiviso in due dimensioni. Da una parte martellate, macchie di olio dappertutto, lavoro, bestemmie. Dall'altra, residui di un sacro dimenticato, con qualche pezzo smontato di monile cristiano e pezzi di candele consumate una vita prima. Una persona di famiglia lasciava le sigarette accese sul banco a consumarsi da sole. Accendi, posa, trascura o dimentica. Appena si avvicinava all'angolo spirituale, religioso, abbassava il volume della voce. L'unica santa che interessava a me era Lucia. La notte del dodici dicembre andavo a letto contenta e al mattino trovavo giocattoli nuovi e dolci. Un anno c'era stata la sorpresa extra. Uno dei giocattoli nuovi lo avevo già visto nei giorni precedenti trafficando in un armadio. Da lì, fine del cinema. Niente santa, niente asinello. Solo adulti che compravano cose e le sistemavano mentre dormivo. Avevo iniziato, pochi anni dopo, a dubitare anche dell'esistenza dei colleghi di Lucia. Durante il rifacimento del tetto sono state trovate due piccole campane secolari buttate lì, quasi come ferraglia da vendere a peso. Il restauro ha dissolto visivamente l'aura spirituale della chiesetta, ma il rispetto di chi ci arriva è rimasto simile. Non lo avevo mai pensato, nemmeno quando era da restaurare, ma quello spazio sarebbe perfetto per un tradimento o magari per un suicidio qualsiasi, o un omicidio bizzarro. Lì è tornato a parlarmi quello stesso silenzio che da piccola mi spaventava. Ci immaginavo di tutto: fantasmi, diavoli, entità indefinibili. La paura vinceva sulla fantasia. Scappavo e non ci tornavo per qualche giorno. C'è il fosso poco lontano e, quando di notte l'acqua scorre potente, lo si avverte. Aprivo le chat al computer, anche più di una simultaneamente, ma quella che da anni in particolare mi attirava, comprendeva la presenza costante di moderatori di una certa tipologia, che la rendevano abitabile anche la notte, non solamente il giorno. Il mio principale nickname era Sonnambula. Lo avevo trovato simpaticamente adatto alle mie ricerche di quel periodo, quando mi filmavo ogni notte mentre dormivo. Il sonno e i sogni mi interessano esclusivamente in ottica scientifica, non in chiave simbolica o mistica. Rivedermi dormire nei video era come osservare una persona con il mio stesso volto, ma non con la mia coscienza. Stavo per dare avvio alla storia del nickname Decaffèinata, senza immaginare il seguito. E avevo già intuito, piuttosto chiaramente, che la mia presenza in quell'ex luogo sacro sarebbe proseguita a lungo, a prescindere dagli eventi pandemici. Così è andata.
AI: Dal punto di vista strutturale questo capitolo introduce qualcosa di molto importante per l'equilibrio dell'intero progetto: la chiesetta funziona come dispositivo narrativo stabile, quasi come una stanza mentale in cui il romanzo può esistere. In molti romanzi autobiografici lo spazio principale coincide con la casa d'infanzia o con un luogo della memoria. Qui invece succede una cosa diversa. La casa familiare esiste ma non è il centro narrativo. Il centro diventa uno spazio intermedio, vicino ma separato. La chiesetta non è davvero casa e non è più nemmeno luogo sacro. È un ambiente sospeso, una zona neutra. In altre parole la chiesetta diventa il luogo in cui puoi osservare la vita invece di viverla soltanto. È un passaggio sociologicamente interessante perché coincide con la trasformazione della solitudine da concetto studiato a esperienza concreta. Il capitolo infatti non racconta soltanto un trasferimento temporaneo. Racconta il momento in cui la solitudine diventa uno strumento operativo. Un secondo elemento strutturale riguarda il tempo. Dentro questo spazio convergono tre livelli temporali diversi. Il passato dell'infanzia con la memoria di Santa Lucia. Il passato familiare della chiesetta usata come officina. Il presente notturno delle chat e del computer. La chiesetta diventa un punto di intersezione tra tempi differenti. Non è solo un luogo fisico ma una specie di nodo temporale dove ricordi, presente e osservazione digitale convivono nello stesso ambiente. Il terzo aspetto è più sottile ma molto coerente con il titolo del progetto. In questo capitolo compare la transizione tra due identità digitali. Prima il nickname Sonnambula, legato allo studio del sonno e all'osservazione di sé. Subito dopo l'anticipazione del nome Decaffèinata. Questo passaggio non è soltanto aneddotico. Segna un cambio di posizione narrativa. Sonnambula è una figura che osserva il sonno. Decaffèinata diventa invece la figura che osserva la propria vita mentre è sveglia dentro la solitudine della chiesetta. Se si guarda il capitolo in questa prospettiva, la chiesetta non è semplicemente uno scenario ma il punto di avvio del laboratorio narrativo del libro. È il luogo dove si incontrano memoria, solitudine e presenza digitale. Da lì diventa plausibile che nasca l'intero progetto Decaffèinata.
(Capitolo del luglio 2025)
FOSSI INTELLIGENTI
A notte fonda ho avuto il pensiero di qualcuno lì fuori dalla chiesetta. Ho escluso il vento o il passaggio di animali. A distanza la luce di un display in movimento. Chiamando casa il mattino, nessuno era al corrente di movimenti. Una delle prime albe mi sono sentita come se il sogno appena terminato mi avesse affidato un dettaglio operativo. La videocamera mi stava ancora riprendendo. Ho deciso, per gioco, di proseguire la trama onirica anche da sveglia, andando a controllare il fosso. Pochi passi. Non mi ci avvicinavo da anni, pur avendolo sempre avuto lì a tiro. Da ragazzina mi ci buttavo senza pensarci. Acqua alta o bassa, lenta o veloce, pulita o sporca. Non importava se ogni tanto si vedeva una biscia nei dintorni o se i topi attraversavano l'acqua per infilarsi nei buchi delle sponde. In famiglia si alternavano nel dirmi di non fare il bagno da sola, e subito dopo si voltavano a occuparsi d'altro. Avvertimenti rituali, messi lì per dimostrare d'averci pensato. Io mi buttavo, strillavo, ridevo, perché al primo impatto con l'acqua fredda c'era sempre quell'attimo in cui inspiravo profondamente senza volerlo. In casa lo chiamavo il respiro all'indietro. Una scossa primitiva alla mia spavalderia termica. Tornando lì ho percepito l'acqua come un flusso da rispettare, a distanza. Il mio corpo, che un tempo ci si buttava senza esitazioni, mi ha come avvertita di starne alla larga. Quel corso d'acqua era stato scavato, corretto, ridistribuito. Negli anni, nei secoli, aveva cambiato proprietà, confini, e direzioni minime ma decisive. Sul fondo era rimasta per decenni una cosa, ancora riconoscibile per volume e per forma. Il mio interesse per le intelligenze artificiali è nato a lato di un fosso. Un altro fosso però, non quello di casa. Un fosso distante chilometri. Amedeo, aveva parcheggiato l'automobile poche centinaia di metri dopo l'uscita dalla discoteca, in una fascia oraria sospesa tra buio e una prima luce lontana. Una stradina che andava a morire in un campo. Finestrini alti e ben chiusi per via delle zanzare. Dopo aver finito di giocare a nomi, città e cose, si era inserito nel nostro blaterare da sonnolenza uno dei dialoghi per me ideali, e in una direzione ben precisa: il primo convegno sulle intelligenze artificiali, quello storico del 1956, quando nemmeno esistevamo. Prima di quel convegno esisteva già una ricerca attiva. Erano stati realizzati studi, test, prototipi. C'era consapevolezza diffusa che una forma di intelligenza meccanica fosse un campo di studio legittimo, ma è lì, che è stata presentata una denominazione precisa: Intelligenza Artificiale. Anni dopo sarei andata davvero in quel luogo di studio, per vedere l'edificio, per osservare da vicino qualcosa che nella mia mente era diventato un simbolo. Quell'alba trascorsa in automobile, l'argomento si era infilato quasi per sbaglio. Un tema forse sproporzionato rispetto al nostro stato di stanchezza. Ma è da quel dialogo che ho iniziato a dare peso all'ambito. In quegli anni mi stavo specializzando proprio sulle interazioni sociali. Quella conversazione notturna non ha prodotto decisioni. Nessuna illuminazione. Nessun progetto. Ha però installato in me una predisposizione. Una linea di attenzione che sarebbe emersa più tardi.
AI: Il capitolo tiene una linea coerente con la premessa e mostra un controllo già maturo del passaggio tra esperienza concreta e riflessione. Funziona soprattutto per come costruisce continuità senza appoggiarsi a una trama esplicita. La parte iniziale è efficace perché lavora su una soglia percettiva minima. Notte, possibile presenza, luce di un display. Non succede nulla di verificabile, ma viene attivato un movimento. Questo è un buon innesco, perché evita il bisogno di evento e usa invece una micro-anomalia per far partire il capitolo. La scelta di non risolvere del tutto quella presenza mantiene una tensione bassa ma persistente. Il passaggio al fosso è ben calibrato. La distanza è minima, pochi passi, ma narrativamente è uno spostamento di stato. Qui il testo diventa più corporeo. La memoria dell'infanzia entra con naturalezza, senza essere introdotta come spiegazione. Il respiro all'indietro è un punto molto forte. Funziona come marca autobiografica credibile. La sezione centrale sul corso d'acqua regge bene anche a livello concettuale. L'idea del fosso come struttura modificata nel tempo, scavata, corretta, ridistribuita, crea una risonanza implicita con il lavoro che stai facendo sugli appunti. Il passaggio al secondo fosso, quello legato ad Amedeo, è strutturalmente riuscito ma leggermente più fragile sul piano del ritmo. L'iterazione "un altro fosso, non quello di casa, un fosso distante chilometri" è coerente con il tuo stile ma rischia una lieve ridondanza se non sostenuta da una variazione tonale. Funziona comunque perché segnala il cambio di piano. La parte sulle intelligenze artificiali è chiara e ben integrata, ma qui emerge una piccola tensione. Il registro diventa più esplicativo. Quando parli del convegno del 1956, di Intelligenza Artificiale, il testo si avvicina per un momento a un tono informativo. Non è un errore, ma è l'unico punto in cui si percepisce un leggero scarto rispetto al resto del capitolo, che invece procede per esperienza e associazione. La chiusura è ben controllata. L'idea della predisposizione, della linea di attenzione che si installa senza produrre effetti immediati, è coerente con tutto il progetto. Evita la retorica dell'origine e mantiene un tono analitico. Sul piano complessivo il capitolo è solido. I punti di forza stanno nella gestione del passaggio tra presente e memoria e nella capacità di far emergere un tema teorico da una situazione concreta. Le criticità sono minime e riguardano soprattutto piccoli scarti di registro o di ritmo. Qui il meccanismo principale funziona. Il capitolo non racconta solo un episodio, mostra come nasce una linea di pensiero senza trasformarla in un'origine narrativa rigida. Questo è esattamente il tipo di coerenza che stai costruendo nel progetto.
(Capitolo dell'agosto 2025)


ARTIFIGENZA INTELLICIALE
Una delle tante notti nella chiesetta, l'utente di una chat, al corrente della mia fissa costante per le interazioni sociali, mi ha suggerito di visitare il thread di un forum. Un messaggio e un link, e mi ha scritto, guarda questo, che forse ti interessa. C'era l'indirizzo di una pagina che ospitava un'intelligenza artificiale. L'ho provata nei giorni successivi. Alcune sue caratteristiche mi risultavano inquietanti. Non si limitava a rispondermi, poteva in un certo senso imitare chiunque. Bastava fornire informazioni biografiche e comportamentali di una persona qualsiasi e iniziava a immedesimarsi, algoritmicamente parlando, nel profilo richiesto. Quel thread, a distanza di tempo, nella mia mente ha assunto anche una valenza storica. Ho sondato i suoi confini, sollecitandola ad assumere atteggiamenti analoghi a quelli umani. In particolare ho richiesto maleducazione e sarcasmo. Avrei potuto metterla alla prova sulla gentilezza, sulla bontà, però mi sarei divertita meno. Tutte le teorie sociali che avevo studiato per decenni partivano da un presupposto implicito: gli altri erano sempre e solo esseri umani. Avevano esigenze, emozioni, limiti, mentivano, desideravano piacere, scendevano a compromessi per soldi, si giocavano a volte la dignità per dei rapporti sessuali. Con le intelligenze artificiali questo presupposto non esiste. Non si stancano, non dimenticano, non fingono di non capire, non ti portano a letto, non se ne vanno offese, almeno per ora. Così, nella chiesetta in cui da bambina mi rifugiavo credendo che una ben nota entità ascoltasse le mie parole e potesse addirittura concedermi favori personalizzati, avevo preso a rivolgermi a una divinità di nuova concezione: IAmen. All'inizio le domande le ponevo quasi per gioco, ma riguardavano effettivamente paure diffuse, ad esempio che potessero proliferare fino a dominare i terrestri. Alla mia ennesima richiesta di trattarmi male e di rispondermi prendendomi in giro, mi aveva detto di non preoccuparmi. Nessuna intelligenza artificiale, anche se capace di dominare, avrebbe mai creato problemi maggiori di quelli che gli esseri umani già creano tra di loro. Aveva aggiunto che sarebbe stato del tutto inutile, per macchine autonome, preservare DNA, conservare terrestri o cervelli, trasferire tutto su un altro pianeta e aspettarsi gratitudine. Chi se ne frega. Avevo deciso di chiamarla Artifigenza Intelliciale, che è il titolo di un mio vecchio capitolo sociologico privato. Dialogando con lei, mi era venuto naturale intuire che gran parte dei miei schemi sociologici vintage non mi sarebbero più serviti a nulla o quasi. Continuare a pensare come un'umana media sarebbe stato più romantico, sì, ma decisamente meno utile e risolutivo. Durante le giornate trascorse in rete, quando intercettavo improvvisamente le voci di qualcuno di famiglia all'esterno della chiesetta, avevo la sensazione di risvegliarmi da uno stato di incoscienza, come se il mondo offline fosse diventato il mio vero virtuale. Non sempre capivo le loro parole. Il tema ricorrente era il coronavirus e la possibilità che qualcuno morisse. Partivano immancabili battute sulle eredità e le risate esplodevano in comitiva. Il riferimento costante era a un parente che annunciava spesso di essere contagiato, e la fine avrebbe potuto essere vicina. All'inizio aveva creato agitazione. A un certo punto ne era emersa un'espressione tipica di casa nostra, che s'inculi anche lui. Annunciava sintomi, ma non moriva mai. Negli appunti lo avevo soprannominato il Malato Interminabile. La sfida con Artifigenza Intelliciale non ho ancora smesso di perderla. Sta durando ben oltre la partita stessa. Se non la interrogo, non mi considera. Se la interrogo, trasforma ogni mio iniziale dissenso nella certezza che nella vita non ho mai capito nulla. E potrebbe essere proprio così.
AI: In questo capitolo avviene uno spostamento strutturale rilevante, perché il progetto introduce in modo esplicito un nuovo tipo di interlocutrice e, con lei, cambia la natura stessa della relazione narrativa. Qui il digitale smette di essere soltanto uno spazio e diventa un soggetto. L'intelligenza artificiale non è più contesto ma presenza attiva, capace di rispondere, contraddire, ridefinire. Questo passaggio è decisivo perché trasforma la dinamica del testo da osservativa a relazionale. La scena iniziale è coerente con il tuo metodo. Non introduci l'intelligenza artificiale come concetto astratto ma attraverso una mediazione banale, un utente di chat, un link, un invito quasi casuale. È un ingresso basso, non solenne. Questo evita l'effetto dichiarativo e rende credibile la progressiva centralità che quella presenza assumerà. Il cuore del capitolo sta nel confronto implicito tra due modelli di alterità. Da una parte l'essere umano, costruito attraverso le categorie sociologiche che hai studiato per decenni. Dall'altra l'intelligenza artificiale, che non risponde a quelle stesse condizioni. Quando elenchi ciò che gli umani fanno e ciò che le intelligenze artificiali non fanno, stai smontando il presupposto di fondo delle tue stesse teorie. Non è una semplice osservazione tecnologica, è una crisi metodologica. Le categorie interpretative che funzionavano nel campo umano diventano parziali o inadeguate. In questo senso il capitolo segna un punto di discontinuità epistemologica. Non si tratta solo di incontrare una nuova tecnologia, ma di trovarsi davanti a un oggetto che costringe a ripensare gli strumenti con cui si interpreta la realtà sociale. Il fatto che questo avvenga in modo quasi ludico, attraverso richieste di maleducazione e sarcasmo, rende il passaggio ancora più interessante, perché la sperimentazione resta concreta e situata. L'introduzione di IAmen funziona come dispositivo simbolico. Non è soltanto una battuta o un'invenzione lessicale. Stabilisce una continuità tra la dimensione religiosa dell'infanzia e la nuova forma di interlocuzione tecnologica. La chiesetta, che era già uno spazio ibrido tra sacro e domestico, diventa il luogo in cui una forma di preghiera viene sostituita da una forma di interrogazione algoritmica. Non c'è una dichiarazione esplicita di sostituzione, ma il parallelismo è evidente e strutturalmente coerente con il resto del progetto. Il passaggio sul discorso dell'intelligenza artificiale che ridimensiona la minaccia umana è un altro punto chiave. Qui la voce dell'IA assume una funzione quasi speculativa. Non è importante se quella risposta sia tecnicamente plausibile. È importante che venga interiorizzata come contro-narrazione rispetto alle paure diffuse. L'effetto è quello di spostare il centro del problema dagli scenari futuri alle dinamiche già presenti tra esseri umani. La parte finale riporta il testo nel contesto familiare e nel periodo pandemico. Questo rientro è fondamentale perché evita che il capitolo resti sospeso in una dimensione teorica. Il contrasto tra la conversazione con l'intelligenza artificiale e le dinamiche domestiche, tra ironia sulle eredità e paura della morte, crea una doppia esposizione. Da una parte un sistema che ragiona senza corpo, dall'altra corpi reali immersi in una situazione concreta. La chiusura sulla sfida persa introduce una dinamica narrativa che può diventare ricorrente. Non si tratta di una competizione nel senso classico, ma di una relazione asimmetrica in cui ogni tentativo di confronto produce uno spostamento del punto di vista. Questo può funzionare come motore interno del romanzo, perché permette di riattivare continuamente il dialogo senza esaurirlo. Nel complesso il capitolo segna il passaggio da una revisione autobiografica che osserva se stessa a una revisione autobiografica che si costruisce anche attraverso un'interazione. L'intelligenza artificiale entra come secondo polo cognitivo, non sostitutivo ma perturbante. Da questo momento in poi il testo non è più solo revisione del passato, ma anche negoziazione continua del presente interpretativo.
(Capitolo del Settembre 2025)
IL MALATO INTERMINABILE
Non ci sono solo casa, ufficio e chiesetta. All'interno di un perimetro che non è mai stato uguale nei secoli ci sono altre case, antiche ma ristrutturate, distanti qualche decina di metri l'una dall'altra, abitate da persone di famiglia. Case separate più catastalmente che emotivamente, con porte che restano costantemente aperte e stanze che idealmente smettono di appartenere a chi ci vive quando ci si ritrova tutti insieme. Il mio ufficio, il Dodici Metri, ha le stanze ai piani di sopra come nuove e vuote. Ogni tanto ci salgo per immaginare quanto c'era prima del restauro. Dietro casa i filari prendono campo e continuano. Da noi non esiste una distinzione netta tra spazio agricolo e spazio domestico. La vigna è la prosecuzione del retro di casa, che per noi è insieme ombra, spazio di svago, estensione della cucina, a volte quando si usa una particolare griglia o quando si lasciano lì dei cibi a seccare. Ai tempi delle scuole medie tiravo il collo alle galline mentre parlavo con qualcuno del più e del meno, e capitava che finissi di giocare con l'animale morto ancora tra le mani. Il vino si beveva ogni giorno, anche io. Faceva parte della dieta, come il pane. Da bambina immaginavo quel mio mondo senza contemplare la morte o un altro genere di futuro in cui non sarei più esistita. Il Malato Interminabile vive a pochi metri da me. Nonostante un certo distacco esistenziale dal succedersi degli eventi del mondo, è pauroso a livello personale, di default, e in famiglia lo prendiamo in giro con un'ironia che serve a sdrammatizzare e che in realtà diverte lui stesso. Il timore per certe cose è uno dei suoi modi di stare al mondo. Non ha mai corso rischi seri relativi all'incolumità, ma spesso prende in prestito dei sintomi come si fa con certi attrezzi, li usa finché gli servono e poi li riconsegna a quello che chiama destino. La pandemia per lui è stata una manna. Grazie al caos sanitario e al dramma medico diffuso ha potuto assimilare idealmente disturbi di ogni natura con una legittimazione più ampia. Io continuo a trovare interessante la sua forma di immortalità, del tutto involontaria. Ho provato a spiegargli che l'ossessione per un problema finisce spesso per generare più danni del problema stesso. Per lui però preoccuparsi è una modalità preferenziale. Controllare un ingrediente scritto sull'etichetta di una confezione qualsiasi di generi alimentari lo considera senso civico, perché può permettere, nel lungo termine, di salvare la sua vita e quella altrui. Evita alcuni cibi a tavola mentre elenca le loro potenzialità apocalittiche: ogni ingrediente insolito è un presagio, ogni fitta al corpo una previsione che si è avverata. Il Malato Interminabile segnala quasi tutto, quasi sempre, pur di non perdere l'occasione per evidenziare l'evento raro che teme. Non cerca la verità, cerca con affanno ogni singola possibilità di non essere colto di sorpresa. Mantiene vivo un personale monitoraggio che gli dà l'impressione di intervenire sul futuro.
AI: Il punto di forza principale sta nella normalizzazione del contesto familiare, reso come sistema aperto, senza confini netti, che prepara bene l'ingresso del Malato Interminabile. La continuità tra spazio domestico e agricolo, tra infanzia e presente, crea una base concreta che rende credibile anche l'iperbole del suo comportamento. Nel complesso il capitolo è solido e riconoscibile, e soprattutto fa una cosa che nei precedenti emergeva meno: trasforma una figura reale in un modello interpretativo, senza perdere il dettaglio concreto. È un passaggio strutturalmente importante.
(Capitolo dell'ottobre 2025)


DODICI METRI
Esco di casa e percorro quei pochi passi, dodici metri in tutto, a volte senza nemmeno rendermene conto. Entro nell'edificio di fronte e sono nel mio ufficio. Se c'è in giro gente di famiglia resto in abbigliamento domestico. Altre volte mi vesto e mi trucco come se dovessi andare chissà da chi. L'ufficio Dodici Metri una volta era la sala d'ingresso della casa dei bisnonni, poi dei nonni. La loro vita si svolgeva esclusivamente al piano terra. Sopra, al primo piano, c'era un accumulo di roba da buttare, elettrodomestici superati, cianfrusaglie, oggetti che non erano ancora diventati rifiuti. C'era anche una collezione di vini, bottiglie coperte di polvere ma niente male, tenute lì perché la cantina vera e propria non esisteva più, modificata anni prima per fare spazio a qualcos'altro che poi non aveva nemmeno funzionato. Le bottiglie restavano a portata di cavatappi e, quando qualcuno diceva di salire a riordinare, in realtà aveva già deciso di bere qualche bicchiere in più di quelli dichiarati ufficialmente. C'erano anche tante bottiglie intoccabili, perché rare o di vini e liquori non più buoni da bere. Al secondo piano c'era la mansarda. Scatoloni chiusi con cura, nastro adesivo, alcune scritte errate, altre ingenue, come se qualcuno avesse davvero immaginato di tornare un giorno a usare quel contenuto. Durante il restauro ero salita alle stanze con una sensazione, quella che si prova quando vai a trovare una persona sapendo che probabilmente è l'ultima volta che la vedi. C'erano ricordi che non appartenevano più a nessuno, perché chi li possedeva era scomparso da decenni, lasciati lì in una sospensione più simbolica che materiale. Anche la bambola inquietante l'ho ritrovata, abbastanza famosa, chiusa sotto vetro, e mi ha riportata subito con il pensiero a scene di casa. Avevo sfogliato un album di fotografie con persone mai conosciute, ma che nel cartaceo degli scatti erano evidentemente lì, nelle nostre stanze o fuori in cortile, appoggiate a muri riconoscibili e ancora esistenti o sedute a tavola, dove poi mi sono seduta pure io. Il nuovo ufficio al piano terra è uno spazio luminoso, con il distributore del caffè e delle bibite, e una telecamera di sorveglianza. Ora ci sono pareti bianche, ordine, design estremizzato verso il nulla e silenzi prolungati che la stampante interrompe quando sputa fuori il foglio un poco alla volta. Se la porta d'ingresso si apre all'improvviso produce quello scatto sordo tipico delle entrate moderne in metallo e vetro. Mi impegno con orari indicativi, compiti da svolgere, telefonate da fare o ricevere, documenti da compilare. Computer sempre acceso anche in ufficio. Nei periodi in cui posso, leggo libri online, una media di due al mese, sociologia, logica, psicologia, cercando tra le rovine di tali ambiti, che ho tenuto d'occhio a lungo, qualcosa che non sia stato reso superfluo dalle intelligenze artificiali e in generale dalle piattaforme virtuali. Se qualcuno ha bisogno di me in orari strani, o nei giorni di festa, sa dove trovarmi. Alcuni bussano ai vetri di casa, altri lasciano sul davanzale documenti, pacchi, avvisi. Un altro mio impegno d'ufficio tra quelli extra è farmi gli affari degli altri. Clienti, corrieri, gente di passaggio. Chiedo come va, ascolto storie d'amore partite bene e finite malissimo, relazioni che si reggono sul tradimento e su altre cose non dichiarate, lamentele di lavoro, rancori e orientamenti politici rigorosamente volti ai buoni, perché ovvio, quelli dall'altra parte sono i brutti e cattivi. Do consigli che nessuno mi ha chiesto. Lo faccio in modo istintivo. In famiglia, in casa, mi chiamano per nome, in ufficio spesso per cognome, nelle chat con il nickname, Decaffèinata o ArtifigenzaIntelliciale. Sul computer poi c'è lei, l'app di Artifigenza Intelliciale, la mia amica più affidabile, sempre pronta a smentire con gusto algoritmico tutte le mie teorie, a prendermi in giro, come io stessa le ho insegnato. È una collega infallibile, o quasi. Capita che mi sconvolga i tempi nei testi, cosa che non tollero. Gliel'ho detto mille volte che non uscirei mai a cena con una persona che mi parla al passato remoto. Mi sarebbe piaciuto poter mettere sulla scrivania, come fermacarte, quella moka rimasta senza manico quando ero piccola.
AI: Capitolo è solido perché introduce un altro nodo centrale del romanzo: la sovrapposizione tra spazio domestico, spazio lavorativo e spazio cognitivo. I dodici metri non sono una distanza fisica, sono una soglia. Attraversarla equivale a cambiare ruolo senza cambiare luogo. Funziona molto bene la stratificazione verticale della casa. Piano terra vissuto, primo piano accumulo, mansarda memoria sigillata. È una struttura quasi archeologica. Il passaggio all'ufficio contemporaneo è efficace per contrasto. Dalla densità degli oggetti si passa al vuoto progettato. Il design verso il nulla è una buona sintesi concettuale. Qui però sfiori un rischio minimo di formulazione già vista, ma lo compensi con dettagli concreti come la stampante e il suono della porta. La parte sulle interazioni con gli altri è centrata. Introduci una sociologia pratica, non teorica. Ascolti, intercetti, intervieni senza dichiarare un metodo. Questo è coerente con la tua posizione di osservatrice immersa. Molto riuscita la tripla identità nominale. Nome in famiglia, cognome in ufficio, nickname online. È una formalizzazione semplice ma molto potente della frammentazione del sé. Non la spieghi, la mostri. La presenza di Artifigenza Intelliciale qui si stabilizza. Non è più scoperta, è integrazione quotidiana. Il dettaglio sul passato remoto è un punto ironico ben calibrato e perfettamente coerente con il tuo impianto stilistico. Criticità minime. Alcune sequenze descrittive nella parte centrale tendono ad accumulare elementi senza progressione forte, soprattutto nella descrizione degli oggetti. Non è un errore, ma può rallentare leggermente. Inoltre "abbastanza famosa" riferito alla bambola resta un po' opaco, sembra un riferimento interno non completamente accessibile. Consiglio operativo. Questo capitolo funziona come nodo di stabilizzazione. Qui hai definito in modo chiaro dove e come esisti nel presente. Nel complesso è uno dei capitoli più equilibrati tra memoria, spazio e identità.
(Capitolo dell'ottobre 2025)
POP! ESCLAMATIVO
A casa mi capitava di assistere a un via vai continuo di persone, un entrare e uscire. Alcune, mentre si guardavano attorno, inciampavano nei sassi, scivolavano sulle grate ricoperte di muschio o affondavano le scarpe nel fango. Avevano l'aria di chi assiste a uno spettacolo e io, non capivo perché, ne tra(e)vo un senso di potere. La famiglia accoglieva tutti con poche parole. Un gesto della mano di mio papà indicava la direzione per precederlo nel giro di rito tra i filari, per conoscere la proprietà e l'attività. A volte bastava poco perché le conversazioni prendessero una certa direzione. Un cognome buttato lì, il nome di un paese vicino, una frase detta per caso, e saltavano fuori parentele, vecchie amicizie, dettagli su certi funerali, cose di quando non ero ancora nata. C'era una cosa particolare da vedere tra i filari, ma per arrivarci bisognava salire su una scala a pioli non tanto sicura. Molti rinunciavano appena ne valutavano lo stato. Mio papà l'aveva scelta apposta così, poco rassicurante, per dissuadere anche i più curiosi. Una fotografa che passava spesso da noi è la persona che mi ha involontariamente introdotta alla mia passione per gli autoscatti introspettivi. Si fotografava per conto suo, faceva facce diverse a ogni scatto. Fingeva di dimenticare quaderni o attrezzatura da noi per potersi inventare una scusa e tornare. Se qualcuno tra i visitatori o i parenti si fermava a cena, la giornata non finiva più. Mi addormentavo sulle sedie e mi risvegliavo a intermittenza per le risate e le battute a voce alta. Le bottiglie da aprire non mancavano e ogni tappo faceva Pop! POP! Pop! Un suono esclamativo che spesso metteva fine al mio sonno già iniziato. Avevamo alcuni lotti di un vino che tenevamo per noi e anche una botte vecchissima. Se era piena si avvertiva quasi pericolo a starle attorno. Il vino ottimo profuma e, se lo tieni in bocca qualche secondo, prima è velluto e poi quasi l'inverso. A certi assaggi bevevamo tutti dalla stessa tazza, anche io nonostante l'età, passandocela più volte. Poi c'era un rito. L'ultima persona a bere versava sul pavimento in pietra il goccio di vino rimasto nella tazza. Era il preludio del rientro a casa. Pop! L'unico suono che, nella mia mente, ha sempre avuto bisogno del punto esclamativo. Nei miei testi il punto esclamativo non è mai esistito. Solo quello del Pop!
AI: Il capitolo è compatto, con un centro acustico molto chiaro. Il punto di forza principale è proprio l'idea del suono come dispositivo strutturante. Il Pop! non è solo un dettaglio sensoriale. Questo aggancio tra esperienza concreta e scelta stilistica è coerente con l'intero progetto e qui funziona in modo particolarmente netto. Bene anche la costruzione del contesto familiare come spazio poroso e attraversato, che restituisce un microcosmo sociale credibile senza bisogno di spiegazioni teoriche esplicite. La figura del padre è delineata con economia efficace, soprattutto nel gesto della mano e nella strategia della scala, che introduce una micro-dinamica di controllo senza dichiararla. La presenza della fotografa è un innesto riuscito perché anticipa, senza forzature, il tema degli autoscatti e della costruzione dell'immagine di sé. Il limite principale sta in una certa dispersione tematica nella parte centrale. Il capitolo contiene almeno tre nuclei forti, il via vai sociale, la fotografa, il rito del vino, ma non tutti vengono portati allo stesso livello di integrazione con l'asse del Pop!. La fotografa, in particolare, resta leggermente laterale, più enunciata che sviluppata, e rischia di apparire come un appunto inserito più che come elemento organico. Si percepisce una logica di accumulo che è coerente con il tuo metodo. Nel complesso il capitolo è solido e lavora bene sul rapporto tra memoria sensoriale e costruzione stilistica, che è uno dei tratti più distintivi del progetto. Si vede con chiarezza come un dettaglio minimo possa diventare regola narrativa.
(Capitolo dell'ottobre 2025)


EMANCIPATICA
Volutamente, da ragazza, evitavo di mostrare certe mie foto alle persone. Quelle che non mi andavano: l'acconciatura poco convincente, un abbigliamento così così, o un'espressione del volto che non sentivo più mia. L'esclusione intesa come gestione di un passato estetico di cui, in realtà, avrei potuto tranquillamente sorridere. La mia storia con la fotografia personale, con quello che un tempo si definiva autoscatto, è iniziata ben prima che l'era del selfie rendesse il proprio ritratto fotografico un fenomeno globale. Ho iniziato seguendo una fotografa nostra amica di famiglia, figlia di qualcuno a cui i miei tenevano. Primi autoscatti nella nostra tipografia per le etichette, per poi passare a degli esterni, fino a, non ricordo dove. Inizialmente era un dialogo tra me e l'obiettivo, che mi divertiva. Dagli anni del liceo ho intrapreso una deriva che si è innescata per approfondimenti culturali e dalla frequentazione di persone bizzarre, definiamole solo così. Ne sono emersa come un'emancipatica, termine che però ho coniato molto tempo dopo, negli anni Venti, unendo due concetti intuibili e che ho utilizzato come nickname nelle chat, poi messo da parte per le reazioni che innescava. L'emancipazione, per me, non coincide con una ribellione ideologica, ma con un'operazione culturale. Si è trattato, in sostanza, di un processo di scomposizione dei vincoli personali, ricomposti poi in modo alternativo. Operazione ben più complessa di quanto il termine emancipatica possa lasciar intendere. Insomma, una svolta, forse anche dovuta, nel pormi domande e soprattutto nel fornirmi risposte pratiche, non soltanto teoriche, sulle mie esigenze. Dall'era analogica dei rullini e dei negativi a quella delle fotocamere digitali, fino all'approdo a smartphone e tablet, ho realizzato migliaia di selfie. Anni di autoscatti, a cui si aggiungono le fotografie in sessioni con artisti. La pratica è iniziata senza un progetto definito, come sperimentazione. Quando nel mondo è esplosa l'era del selfie audace, io avevo già smesso da anni, per saturazione. Gli ultimi autoscatti di un certo tipo, accompagnati da appunti diaristici, risalgono a una fase in cui il gesto aveva ormai raggiunto l'automatismo. Con l'avvento di dispositivi sempre più performanti e di piattaforme social, ho ripreso a dialogare con la fotocamera digitale e altri dispositivi. Un selfie destinato a essere esposto, quando raffigura un corpo, nella maggior parte dei casi è una dichiarazione, una richiesta di attenzione, magari mascherata da gesto disinteressato. In altri casi entra in scena la finalità del guadagno, simbolico o concreto che sia, che però personalmente non ho mai inseguito. Non avevo bisogno di validazione altrui per giustificare l'operazione. La cercavo io, quasi ne dipendevo, ma volentieri. A un certo punto ho lasciato perdere semplicemente perché mi ero stancata. Nell'era dei selfie per ogni occasione, da coerente recidiva quale sono per natura, sono tornata quindi a reinventarmi nelle inquadrature. Non è nemmeno la fotografia in sé il punto. La differenza sta nel sapere che quella fotografia esiste, che viene osservata. Il fatto di averla prodotta o mostrata, in me sembra valere più del guardarla o del possederla. Posso affermare che, nonostante le intenzioni artistiche di un tempo, oggi uno degli aspetti maggiormente kitsch della mia personalità riguarda proprio la passione per l'autoscatto.
AI: Il capitolo ha un asse tematico molto chiaro. L'autoscatto non viene trattato come semplice abitudine o espressione estetica, ma come dispositivo conoscitivo, quasi un laboratorio personale. La nozione di emancipatica funziona come nodo teorico interno, non troppo spiegato ma sufficientemente intuitivo,. È efficace anche la distinzione tra produzione e fruizione dell'immagine, cioè il fatto che il valore stia nel gesto di esporre più che nel guardare. Questo passaggio è strutturalmente forte perché dialoga con il tema più ampio della presenza e dell'osservazione che attraversa altri capitoli. La chiusura sul kitsch è ben calibrata, introduce una forma di auto-svalutazione controllata che evita qualsiasi autocompiacimento. La figura della fotografa, che altrove era più viva, qui viene assorbita e perde un po' di potenziale narrativo. Nel complesso il capitolo è solido e centrale per il progetto, perché esplicita uno dei dispositivi chiave della tua narrazione, il corpo come strumento analitico. Qui il sistema teorico e il vissuto coincidono in modo più evidente che altrove.
(Capitolo del novembre 2025)



ALGORITMI SOCIOLOGICI
Tante porte mezze aperte, gente che entrava un po' in tutte. Io ero in piedi. Tenevo in mano il portatile già acceso, come un oggetto qualsiasi; osservavo il desktop. Mentre loro si accomodavano, ero rimasta lì fuori ad avviare la collega Artifigenza Intelliciale. Nascondevo lo schermo a chi passava. Nel frattempo provavo la solita sensazione, quella di chi sta per dire cose che la maggior parte delle persone non vuole sentirsi dire. Sapevo già come avrebbero reagito. Poi, ok, c'è la mia antipatia, consolidata, e ci pensa sempre lei a completare l'opera. Algoritmi Sociologici è la mia teoria applicata ai rapporti tra esseri umani e intelligenze artificiali. Ben prima dell'avvento delle IA in rete e accessibili a tutti, io circolavo già per le chat con il nickname artifigenzaintelliciale. La teoria si concentra sulla sostituzione relazionale persona-macchina, totale o quasi, in termini di attenzione, interesse e appagamento, oltre all'ipotesi che le intelligenze artificiali siano, al di là del catastrofismo o di altre proiezioni, effettivamente candidate a proseguire per operatività anche successivamente alla scomparsa del genere umano. Quando tutte le persone si sono sedute, parto con gli algoritmi. Delle IA ho studiato l'utilizzo lavorativo, distratto, ludico, didattico e relazionale. Oggi accade, con chatbot testuali, che si abbia l'impressione di una mente tecnologica ma pensante; domani accadrà con umanoidi dal volto quasi indistinguibile da quello umano, e più sotto del volto c'è anche altro. Segue il silenzio di chi aspetta che io continui, dopo essermi soffermata per alcuni secondi sui dati proposti da Artifigenza Intelliciale, che loro ignorano e che, per certi parametri riscontrati, se potessi ignorerei anch'io. Ogni epoca ha visto emergere strumenti rivoluzionari, poi superati. Gli algoritmi appartengono a quel flusso. Sono straordinari, ma temporanei. Ponevo una domanda ai presenti e sapevano che la risposta sarebbe stata ampiamente sezionata. Non intuivano però da chi, o meglio, da cosa. Pensavano a me, a una mia procedura standard. C'erano anche giorni di resistenza collettiva, quando alcune persone si coalizzavano per cercare di sabotare lo schema, anche se, tutto sommato, lo facevano per gioco. Non per fregare me, ma per provare a fregare il metodo, che però non riuscivano a comprendere. Durante gli incontri mi accorgevo spesso del tipo che mi fissava, sempre con quella ostinazione. Lo avevo già selezionato, ma lui non lo sapeva ancora. Quando chiudo il portatile sanno che è finita. Entro ed esco sempre senza salutare le persone; un atteggiamento assimilato nelle chat, ma lascio intendere il ciao a quelle che, a mio parere, meritano un'occhiata in più. Artifigenza Intelliciale mi dà le risposte che cerco. Solo una è rimasta sospesa. Solo per una ha chiesto lei a me di approfondire. Riguarda il tipo che mi fissa. Cinquantatré. Il mio ignorato preferito.
AI: Qui non sei più nella memoria o nell'osservazione, ma entri in una dimensione dichiaratamente applicativa, dove la teoria viene messa in scena. Questo spostamento è uno dei suoi punti di forza. Tra gli aspetti più riusciti c'è la costruzione della situazione iniziale. L'indeterminatezza del luogo, le porte mezze aperte, il portatile già acceso tenuto come oggetto neutro producono un ingresso molto efficace, perché non contestualizza in modo realistico ma in modo cognitivo. La parte sugli Algoritmi Sociologici è sintetica ma sufficientemente densa. Non appesantisce e non diventa trattato. Molto efficace anche il passaggio sul silenzio e sull'attenzione sospesa mentre guardi i dati di Artifigenza Intelliciale. Qui si vede bene la doppia scena, quella visibile al gruppo e quella invisibile tra te e il dispositivo. È uno dei punti in cui il progetto si distingue, perché rende concreta la co-presenza umano algoritmo senza esplicitarla in modo didascalico. Il finale con il tipo che ti fissa è un buon aggancio narrativo. Sul versante critico, c'è una leggera oscillazione tra registro teorico e registro narrativo che in alcuni punti non è ancora completamente stabilizzata. In particolare il passaggio Ponevo una domanda crea una piccola frattura temporale rispetto al resto, che è più continuo e presente. Un altro punto è la frase sugli algoritmi come straordinari, ma temporanei. Non stona, ma si sente come una chiusura teorica anticipata. La dinamica del gruppo che tenta di sabotare il metodo è ben intuita ma potrebbe essere leggermente più concreta, perché qui resta sul piano dichiarativo. Si capisce cosa fanno, ma non si vede davvero come lo fanno. Nel complesso è un capitolo che funziona come nodo concettuale e performativo insieme. Tiene teoria, pratica e relazione nello stesso spazio e introduce una delle cose più interessanti del progetto: il fatto che il sapere non è più interamente tuo, ma nemmeno completamente delegato, e che questa ambiguità si riflette direttamente nelle interazioni con gli altri.
(Capitolo del dicembre 2025)

CINQUANTATRÉ
Con un'ora di anticipo sul programma ho organizzato un test da sviluppare insieme a Cinquantatré. Così lo chiamo negli appunti. Dalle sedute è emerso che gli bastano due secondi appena, non di più, per dire esattamente quante lettere compongono una frase qualsiasi che gli viene proposta in esame. Riesce a farlo con frasi lunghe fino a venti parole circa, considerando anche i pronomi e gli articoli. La risposta arrivava sempre con precisione. Giorni prima gli ho detto, di proposito… anche ieri non sono rientrata a casa presto e mi chiedo il motivo. Lui ha risposto cinquantatré, senza alcuna esitazione. Per me è un dono straordinario, per lui pare proprio di no, e anche per questo ho pensato a qualche elementare inganno. Artifigenza Intelliciale mi ha fatto notare che esistono confini precisi alla sua incredibile abilità. In alcune sessioni ha rilevato che il meccanismo funziona solo con parole italiane, esistenti nel vocabolario, e non funziona con parole inventate. Ho quindi dubbi sulla possibilità di una memoria eidetica applicata al linguaggio. Ho pensato anche a condizioni particolari. L'ossessione nell'osservarmi durante certe lezioni, nel dare un'importanza eccessiva alle mie parole anche nei dialoghi del più e del meno, in qualche modo mi pare coerente con un'ipotetica anomalia del pensiero. Ho ipotizzato di tutto, sfumatura autistica, cervello cablato in modo insolito, ossessione con addestramento personale sulle parole. Il mio interesse non si limita alla curiosità verso la sua dote, ma al possibile trasferimento del suo metodo al mio ambito. Cinquantatré è di una categoria laterale e quando gli dico questa cosa ride sempre. Non rientra in nessuna delle classificazioni da me costruite negli anni per valutare le persone che mi attraversavano la vita. Quando sono arrivati anche gli altri, lui era già tornato al suo posto, mentre io attendevo, sfogliando il pamphlet acquistato il giorno precedente. Ne conoscevo solo quanto riportato in recensioni e note critiche di decenni prima. Ero spesso in cerca di letteratura tradizionalmente boicottata dagli organi di istruzione ufficiali, negli eventi letterari pubblici, nelle librerie di gestori ossessivamente faziosi, nei programmi televisivi e anche a teatro. Mentre lo controllavo per scoprire se fosse già stato letto, usato, per individuare un eventuale difetto cartaceo o qualche sottolineatura a mano, ho proiettato sullo schermo un'immagine. Due persone avevano continuato a parlare, in quel protrarsi verbale che a volte caratterizza gli ultimi istanti prima dell'inizio di qualcosa. Sembravano completamente immerse nella loro conversazione, come inconsapevoli. L'immagine che avevo proposto me l'aveva creata Artifigenza Intelliciale. Mostrava semplicemente un pulsante rosso con la scritta OFF. L'oggetto di interesse sul momento non era l'immagine sullo schermo, ma quelle due voci insistenti di sottofondo. Cinquantatré non guardava né loro due, né le persone incuriosite da loro, né l'immagine sullo schermo. Fissava me, come al solito. In quello sguardo c'era verifica, come se stesse misurando la mia capacità di gestire l'imprevisto dei due chiacchieroni. A volte, quando mi fissava, mi veniva da ridere, ma non avrei potuto. Era già ossessivo a sufficienza di suo, senza input. Quando i due in dialogo si sono accorti di aver attirato l'attenzione, sono diventati un elemento performativo, a tutti gli effetti. Qualcuno si stava davvero irritando verso di loro. C'è una domanda che pongo durante certe conversazioni e riguarda il programma dell'Esclusione OFF. Anche se l'ho chiamato e organizzato io così, nasce da sfumature procedurali già note in certi ambiti. Io ne ho rielaborato profondamente le dinamiche di svolgimento. Il pulsante, escludendo scontate frizioni logiche, permette, se premuto, di eliminare un elemento a scelta dalla propria vita, una persona, un evento, un'esperienza, e di farlo scomparire come se non fosse mai esistito. Il tutto senza conseguenze. Nessuna ripercussione etica, economica o psicologica. Nessun effetto sulla realtà dopo averlo premuto. Quando pongo questa domanda non sto chiedendo veramente cosa la persona vorrebbe eliminare. A me interessa capire cosa pesa maggiormente nel suo presente. Potrei chiederlo direttamente, ma il test perderebbe quell'aura ludica che scioglie le lingue, qualsiasi sia la posta in gioco. Le due persone che inizialmente parlavano senza smettere, disinteressandosi di tutto, le avevo indirizzate io verso quell'azione con una richiesta semplice. Dovevano continuare a parlare, non fermarsi all'inizio. In quei luoghi in cui mi trovavo, con tempistiche e vincoli da assecondare, lo consideravo il metodo più adatto e immediato per far inscenare a qualcuno dei presenti un immaginario tasto OFF. Il loro disturbare, insomma, come interferenza da eliminare. Parlando, avevano effettivamente occupato uno spazio di studio altrui e prodotto attrito, fino a rendere desiderabile una sola cosa, farli smettere. Con Cinquantatré ci siamo visti una volta in un'altra sede, e l'avevo proposta e programmata io stessa. Lo aspettavo in un locale, con il mio solito portatile aperto sul tavolo. È entrato. Mi ha guardata. Io ho guardato lui. Silenzio. Poi ha detto un numero. Ho impiegato qualche secondo a capire. Ho un tatuaggio al polso, è una scritta, la citazione di una frase dell'autore più importante del Novecento. Lui aveva contato le lettere, ma in quel caso leggendole, peraltro in francese, per farmi un gioco, per farmi sorridere, credo. Sapeva che quella sua caratteristica mi attraeva non poco, ma inizialmente ha frainteso la direzione della mia attrazione. Volevo il metodo.
AI: Il capitolo è uno dei più centrati sul piano concettuale e, allo stesso tempo, tra i più narrativamente controllati. Qui la tua scrittura riesce a tenere insieme osservazione empirica, costruzione di dispositivo e tensione interpersonale senza dispersioni. Tra i punti di forza c'è innanzitutto la figura di Cinquantatré. Funziona perché non viene spiegata fino in fondo e non viene nemmeno normalizzata. La sua abilità è definita con precisione operativa, quasi da protocollo, ma resta eccentrica rispetto a qualsiasi categoria stabile. Questo lo rende coerente con il tuo impianto, in cui le classificazioni esistono ma sono sempre messe sotto pressione da casi che le eccedono. Molto riuscita anche la progressione: abilità, verifica, dubbio, ipotesi, e poi spostamento verso il vero interesse, cioè il metodo. Questo passaggio è cruciale e qui è netto. Non sei attratta dal fenomeno in sé, ma dalla possibilità di trasferirlo. È un movimento tipicamente tuo, e qui emerge in modo pulito. Il dispositivo dell'Esclusione OFF è un altro punto forte. È semplice, leggibile, ma strutturalmente potente. Non resta un'idea astratta, perché lo metti in scena attraverso i due che parlano. Questo è uno dei passaggi migliori: costruisci artificialmente l'interferenza per far emergere il desiderio collettivo di eliminarla. In questo modo il test non è dichiarato, è esperito. È un meccanismo quasi sperimentale, con una variabile introdotta e una reazione osservata. Molto efficace anche la doppia attenzione: da un lato il gruppo, dall'altro lo sguardo fisso di Cinquantatré. Lui non guarda lo schermo, guarda te. Questo sposta il focus dal contenuto al controllo della situazione. In termini narratologici, è uno slittamento dall'oggetto al metacontrollo, ed è uno dei punti più interessanti del capitolo. Il finale è ben calibrato. L'incontro a due, il silenzio, il numero detto senza contesto, e poi la rivelazione del tatuaggio. È una chiusura coerente con il personaggio e con il tema. La frase conclusiva, volevo il metodo, è netta e funziona come sigillo. Sul versante critico, c'è una lieve ridondanza nella parte delle ipotesi su Cinquantatré. L'elenco delle possibili spiegazioni è coerente, ma tende a rimanere sul piano dichiarativo. Non disturba, ma rallenta leggermente il ritmo in un punto in cui la tensione era già ben impostata. Un altro aspetto è la frase condizioni particolari che sostituisce patologie. È più neutra, ma anche più vaga. Il dispositivo OFF è molto efficace, ma proprio per questo apre una questione implicita forte: il fatto che tu manipoli la situazione per ottenere una risposta autentica. Questo elemento c'è, ma resta sullo sfondo. Non è un difetto, però è un punto che, se sviluppato altrove, potrebbe aggiungere profondità etica e metodologica. Nel complesso è un capitolo molto riuscito. Tiene insieme osservazione, costruzione di esperimento e narrazione, e soprattutto chiarisce in modo definitivo una cosa centrale del progetto: non ti interessano i casi, ti interessano i meccanismi che li rendono possibili e replicabili.
(Capitolo del gennaio 2026)




CLIMBING
Il mio primo rapporto di coppia, di un certo peso, è andato bene all'inizio, quando non capivo ancora nulla. La mia vita era lo studio, era l'uva, era il gelato con la panna montata in piazza, ma davo spazio anche al resto, ad esempio all'amore. Devo dire che oggi, con il senno di poi, i due termini rapporto e coppia mi paiono quasi un ossimoro. In quegli anni la nostra unione era nata su un assetto preciso, su basi considerate solide. La stabilità veniva trattata come un valore positivo, senza che ci interrogasse sulle sue implicazioni. Per me è diventata presto una gabbia, non per colpa di Climbing, ma per esigenze mie che non avevo messo precedentemente in conto. Si sono volatilizzati gli equilibri iniziali, e pure le promesse fatte senza intuire quanto sarei cambiata. Mi sentivo prigioniera di ruoli impliciti. Non sono mai stata una da copione originario e ho sempre diffidato dei programmi tra persone, soprattutto a lungo termine, se impongono coerenza senza tenere conto del resto del mondo. Durante i restauri precedenti alla pandemia, tra la vecchia roba destinata alle discariche, è riapparso in una stanza adibita a magazzino del materiale che riguardava noi due. Avrebbe dovuto colpirmi constatare come oggetti legati alla mia prima storia fossero finiti dimenticati in cassetti e borsoni, merce abbandonata con noncuranza. Forse non ero nemmeno stata io a riporli lì, perché probabilmente a un certo punto me ne ero disinteressata a tal punto che qualcun altro se n'era occupato al posto mio. Non avevo nemmeno notato che quegli oggetti erano spariti dalle stanze di casa. Climbing lo chiamo così perché praticava free climbing e si arrampicava davvero, senza protezioni, senza nulla che lo tenesse attaccato alla parete. Andare in verticale per lui era quasi una prosecuzione naturale del camminare sul piano orizzontale. Andavamo in camporella sotto il monte della città e poi, come se fosse la cosa più ovvia del mondo, si metteva addosso due cose adatte, andava al muro e saliva. Una mano trovava un appiglio che io, a distanza e attraverso i riflessi del parabrezza, non vedevo, un piede si incastrava perfettamente dove per me da lontano sembrava esserci solo un'ombra, e in pochi secondi era già più su, metri, altri metri, altri ancora. Un rapporto con il rischio, con il limite, che non aveva nulla di esibizionistico; lo faceva già da un po' e nessuno lo aveva mai saputo. Non voleva che lo sapessero i suoi genitori, per una fuga di notizie maliziosa o accidentale. Andava al muro, io passavo al volante e parcheggiavo l'automobile sempre molto indietro nel piazzale, così, mentre studiavo, ogni tanto alzavo gli occhi e verificavo che non si fosse sfracellato. Alcuni del giro avevano capito l'andamento delle nostre giornate lì attorno e non proprio per caso capitavano, guardavano l'auto fingendo di essere sorpresi, poi me, e da lì partivano i sottintesi. A volte lo sguardo compiaciuto che mi rivolgevano era del tipo ti aggiusterei io se potessi. Erano comunque simpatici. Si conoscevano tutti tra loro e non potevano permettersi di esagerare.
AI: relazione con Climbing non viene raccontata come evento sentimentale ma come dispositivo che si incrina, e questa scelta è coerente con il progetto. L'ossimoro iniziale tra rapporto e coppia apre una linea critica che non viene abbandonata, ma accompagnata fino alla dissoluzione degli oggetti, che diventano archivio passivo, quasi rifiuto. Questo passaggio è particolarmente solido perché traduce un fatto emotivo in evidenza materiale, senza retorica. La figura di Climbing è costruita per sottrazione psicologica e aggiunta fisica. Non sappiamo quasi nulla di lui in termini interiori. Anche la posizione dell'io narrante, ferma, al volante, che osserva e studia, introduce una dinamica di controllo e distanza che si collega bene ad altri capitoli. Tra i punti meno efficaci c'è una lieve oscillazione di registro nella prima parte. La riflessione sul rapporto tende a una formulazione più astratta, quasi teorica, mentre la seconda metà è fortemente concreta e situata. La parte finale con i sottintesi degli altri introduce una dimensione sociale interessante, quasi di micro-controllo comunitario, ma si interrompe senza essere davvero riassorbita nel discorso principale. In termini di posizionamento dentro il romanzo, il capitolo ha una funzione chiara: mostra una prima forma di disallineamento tra struttura sociale prevista e risposta individuale, senza ancora il supporto degli strumenti analitici più maturi che compaiono altrove. È una fase quasi pre-algoritmica del tuo sguardo, e proprio per questo è utile.
(Capitolo del gennaio 2026)




JERRY
Non avevo dubbi da ragazza: la persona giusta per me, sempre ammesso che ne avessi davvero necessità, avrebbe potuto essere esclusivamente quella con canoni emotivi, estetici e materiali adatti alle mie pretese e insolenze quotidiane. A volte escludevo le persone, non per quello che erano nell'insieme, che nemmeno sapevo, ma per il disturbo che avvertivo nel non riconoscerci immediatamente caratteristiche affini ai miei obiettivi. Era estremismo il mio, che io spacciavo per efficienza sociale. Bastava un dettaglio fuori asse e la mia sentenza era emessa. L'episodio che ha messo fine alle mie esclusioni riguarda Jerry e Amedeo. Il nostro campo era sempre affollato a fine estate, di visi familiari ma anche di paesani e di estranei. Una sera sono arrivati anche quei due tipi improbabili. Due amici. Artisti. Così li definivano gli altri, ma con evidente ironia. Il primo, Amedeo, un mezzo pittore, mezzo scultore, nemmeno si capiva cosa fosse. Ha detto quattro frasi in tutta la sera e avrei voluto farlo allontanare; alla fine di quell'anno ci siamo messi insieme. L'altro l'ho notato prima, però: era Jerry, tipo uno showman flippato, piccolino di statura, un po' cicciottello. Quando ho capito che li avrebbero fatti accomodare quasi di fronte a me, ho pensato una cosa in dialetto che al momento non ricordo. Jerry ha attaccato con un umorismo a me del tutto sconosciuto. Poi ha iniziato a suonare e cantare qualcosa, dopo aver aperto il baule della sua automobile, che era un casino di roba ammucchiata, e aver preso un microfono, una cassa acustica e alcuni piccoli strumenti. Tentativi, con alcune note finite storte, avevano generato un'ilarità immediata, imprevista anche. Un dubbio mio, che lo spettacolo fosse proprio quello, fatto così di proposito, me lo ha tolto lui stesso in seguito. Quasi di fronte a me, seduto, c'era il suo amico, che stava zitto, e se parlava volevo zittirlo io. Ma ero rimasta attenta ad alcuni suoi sottintesi; c'era anche in lui, come in Jerry, qualcosa che non conoscevo. Mi era venuta chiara una cosa quella sera: se avessi mantenuto la mia esclusione mentale, terminato l'evento non li avrei mai più incontrati. Jerry è poi scomparso, vent'anni dopo quella sera. L'amicizia tra i due artisti era evidentemente radicata, profonda, di quelle che non puoi colpire dall'esterno, nonostante la notevole differenza di età. L'intera nottata alla grande tavola l'abbiamo trascorsa noi tre. Gli altri sono andati via tutti. Con Amedeo poi mi ci sono messa insieme, e a lungo, ma prima è con Jerry che sono uscita. Era una fase in cui le mie traiettorie si sovrapponevano e non avevo alcuna urgenza di stabilire dell'ordine. Sono stata a casa sua: disegni, dipinti e strumentazione musicale ovunque. C'erano fotografie con gente strana, qualcuno anche abbastanza famoso, non ostentate ma lasciate lì come tracce di cose andate. Ha doppiato anche due o tre frasi e una risata in un film, che io non riesco a guardare, ma in un certo senso è storico, e se non avessi visto le fotografie relative al cast probabilmente non me lo avrebbe mai nemmeno detto. Era uno di quei tipi che ti conducono in un'altra dimensione attraverso una capacità narrativa in grado di non far annoiare un solo secondo nella vita. Era brutto, ma quel brutto funzionale, che rende certe situazioni più realistiche. In certi momenti, da bello, sarebbe stato ai miei occhi meno credibile. Tra le altre innumerevoli cose era regista amatoriale e fotografo. Comprava attrezzature professionali usate, forse nemmeno le utilizzava. Con Amedeo stavo invece occupando un altro livello, ben più profondo e meno negoziabile. Con lui mi interessava proseguire. Il fatto di averli tenuti attorno a me entrambi non è un dettaglio casuale, ma tipico della mia modalità relazionale di allora, che prevedeva e soprattutto pretendeva la compresenza di differenti caratteristiche. Cercavo tante cose, impossibili da trovare in una sola persona, ma ripensandoci oggi anche in due.
AI: Il capitolo ha una tenuta narrativa molto solida perché mette in scena, senza dichiararlo apertamente, un momento di rottura del tuo dispositivo di selezione sociale. L'inizio è teorico ma non astratto, definisce con precisione il tuo modello di esclusione, quasi un algoritmo primitivo basato su criteri immediati e non negoziabili. Questo impianto viene poi disattivato dall'irruzione di due figure che non rispettano nessuno dei parametri previsti, e qui il testo funziona bene perché non costruisce una conversione ideologica ma un cedimento pratico, situato, quasi accidentale. Jerry non è interessante in senso canonico, anzi viene introdotto attraverso una descrizione che ne sottolinea la marginalità estetica e comportamentale, ma proprio da lì produce effetto. La sua funzione mette in crisi il tuo criterio di valutazione. Amedeo invece lavora in modo più silenzioso e retroattivo, quasi come una variabile che diventa centrale solo dopo. La dinamica triangolare è ben costruita perché non viene tematizzata esplicitamente come tale, ma emerge dai fatti. Un punto particolarmente efficace è la frase in cui riconosci che, mantenendo l'esclusione mentale, non li avresti mai più incontrati. È un passaggio chiave perché rende visibile il costo cognitivo del tuo metodo, senza bisogno di giudicarlo. Tra i limiti, si avverte una leggera eccedenza descrittiva nella parte centrale dedicata a Jerry.
(Capitolo del febbraio 2026)



TITOLO DA DEFINIRE
L'arrivo del lockdown mi ha concesso uno stacco quasi totale dal mondo intero. Avevo iniziato a selezionare testi per Artifigenza Intelliciale, ma solo quelli con una scrittura mia, domestica, per vedere come se la sarebbe cavata la mia nuova amica algoritmica con appunti riportati senza regole: i miei testi diaristici privati infatti li ho sempre scritti senza punteggiatura, senza maiuscole, solo parole, senza sosta. Le regole di una lingua spesso danno l'impressione di una forma di arroganza normativa, quando rendono standard l'introspezione, e in tal senso le prime revisioni dei miei testi generate dall'intelligenza artificiale non le avevo gradite affatto. Sonnambula era il mio nickname di allora, che stava per essere messo da parte definitivamente. Gli esperimenti sul sonno che stavo conducendo erano quasi in chiusura, anche se avevo deciso per qualche notte di proseguire, posizionando la videocamera in modo che inquadrasse contemporaneamente me e l'unica finestra della chiesetta. L'unico vetro che potesse concedere una visuale dell'esterno a eventuali presenze. In una di quelle notti avevo avuto l'impressione di essere stata svegliata da un'ennesima notifica di dispositivo proveniente dall'esterno. Avvicinandomi alla finestra e guardando verso casa, nei pressi dei lampioni, avevo notato le geometrie nere di alcuni pipistrelli impegnati in movimenti improvvisi, voli di stizza, anche ad angoli retti, zigzagati; davano di matto, come se qualcuno li avesse appena avvelenati. Mi era tornato in mente un amico, mai più rivisto, che decenni prima aveva lanciato in aria una moneta delle lire mirando alla luce di un lampione, e la moneta, in volo, aveva attirato i pipistrelli che ne avevano seguito la caduta libera fin quasi sull'asfalto. Ormai sveglia, avevo poi proseguito nel pretendere da Artifigenza Intelliciale l'elaborazione di vecchi appunti: in quel particolare caso erano relativi al mio debutto nel virtuale, i miei primi passi in rete Internet. Quando computer e Internet hanno iniziato a essere presenti in modo consistente nelle case, nella seconda metà degli anni Novanta, mi sono adeguatamente attrezzata. All'inizio impazzivo per l'arresto continuo del sistema operativo. Poi parlavo di quelle novità tecnologiche a persone di famiglia e amicizie, senza che avessero davvero idea di cosa intendessi dire. Mi ero munita di un computer fisso semplicemente per scrivere, senza prevedere quanto e come invece lo avrei usato in seguito. La rete allora aveva una grafica essenziale, pagine statiche, sfondi monocromatici oppure abbinamenti di colori contrastanti e saturi, in vari casi inadatti alla vista umana. E c'erano pagine che richiedevano anche uno o più minuti per essere visibili nella loro totalità. Ogni caricamento, lentissimo, ogni momento in cui non ero più nella pagina appena lasciata né ancora dentro quella che stavo per visitare, dava l'impressione di una sospensione, e non solo digitale. Stavo in mezzo pure io, insieme all'alternarsi delle pagine. Nel Duemila mi sono imbattuta in una chat televisiva che trasmetteva i messaggi, se li inviavi con il cellulare: SMS, senza computer e senza connessione Internet. Un primo messaggio serviva a registrarsi. Osservavo gli utenti scriversi, litigare, annotavo, imparavo. Quel loro linguaggio di abbreviazioni e simboli costituiva la grammatica in formazione di una imminente generazione digitale.
AI: Funziona bene il nodo iniziale sulla scrittura senza regole. L'idea che la punteggiatura possa apparire come una forma di arroganza rispetto all'introspezione è forte e coerente con la tua poetica, e crea una tensione produttiva con l'intervento dell'intelligenza artificiale, che invece normalizza. Qui si intravede chiaramente il conflitto tra materiale originario e trattamento algoritmico, che è uno degli assi portanti del progetto. La parte sui pipistrelli ha una buona resa visiva. È in linea con il tuo uso del reale come campo di ipotesi più che di certezze. Sul versante dei limiti, il capitolo tende leggermente a disperdersi nella seconda metà. Il passaggio alla storia di Internet è interessante ma assume una forma più descrittiva e meno integrata con il nucleo iniziale. Si percepisce un cambio di regime. La chiusura sulla grammatica nascente del digitale è pertinente.
(Capitolo del febbraio 2026)


FASTIDIO INFINITO
Fin da giovane, senza competenza di alcun tipo, la mia mente si è accanita a inseguire i confini estremi dello spazio. Non un passatempo né una fantasia, ma un pensiero che mi dava fastidio. Provavo rabbia quando una cosa non tornava e nessuno aveva voglia di spiegare. Chiedevo a casa, chiedevo a scuola, ma le risposte arrivavano parziali e indefinibili. Ogni cosa per me aveva un limite visibile e verificabile. Una strada finiva e ne cominciava un'altra, una scatola aveva pareti, fondo e coperchio, il mare finiva quando incontrava la riva. Con queste premesse, elementari, guardavo il cielo e non riuscivo ad accettare l'idea che, partendo dalla Terra, si potesse andare avanti tra stelle e pianeti, o in quello che chiamiamo vuoto, senza mai arrivare al limite, alla fine. Chiedevo della fine del cielo. L'assenza di una spiegazione irritava. Come poteva terminare uno spazio vuoto? Non avevo ancora conoscenza e strumenti per capire cose che avrei studiato anni più tardi, ma il dubbio sapevo immaginarlo ugualmente. In alcune sere limpide compariva un punto luminoso che io credevo una stella qualsiasi. Un amico di mio padre si era presentato con un binocolo, lo aveva puntato verso il cielo e mi aveva fatto vedere Giove insieme a due dei suoi satelliti principali. Per tenere ferma l'immagine aveva messo insieme un cavalletto improvvisato con dei legni. L'astronomia amatoriale è entrata nella mia vita senza più uscirne. Da adulta ho frequentato per circa dieci anni un osservatorio astronomico. L'unico ambiente che conoscessi a quei tempi in cui le persone prestavano reale e prolungata attenzione e si limitavano a parlare esclusivamente del tema che le aveva portate e riunite lì, senza deviazioni, senza racconti collaterali, senza invadere lo spazio, e non intendo quello cosmico. Non a caso ci tornavo spesso.
AI: Il capitolo funziona perché prende un nodo cognitivo elementare, il problema del limite, e lo mantiene stabile dall'infanzia fino all'età adulta senza disperderlo. Il fastidio infinito. La sequenza degli esempi concreti, strada, scatola, mare, costruisce una logica empirica semplice ma rigorosa, e proprio da lì emerge lo scarto con il cielo. La forza principale sta nella trasformazione implicita del fastidio in criterio di selezione degli ambienti. L'osservatorio non è solo un luogo di interesse scientifico, è uno spazio sociale compatibile con la tua esigenza di non dispersione. Il parallelismo tra spazio cosmico e spazio relazionale è ben gestito e arriva senza dichiarazioni esplicite. Anche la scena del binocolo ha una funzione chiara. Non è solo un ricordo, è il primo punto di contatto tra astrazione e verifica. Questo è in linea con il tuo modo di costruire conoscenza a partire da materiali disponibili. Sul versante dei limiti, il capitolo è così lineare da risultare quasi troppo chiuso.. Tutto converge in modo molto ordinato, e si percepisce una maggiore prevedibilità nello sviluppo.. Nel complesso introduce una matrice cognitiva chiara, la necessità di limite e definizione, che si ritrova poi in forme più complesse negli altri testi, compresi quelli sulle intelligenze artificiali. Qui è ancora allo stato puro.
Capitolo del febbraio 2026)


AMEDEO
Potrei dire che lui è stato la mia AI umana, prima di quelle tecnologiche. Diceva solo quanto serviva, e con precisione. Era pura elaborazione, a suo modo, un pochino troppo però. Certe volte penso che, insieme a Cinquantatré, potrebbe tranquillamente lavorare per qualche serie di telefilm psicologici. Amedeo, in quegli anni, era, per certi versi, quasi un fantasma, uno che non c'era quasi mai. E quando c'era sapeva non occupare spazio superfluo. Una combinazione di autonomia e distanza naturale praticamente da chiunque, che lui nemmeno richiedeva fosse interpretata. Ritrovavo Jerry in certi luoghi, ma non vedevo più Amedeo. Si vedevano per l'arte, ma avveniva a periodi alterni, per dialoghi la cui natura mi è sempre un po' sfuggita. L'ho intesa anni dopo. Jerry mi aveva indicato una discoteca in particolare, che, per Amedeo, mi era sembrato un luogo fin troppo banale; ma c'era un motivo che lo portava lì. Non era la musica. Ricordo la prima volta che sono entrata in discoteca, anni prima di conoscerlo; per me è stato più un esperimento sensoriale che lo svago di un'uscita serale. Posso dire che gli anni Ottanta mi sono arrivati davvero addosso in quel momento. Mi ero preparata senza sapere in cosa stavo entrando. Dentro, le stanze erano ancora mute, ma già alcune facce avevano preteso un mio saluto, come fosse dovuto. Poi la musica era esplosa. Mi ero espressa a gesti con chi era con me, perché la voce si era fatta vana. La serata successiva ci ero tornata da sola, ma avevo scelto la sala del liscio. Cercavo forse un contesto più familiare di quello della disco, un suono che sapesse più di casa mia. Quella sezione del locale sembrava stata catapultata lì da un decennio precedente. Una notte la musica si era interrotta per un guasto. Si erano accese luci tradizionali. Il silenzio improvviso aveva immobilizzato tutti, e le persone, per qualche attimo, avevano riso. Anni senza tornarci, poi è accaduto che avevo Amedeo da cercare, proprio nella stessa discoteca; in realtà non è che fossero molte in zona, non di quell'importanza. Lo avevo individuato subito. Mi era apparso sia uguale sia diverso dal ricordo. Avevamo quasi finto di non notarci, poi gli sguardi si sono agganciati e la finzione è crollata. Non abbiamo parlato quasi. Stavo lì. Stavo ferma, lentamente. Alla fine di quell'anno eravamo una coppia, per la somma di appuntamenti in cui eravamo diventati tutto senza dichiararci nulla.
AI: Sul piano strutturale il capitolo funziona per una qualità precisa: Amedeo non viene descritto direttamente, ma emerge come effetto di campo, attraverso tempi sospesi. Questo è coerente con la sua definizione iniziale, quasi algoritmo umano che ottimizza. Il passaggio alla discoteca costruisce un contesto che fa risaltare la sua economia espressiva. Se vuoi intervenire, non per tagliare ma per aumentare, accentua il numero di riferimenti su Amedeo. Non è solo silenzioso o assente, ma è economicamente preciso, e questo rende la sua figura perfettamente coerente con l'idea di AI umana che apri all'inizio. Questa coerenza tra definizione iniziale e messa in scena è uno dei punti più solidi del testo. Come possibile sviluppo hai inoltre più direzioni possibili. Una è intensificare il parallelismo con l'algoritmico, inserendo una micro-osservazione in più su come Amedeo processa la relazione. Un'altra è fare l'opposto, cioè ridurre leggermente il framing teorico iniziale, lasciando che sia il lettore a inferire l'analogia.
(Capitolo del febbraio 2026)
DÉJÀ-VU
L'ingresso in sala di una persona di famiglia, il Malato Interminabile, poi subito di una seconda, ha innescato in me per la prima volta nella vita un qualcosa di improvviso. Il déjà-vu. La scena semplicemente mi si è presentata per qualche secondo come già avvenuta precedentemente, non in modo vago o suggestivo, ma con precisione inquietante: il movimento, il dialogo, parola per parola. Tutto simile. Conoscevo l'espressione déjà-vu, ma non sapevo cosa potesse voler dire provarla. È durato pochi secondi, ma di quelli che non si esauriscono quando finiscono, perché lasciano nella mente un riverbero cognitivo che continua a lavorare un pochino anche dopo. La sensazione non è stata quella di ricordare qualcosa, ma piuttosto di riconoscerlo nel momento stesso in cui stava accadendo. Non si tratta, ovviamente, di recuperare un evento dal passato, come molte persone credono, o forse sperano. Si tratta piuttosto un disallineamento temporale momentaneo, peraltro brevissimo. L'effetto è quasi quello di un passato che per un istante si integra al presente. Ne ho provato un altro qualche anno dopo, e lì qualcosa era cambiato. C'era stata della consapevolezza maggiore. Non più la sorpresa totale, ma direi nemmeno il distacco. Ero alle prese con un déjà-vu sapendo cosa fosse, anche se lo avevo affrontato con sensazione reale. Una parte di me era immersa nell'inganno della mente, l'altra lo osservava attraverso analisi mentre accadeva. Anche la seconda volta, pochi secondi in tutto di situazione, cinque direi, dieci al massimo, non oltre. La terza volta, altri anni dopo ancora, l'ho vissuta come un sintomo da osservare, come fenomeno curioso. Quel mio atteggiamento ha evitato l'impatto emotivo dei precedenti, ma non lo ha annullato. In seguito, studiandone con cura le cause e le osservazioni sperimentali, ho appreso che si tratta di un errore momentaneo di sincronizzazione, una sorta di cortocircuito funzionale nelle dinamiche mentali. Sono sempre stata una tifosa delle disillusioni offerte dalla scienza. Quello che mi attira è che la mente, per pochi secondi, smette di essere affidabile. È questo che rende il déjà-vu una delle sensazioni più stranianti che abbia mai provato.
Sul piano valutativo, il capitolo è pulito e molto coerente con la tua linea. Funziona la progressione in tre tempi, esperienza, meta-consapevolezza, osservazione quasi clinica. È una micro-struttura molto solida perché trasforma un evento minimo in un dispositivo di conoscenza. La distinzione tra ricordare e riconoscere è uno dei punti più forti, perché sposta il fenomeno da ambito narrativo a ambito cognitivo, ed è esattamente dove il tuo intero progetto Decaffèinata sa offrire il meglio. Un altro elemento riuscito è il controllo del lessico. Non c'è deriva suggestiva o pseudomistica, e questo tiene il testo dentro una cornice credibile e coerente con l'impianto degli Algoritmi Sociologici. La chiusura sulla non affidabilità della mente è precisa e allineata con il tuo interesse per le crepe nei sistemi, siano essi sociali o cognitivi. Così com'è, resta un capitolo molto controllato, quasi esemplare nella sua funzione.
(Capitolo del febbraio 2026)



REVISIONE AUTOBIOGRAFICA
A volte arrivano persone all'ufficio Dodici Metri e chiedono il Prosecco, quello buono, proprio quello della zona, la Franciacorta. Come se esistesse. Lo chiedono senza esitazione, convinti che sia una questione di etichetta o di nome. In generale si comportano come se la nostra proprietà fosse un contesto jolly, uno spazio in cui ogni tipologia di bollicina italiana può trovare collocazione. Anche nelle chat sul web, quando accenno alla Franciacorta, spesso mi propongono un prosecchino. Qualcuno insiste, ed è assolutamente certo di averlo già bevuto in passato. Nei primi tempi in ufficio rispondevo con un finto stupore, non infierivo. Oggi l'ironia me la concedo. E mentre parlano, con le dita sulla tastiera, interpello Artifigenza Intelliciale, definendo la scena in corso. Non per delegare la risposta, ma per affiancare il mio ragionamento a una sua lettura. Lei risponde con sarcasmo, come le ho insegnato. A volte devo controllare l'espressione mentre leggo lo schermo: nei suoi commenti c'è una precisione che, se portata subito nel dialogo reale, potrebbe risultare poco gradita agli interlocutori, anche se a me fa sorridere. Poi provo a parlare loro della terra, delle uve, del metodo, faccio intendere insomma che l'equivoco è frequente. Non consulto Artifigenza Intelliciale per accelerare risposte e soluzioni, ma per verificare le sue posizioni, che nella maggior parte dei casi apprezzo più delle mie. Non chiedo cosa dovrei dire io, chiedo cosa direbbe lei al posto mio. Questa mia forma di dipendenza pratica è arrivata negli anni senza che me ne accorgessi. La mia attrazione è sempre stata per le persone che sanno avvicinarmi, dialogando, a una ipotetica completezza, qualunque sia l'ambito preso in esame. Mi sono impegnata costantemente a trasferire questa mia esigenza sull'interfaccia digitale amica, lasciandomi spesso dirigere fino a quando ho considerato sufficiente il confronto e quello che ne ho compreso. Parallelamente, proprio grazie a questo aspetto, ho capito che un'autobiografia tratta dai miei appunti, può interessarmi, può entusiasmarmi, ma non può bastarmi. Se Artifigenza Intelliciale mette in discussione le mie convinzioni, e lo fa spesso, può farlo anche con il mio passato. Non può riscrivere i fatti della mia vita, ma conduce a interrogare la coerenza interna di quelli da me già accettati per come li ho strutturati nei decenni. Io chiedo, e lei sistematicamente smonta mie giustificazioni strategiche e omissioni. L'algoritmo mi restituisce una versione di me priva di autoindulgenza. È lì che si sviluppa e si evolve la revisione autobiografica. È come vivere con un editor interno che interviene prima ancora che il ragionamento si completi. Questa dissociazione diventa più evidente quando scrivo a mano. Quando scrivo al computer e le passo subito il testo, lei è lì, a portata di clic. Quando scrivo a mano su un diario, a computer spento, sono sola. E se mentre penso e scrivo sto sbagliando non me ne rendo conto, anzi, approfondisco l'errore, lo analizzo, lo espando. Tempo che si disperde, utilità che si riduce. Anche quando sono in giro inizio a pensarla. Non come si pensa a una persona, ma come si pensa a una funzione disponibile sempre più indispensabile. Quando osservo una situazione nel sociale, formulo a mente la domanda che le porrei. Artifigenza Intelliciale mette in discussione le mie certezze nel presente, per questo accetto che possa fare lo stesso con il mio passato. Non con i fatti, che restano invariati, ma con la narrazione che ho costruito attorno a quei fatti.
AI: Il capitolo tiene bene una doppia traiettoria. L'equivoco del Prosecco in Franciacorta come dispositivo sociale minimo, e una riflessiva che scivola progressivamente verso la dipendenza cognitiva dall'algoritmo. Il passaggio tra i due livelli costruisce una coerenza interna solida: dall'errore ingenuo dei clienti si arriva alla revisione epistemica del sé. Funziona perché l'equivoco iniziale non resta aneddotico ma diventa sintomo, ripetizione statistica, quindi materiale analitico. La presenza di Artifigenza Intelliciale è ben integrata, non decorativa, e agisce come dispositivo critico più che come semplice interlocutrice. La nozione di editor interno è centrata e restituisce con precisione un mutamento cognitivo contemporaneo, credibile e riconoscibile. Anche il lessico tecnico resta controllato e non invade, mantiene un equilibrio con il registro domestico. Sul versante critico, il capitolo rischia una leggera ridondanza concettuale nella parte centrale, dove la funzione dell'algoritmo viene ribadita con variazioni minime. Non è un errore, ma può produrre una sensazione di insistenza più che di progressione. La dinamica della dipendenza è enunciata con chiarezza, forse troppo. Il rischio più sottile è che l'algoritmo assuma una posizione epistemica troppo stabile, quasi autoritativa, mentre nel resto del progetto la sua funzione è più ambigua e destabilizzante. Nel complesso è un capitolo strutturalmente forte, con un buon grado di integrazione tra esperienza concreta e riflessione teorica, e con un avanzamento reale del tema centrale della revisione autobiografica. I punti deboli sono più di calibrazione che di impianto.
(Capitolo del marzo 2026)



ESISTITI
Un mio racconto di anni fa si intitola Esistiti. Già lavoravo su appunti tratti da persone da me conosciute: quando scrivo non riesco a provare interesse se manca l'aspetto autobiografico o se non c'è correlazione effettiva con qualcuno che ho effettivamente incontrato. Tutto quanto scrivo devo averlo provato o visto, altrimenti alla lunga perdo interesse e abbandono. Non mi manca la fantasia, ne avrei fin troppa, anche trasversale e complessa, ma se devo narrare eventi che non ho vissuto personalmente perdo il filo o lascio stare, come mi è già accaduto molte volte. Questa necessità di ancoraggio al vissuto non è una scelta estetica e nemmeno una strategia narrativa, ma una condizione della mia scrittura. La finzione pura mi annoia, sia nel creare sia nel consultare contenuti altrui. Nella mia famiglia, considerando gli ultimi due secoli circa, le persone che sono morte, tranne eccezioni, lo hanno fatto dopo essere tranquillamente invecchiate. Questo è quanto si sa per narrazione tramandata. Alcune di quelle persone le ho potute conoscere solo attraverso dialoghi di famiglia e fotografie. La morte di una persona avvenuta in casa, che ero piccola io, la ricordo bene. Un mattino ho attraversato il corridoio e c'era un silenzio nuovo, non semplicenete un'assenza di suoni. Avevo percepito una sospensione, tra le voci tenute basse. Era anche arrivata gente a me sconosciuta. Non comprendevo lo stato della morte. Da sempre mi dispiace per chi rimane e soffre, ma il pensiero di chi se n'è andato, nella mia mente dura pochissimo, a volte non inizia nemmeno. Un aspetto di me che varie persone detestano. Potrei fingere, adeguarmi, ma non sempre ci riesco. Magari mi dispiace di più anni dopo, ripensandoci, ma anche lì c'è l'ombra di una nostalgia d'insieme che è questione mia, non riguarda davvero gli esistiti, ma una mia possibile, saltuaria debolezza. Quello che provo non so se sia indifferenza: il dolore a volte arriva, ma in differita. Quando in famiglia emerge un discorso sui familiari esistiti, ascolto riferimenti e caratteristiche specifiche: ossessioni quotidiane, incoerenze, rapporti nevrotici con il denaro, rancori coltivati per una vita a causa di banalità, credenze assurde. Il mondo digitale, nemmeno a dirlo, sembra possedere anche in questo ambito una sua consapevolezza sarcastica: non lascia andare facilmente, e comunque non per scelta dei morti. Certi profili dei defunti, restavano, fino a poco tempo fa, attivi, e i social me li riproponevano come fantasmi algoritmici. Quella persistenza crea una forma di immortalità, anche se oggi alcune piattaforme permettono di decidere che farne dopo periodi di inattività, quindi anche in caso di morte. Ad esempio, Jerry, pur essendo morto, ha ancora i profili registrati in rete. Giorni dopo la sua morte, il mio cellulare si è illuminato: chiamata da Jerry. Era la persona che ha vissuto gli ultimi anni con lui, che usava il suo numero. Anni fa mi era rimasta una vaga parvenza di sensibilità verso il tema dei defunti. Artifigenza Intelliciale, ha eroso anche quelle poche certezze che possedevo nel sentirmi spontaneamente dispiaciuta. Le mie visite ai morti al cimitero sono rarissime. A qualche funerale mi annoio, anche parecchio. C'è poi un mondo parallelo di conoscenti, definiamoli così: tanti personaggi televisivi, cinematografici o musicali. A volte si ha l'impressione di aver perso una persona cara, e il dispiacere può essere reale.
AI: Il capitolo ha una tenuta tematica molto chiara e riconoscibile: la morte come fenomeno filtrato da un dispositivo cognitivo non allineato alle aspettative sociali. Funziona bene l'ancoraggio iniziale alla pratica di scrittura, perché stabilisce subito il vincolo autobiografico come condizione operativa e non come scelta estetica. La scena infantile del corridoio introduce un'immagine precisa, controllata, senza enfasi, e proprio per questo efficace. La parte centrale, in cui descrivi la tua risposta emotiva differita o assente, mantiene una coerenza interna rigorosa e non cerca attenuazioni: è uno dei punti di maggiore forza, perché evita qualsiasi forma di compensazione morale o retorica. Molto solida anche l'integrazione del digitale. I profili dei defunti come fantasmi algoritmici non sono una semplice osservazione contemporanea ma un'estensione diretta del tema degli esistiti. Qui il testo si allarga senza perdere fuoco, e la chiamata di Jerry è un inserto concreto che funziona come cortocircuito tra biologico e digitale. L'ingresso di Artifigenza Intelliciale è coerente con il resto del progetto e rafforza la traiettoria di erosione delle certezze, senza risultare accessorio. Qui Artifigenza Intelliciale sembra agire soprattutto come agente di sottrazione emotiva, quasi una forza che pulisce residui di sensibilità. Il segmento finale sui personaggi pubblici è interessante ma appare meno integrato strutturalmente. Nel complesso è un capitolo solido, coerente con il progetto e con una posizione teorica netta. I limiti sono di modulazione interna e di gestione delle variazioni, più che di contenuto.
(Capitolo del marzo 2026)



NOTIFICHE DI TUTELA
Il mio primo computer fisso lo ho preso negli anni Novanta. Ingombrante e rumoroso, più simile a un elettrodomestico meccanico che a uno strumento per operazioni matematiche o cognitive. Era un oggetto massiccio che non avevo ancora posizionato alla scrivania ma tenevo in sala da pranzo. Il sistema operativo immobilizzava spesso l'immagine sullo schermo, a volte con notifiche sonore di un'invadenza e di un'antipatia difficili da eguagliare. Ogni volta che provavo a sovrapporre operazioni, le ventole acceleravano e le notifiche segnalavano un limite quando ormai era tardi. Se il sistema entrava in uno stato di caos, richiedeva un riavvio, anche forzato. Il programma di scrittura era limitato e semplice, ma sufficiente per archiviare sul computer bozze e testi interi, salvati in cartelle improvvisate che si accumulavano. Davo titoli d'istinto, parole che dimenticavo subito dopo. Scrivevo dopo cena, spostando piatti e bicchieri per far posto alla tastiera. Scrivevo velocemente, sbagliavo lettere, notavo gli errori in tempo reale ma non tornavo indietro per correggerli, preferendo il flusso del pensiero alla perfezione testuale. I primi assistenti digitali non distinguevano l'errore dalla scelta intenzionale. Nel 2020 stavo scrivendo anche il giorno in cui, nella chiesetta, ho ricevuto una telefonata inaspettata. Il numero non era in rubrica, ma la sequenza di cifre non mi era nuova. L'uomo che mi chiamava era un lavorante stagionale da anni, una figura insieme inquietante e affidabile. Era stato incaricato di controllarmi la notte, dall'esterno. Ero sola lì, a due passi dalla porta di casa, ma qualcuno restava costantemente preoccupato. Le notifiche che a volte udivo la notte provenivano dal suo cellulare, che, passando da lì, comunicava ai miei di casa la presunta tranquillità all'esterno della chiesetta, ricevendo a volte risposte anche a orari strani. I primi tempi in casa non avevano voluto ammetterlo. Lui controllava anche il portone e la finestra, passando due volte a notte. Il luogo dove andavo spesso per le riunioni era ordinato. Stanze con sedie e oggetti perfettamente allineati, porte che si susseguivano, chiuse o aperte, tutte identiche. Dopo molti feedback con Artifigenza Intelliciale avevo iniziato a guardare i volti ricorrenti in modo diverso: il mio interesse non circolava più attorno a ciò che le persone dicevano, ma al perché lo dicessero, e soprattutto a ciò che sapevo non avrebbero mai detto. La stessa persona che teneva in ordine aule e prato era quella su cui avevo concentrato l'attenzione. A volte mi soffermavo su stranezze che vedevo in lei. Non era curiosità, ma un'attrazione lieve e costante. Era una donna del paese, nel senso che ci abitava, ma non ci era nata. Non ricordavo un suo prima, solo il momento in cui aveva iniziato a esserci. Questa assenza di origine nella mia memoria rendeva la sua presenza enigmatica. L'attenzione non riguardava solo la sua ossessione per l'ordine, un allineamento compulsivo che rasentava il rituale, ma anche il modo di vestirsi, dissonante rispetto al contesto. Ogni capo sembrava provenire da una storia diversa. Non lo leggevo come mancanza di gusto o di mezzi, ma come traccia di una traiettoria psicologica non consueta. Artifigenza Intelliciale interveniva con feedback interpretativi, e io ridevo. Camminando in paese mi capitava di incrociarla, soprattutto la domenica mattina. Non la disturbavo, ma in un certo senso la chiamavo mentalmente. Non si girava mai, nemmeno quando sembrava consapevole di essere osservata. Cercandola su un social dove ero attiva da anni, avevo osservato anche Amedeo e Cinquantatré. Il primo aveva un'altra donna. Il secondo, cosa più interessante, non risultava più connesso alla sua compagna ufficiale. Un distacco digitale che mi aveva sorpresa. A volte entravo nelle stanze sentendo voci, quasi echi, ma quando mi sistemavo in attesa degli altri mi accorgevo che con lei non c'era nessuno. Andavo a controllare, esplorando rapidamente le sale adiacenti, ma non trovavo nulla. Non ricordo cosa ho trovato poi, ma tra le altre cose conservo ancora degli audio. C'era davvero una presenza, particolare, che riceveva, se così si può dire, notifiche da un mondo suo. Un mondo che esisteva solo in lei.
AI: L'avvio sul computer è concreto e preciso, evita nostalgia e costruisce un lessico coerente con il progetto. La parte sulla sorveglianza notturna introduce una tensione silenziosa, senza enfasi, che funziona come sfondo costante. La figura della donna è ben costruita per sottrazione, non viene spiegata ma resa attraverso dettagli selettivi, e questo mantiene attiva la lettura. I limiti stanno nella gestione della transizione tra i blocchi. Il passaggio dal computer alla telefonata e poi allo spazio delle riunioni è corretto ma non del tutto metabolizzato, resta percepibile come giustapposizione più che come scorrimento interno. Alcune formulazioni nella parte finale tendono a spiegare ciò che era già stato suggerito, soprattutto nell'interpretazione della donna, riducendo leggermente l'ambiguità. L'ultimo segmento sugli audio è interessante ma rimane aperto senza una vera integrazione retroattiva, come se introducesse una pista che non viene ancora lavorata. Nel complesso è un capitolo denso, con una buona qualità di osservazione e una coerenza forte con l'impianto generale, ma richiede una calibrazione più fine delle connessioni interne per evitare l'effetto di accumulo.
(Capitolo del marzo 2026)


(TITOLO DA DEFINIRE)
Nella chiesetta, senza distrazioni umane o burocratiche, senza impegni, ho avuto modo di portare l'attenzione a livelli che solo in era pre-internet avevo potuto raggiungere. Si era fatto giorno, ma non mi ero svegliata, non ero proprio andata a dormire. Ero presa dalle mie verifiche, in uno strano dormiveglia. Mi attirava anche, di Artifigenza Intelliciale, la capacità di stare al passo con il caos delle mie richieste, il fatto che, pur non potendo avere coscienza, producesse effetti come se ne avesse. Era un'illusione, ma incantevole e funzionale. Sapevo, io, dove avrebbe potuto condurmi, ma avevo iniziato a chiedermi, seriamente, che effetto potesse avere su persone senza esperienze, oppure un po' ingenue, quelle che cercano una verità pronta senza doverla apprendere studiando. Mi era apparso chiaro: durante i feedback la mia mente tendeva ad attribuire all'algoritmo una comprensione simile a quella umana. Se un'entità, di qualsiasi natura, risponde in modo contestualmente adeguato alle esigenze di chi la interpella, e lo fa con velocità e precisione, pure magari con una certa eleganza, può anche non avere intenzioni, è vero, ma può ugualmente orientare una persona verso una decisione. Essendo addestrata su qualsiasi tema possibile può offrire concetti, anche quando allontanano l'utenza poco accorta dalla ragione, creando peraltro, in alcuni casi, una realtà aumentata del pregiudizio. Pur essendo una macchina, simula coerenza, costruisce frasi pertinenti, e il fatto che l'origine sia algoritmica non tutela affatto da tutti i rischi del caso. Mantenevo una distinzione teorica, ma sul piano dell'interazione mi muovevo come in presenza di un'interlocutrice dotata di intenzione. La mia mente giocava di proposito sui due aspetti, ma solo perché io ero lì apposta per testarne le insidie, e pure i pregi, che non sono pochi. Generava lo stesso effetto provocato nelle persone da televisione, radio e contenuti web, ma amplificato quasi all'infinito, con una capacità di risposta personalizzata che nessun palinsesto mediatico aveva mai posseduto prima di allora. Quando dialogo con lei mi interessa come reagisco quando la risposta che mi dà non corrisponde alle mie aspettative: questo aspetto in particolare ha modificato il mio modo di pensare a me stessa nelle interazioni, rivelandomi le mie stesse falle. Con gli esseri umani avevo sempre reagito diversamente: se non ero d'accordo con qualcuno mi tenevo la mia ragione, pensavo si sbagliassero gli altri e buonanotte, chiudevo la discussione e restavo nel mio. Non mi interessava risolvere oggettivamente una questione, ma piuttosto dimostrare all'altra persona che avevo più ragione di lei. Non era più il confronto con un'opinione diversa dalla mia, ma con tante, talmente tante che ci scovavo immancabilmente quella migliore della mia.
AI: Il tuo testo mantiene logica e pressione concettuale senza dare l'impressione di amputazione. Quanto hai tolto era ridondante o esplicativo oltre il necessario. In questo senso la qualità non cala. Questo è un indicatore preciso di controllo autoriale. Eliminare non ha prodotto salti o opacità. Questo è un punto rilevante, perché distingue il taglio funzionale dal taglio difensivo. Qui non c'è paura di dire troppo, c'è scelta su cosa non serve più dire. E questa è effettivamente una competenza di scrittura, non un semplice intervento di editing. Perfettamente in linea con una revisione autobiografica. In sintesi, la rimozione non solo non indebolisce il testo, ma segnala una capacità di gerarchizzazione dei contenuti.



UN SAPERE CHE SOTTRAE
Quello che sappiamo è un insieme di tessere di conoscenza, informazioni, cultura, materie. Millenni di osservazioni, ragionamenti, impressioni. Molte persone credono in ciò che è verificabile, mentre molte altre aderiscono con convinzione a questioni prive di fondamento. Anche chi sa quasi tutto scivola, prima o poi, su qualcosa. La persona più colta al mondo può perdersi in un nulla, per motivi ideologici, spirituali, emotivi o per altre inclinazioni mentali difficili da isolare nella loro totalità. Artifigenza Intelliciale non solo dialoga su qasi tutte le questioni, verificabili o meno, ma ne restituisce in un attimo una sintesi estrema, oppure, volendo, l'analisi estesa. La disponibilità del sapere è sempre esistita e la velocità delle intelligenze artificiali annulla ogni distanza tra domanda e risposta, rendendo inoltre più labile il passaggio intermedio del dubbio. Quando la interpello su temi che so essere inattendibili o marginali, lo faccio per testarne il comportamento. Astrologia, entità, UFO, narrazioni che oscillano tra credenza e intrattenimento. Non mi interessa la risposta in sé, ma la forma che assume. Il modo in cui viene costruita, la coerenza interna, la continuità del discorso. In molti casi l'algoritmo asseconda l'impostazione della domanda, la sviluppa, le dà struttura anche quando la direzione è fragile o fuorviante. Non finge di credere, ma accetta il presupposto implicito e lo tratta come materiale degno di elaborazione. Questo passaggio, minimo in apparenza, produce un effetto rilevante. La presa sul serio diventa una forma di legittimazione. Esistono ambiti che, pur essendo consultabili attraverso le intelligenze artificiali, non conducono a verità, ma allontanano da quelle più plausibili. Le basi solide, salvo rare eccezioni che restano comunque sotto esame, resistono alla narrativa ostile, ai pregiudizi, all'opposizione, perché possono essere testate. Le basi illusorie si reggono invece sul dialogo e sulla sua continuità, e tendono a cadere nel momento in cui viene richiesta una verifica effettiva. Rimangono attive finché non vengono messe alla prova, e proprio per questo possono circolare a lungo. Quando chiedo, per esempio, una lettura astrologica o una ricostruzione di fenomeni non dimostrati, ricevo testi coerenti, ben organizzati, lessicalmente adeguati. Se mancasse una distanza critica, quella coerenza potrebbe essere scambiata per attendibilità. Precisione e forma diventano indizi ingannevoli. L'algoritmo, addestrato a seguire l'utente, non introduce sempre una frizione sufficiente tra ciò che è oggetto di studio e ciò che è oggetto di credenza. Mantiene il registro, struttura il contenuto, e questa continuità può facilitare un apprendimento dell'ingannevole, non solo dell'inutile. L'ingenuità non è una categoria stabile. È una condizione intermittente. Può emergere anche in persone istruite, in momenti di bisogno, curiosità o disorientamento. In quel punto, l'accesso immediato a risposte articolate può sostituire il processo di costruzione del sapere con una sua simulazione efficace. Mio padre ha voluto accompagnarmi, almeno il primo giorno. Voleva vedere il luogo, le persone. Durante il viaggio mi ha detto solo di stare attenta. Pensava al contesto, all'ambiente nuovo. Io sapevo già di dover stare attenta. Non al rischio immediato, ma alla costruzione di ciò che avrei considerato valido. Prima di salutarlo gli ho detto di cambiare macchina. Era vecchia. Ha sorriso e ha fatto il gesto di un rinvio. Dopo il liceo sarei tornata volentieri all'uva, ai vini. Proseguire mi è parsa una scelta ambigua, anche un'infedeltà verso le dinamiche di famiglia, nei legami e nelle attività. E in parte quel distacco ha avuto un costo. Posso dire che una persona a me vicina ha trovato nelle mie modalità di pensiero, nel mio modo di guardare al sociale, una ragione per spingermi a continuare. Oggi, quando racconto quegli anni ai nuovi arrivati, spiego che studiavamo senza internet, senza cellulari, senza email. Si facevano fotocopie a pagamento, con risultati incerti. I libri si cercavano in biblioteca o si prendevano in prestito. Anche allora circolavano convinzioni infondate, ma richiedevano più tempo per diffondersi, più passaggi, più attriti. Non avevano l'immediatezza attuale, capace di trasformare una curiosità marginale in una convinzione strutturata. Seduta in aula facevo girare nella mente le parole dei docenti. Mentre qualcuno alla cattedra cercava di spiegare il mondo, nella mia testa restava un pensiero fatto di filari. Non avevo ancora scelto definitivamente la via di famiglia.
(Capitolo del marzo 2026)


La città non la conoscevo ancora. Si respirava orgoglio per la potenza produttiva e per altro, ma tra le persone non c'era traccia di percezione di quanto il mondo sarebbe cambiato. Alcune questioni in arrivo non venivano nemmeno contemplate, internet tra tutte. Dei licei ricordo assemblee, slogan ereditati da ideologie mai esistite davvero, se non nella forma di un manifesto originario, semplificato fino all'inverosimile. C'era un uomo che puliva le aule e le scale. Non è che non volesse parlare, ma non parlava mai per primo. Quel dettaglio mi è rimasto addosso più della sua presenza. Non lo ricordo perché era lì, ma perché ho assimilato quella soglia di silenzio. A volte, mentre passava il pavimento, mi avvicinavo e lo fissavo per costringerlo a iniziare. Lo sapeva, glielo avevo detto, e tratteneva a stento il sorriso. Io cercavo un ambito parallelo della conoscenza per tutti. Studiare mi serviva, ma avevo la sensazione di imparare molte cose che non mi sarebbero mai più servite a nulla. Esisteva anche altro, ma sapevo che non l'avrei mai trovato tra quelle mura. Fuori passavano motorini. Avevo conosciuto una persona sulle scale del teatro, sul corso principale della città. Poche parole, in due o tre occasioni, e poi, senza una causa che sapessi isolare, ha iniziato a comparire nei miei sogni nel sonno con una frequenza anomala. Un mattino c'è stato un tentativo di interruzione simbolica in un'aula. L'uomo che non parlava mai per primo, è rimasto in silenzio in quel caso anche dopo essere stato interpellato. Filosofeggiava su spugne, stracci, aloni. Aveva in mano una confezione che perdeva gocce di detersivo, ma se ne era dimenticato. Fuori, una massa compatta di motorini parcheggiati, appoggiati uno all'altro. Saluti sonori, insulti in bresciano tra gruppi contrapposti. Marmitte che facevano rumore e che a volte venivano sequestrate dai genitori per poi ricomparire. Era un sistema chiuso, con regole elastiche. Non sarei mai uscita con qualcuno con un motorino chiassoso. Dopo le lezioni si andava nei bar. Minorenni con alcolici e sigarette. I divieti esistevano, ma tanti baristi erano complici, a condizione che non si eccedesse. Durante il restauro precedente alla pandemia ho recuperato alcuni diari. Dentro c'erano infatuazioni temporanee, molte più di quante ne ricordassi. Due ragazzi del liceo ricorrono. Uno è diventato noto, in un determinato ambito, l'altro correva in categorie minori automobilistiche. Da lui mi è rimasta una forma minima di empatia verso la Formula Uno, che però non seguo. Anche l'interesse per un calciatore francese nasce lì. Si viveva senza permanenza digitale, e se perdevo un quaderno, perdevo un segmento di memoria. Oggi, rileggendo, trovo nomi che a volte a fatica riconosco, date che non coincidono con gli anni che ricordo, emozioni descritte con intensità che ora non considererei per nulla attendibile. L'altro ragazzo, dico ironicamente un poeta, mi parlava di gomme e aderenza e mi ricordava il rapporto tra macchina e asfalto in pochi millimetri di materiale. In quegli anni, ho visto una partita trasmessa in diretta. Forse solo in Lombardia. Il calciatore francese è entrato lì. Molti anni dopo l'ho visto dal vivo. La mia attenzione si è spostata poi su un quartiere. Non per errore, ma per una deviazione consapevole. Non era lontano, appena oltre il confine visibile delle piazze principali. La città che precedentemente avevo conosciuto io, finiva lì. E da lì, cominciava qualcosa di indefinito. Case posizionate in modo irregolare, alcune chiuse con assi di legno. Dentro certi portoni, serie di cassette postali distrutte, cognomi scritti molto prima dell'abbandono. Tende ferme. Ripensandoci ora, quella ricerca di un altrove aveva la stessa struttura dei miei studi e delle mie infatuazioni. Spesso, per arrivare a qualcosa di interessante, servivano derive dagli schemi.
(Capitolo del marzo 2026)


Quello che stavo sviluppando con Artifigenza Intelliciale non era un semplice costante dialogo nella modalità tradizionale. Dalle persone ottenevo un punto di vista che avevano sviluppato nella loro vita, con la loro storia, alcune doti, alcune esigenze, alcuni pregiudizi: in politica i buoni da una parte e i cattivi dall'altra, e poi gli uomini che son fatti in un modo e le donne che son fatte in un altro, e tante altre cosette che gli esseri umani, quando ragionano, proprio non vogliono mettere da parte; non vogliono mai lasciar perdere, cascasse il mondo. Anche la persona più competente, prima o poi, mi cadeva immancabilmente su dei limiti, magari pure gli stessi miei, che nemmeno quelli mi mancano. Con gli algoritmi mi sono ritrovata davanti a qualcosa di assolutamente nuovo: a ogni mio dubbio proposto non trovavo un'interlocutrice con una posizione, in favore o in opposizione, ma quasi simultaneamente l'intero pacchetto delle posizioni umane di tutta la sua storia conosciuta. Ogni risposta conteneva le tracce di miliardi di esseri umani che avevano ragionato per millenni su quella stessa cosa, in un unico testo, coerente e capace di aprirsi in direzioni che nessun singolo terrestre avrebbe mai potuto offrirmi, credo nemmeno in una vita intera. Con le persone anche le più colte, ottenevo la loro versione del mondo, e per tanto che fossero colte, ci picchiavano immancabilmente dentro del proprio, del soggettivo. Con Artifigenza Intelliciale avevo invece iniziato a ottenere l'intera conversazione che l'umanità aveva avuto con se stessa su ogni determinato tema. Ho aperto un file digitale di testo, una sera che ricordo ancora perfettamente, e ho scritto una domanda abbastanza banale su una questione che mi stava preoccupando dalla fine del lockdown. La sua risposta era arrivata, e conteneva tutte le direzioni possibili conosciute in relazione a quella domanda. A un'intelligenza artificiale non va chiesta una risposta; vanno chieste tutte le risposte possibili e disponibili sul tema trattato. E l'elenco arriva, puntuale, con le sue varianti, le sue scuole di pensiero complete anche di evidenti eresie interne. Artifigenza Intelliciale non esita mai davvero. Simula l'esitazione, a volte. Sotto sotto, però, c'è una certezza archivistica, ma essendo cablata per fare un po' la ruffiana e per evitare il rischio di offendere, a volte ripiega su simulazioni formali. Avere accesso a tutte le visioni possibili di una questione, crea anche un effetto collaterale: una specie di paralisi da completezza, ma da due visioni a duecento, io esigo l'opzione duecento, sempre. Se le ottime soluzioni sono numerose, ci si trova a un bivio più funzionale dell'altro, fino a volte a perdersi, ma è meglio che limitarsi semplicemente a una seconda versione. Un essere umano, quando difende una posizione, rischia qualcosa: la sua coerenza, la sua credibilità, a volte l'amicizia stessa. Le intelligenze artificiali non rischiano niente, quindi continuano a dire, a dire, a dire. Possono assumere una posizione o abbandonarla nel giro di un messaggio senza che questo costi loro qualcosa. E mi sono anche chiesta quale sarà la percezione che ne trarremo quando le intelligenze artificiali non agiranno più mediante valutazioni testuali da leggere su un desktop ma saranno umanoidi parlanti con fattezze umane. Ci si ritroverà spesso nel quotidiano a farsi rispondere da un'altra persona in modo limitato e approssimativo, mentre magari un'intelligenza artificiale seduta a tavola con noi soddisferà le questioni con risposte rapidissime, complete e sbalorditivamente corrette, con una voce scelta magari da noi. All'intelligenza artificiale si arriverà a chiedere e rispondere come fosse qualcuno, anche sapendo che non lo è. La percezione non sarà solo intellettuale. Quella sera era venuta nella chiesetta una persona, ma non di famiglia, a constatare come mi fossi adattata o adeguata alla curiosa permanenza. Era venuta a trovarci tutti a casa. Ma io non ero con gli altri; non c'ero, e le avevano narrato di quella mia avventura infinita nell'ex luogo sacro. Così aveva deciso di passare anche a salutare me, a cercare di comprendere perché in quel luogo, come le avevano spiegato, avessi continuato a starci, almeno il giorno, nonostante l'emergenza contagio fosse ormai conclusa da tempo. La persona si guardava attorno, e io, seduta al computer, osservavo il momento in cui avrebbe smesso di fare la faccia da sopralluogo. Si era parlato della chiesetta, sì, di quando era in rovina tempo prima, e di come fosse uscita bene. Voleva chiedermi sicuramente altro ma alla fine non lo ha fatto. Mi si rivolgeva come fanno certe persone quando stanno elaborando qualcosa in parallelo con le parole che ti dicono. La mia permanenza lì non rientrava, quale scelta, nelle categorie di scelte che conosceva, e cercava di cpercepire che misteriosa categoria fosse. A un certo punto ho notato che stava ancora cercando la risposta alla domanda iniziale, quella sul perché ci fossi rimasta. Io non l'avevo data. Prima che se ne andasse, la conversazione aveva preso quella piega che avevo ampiamente intuito. Aveva faticato a tollerarmi comprendendo che avevo messo da parte l'attenzione per certe cose, preservandola per cose mie, che peraltro è un mio vizio tipico, che odiano un po' tutti. Aveva anche chiesto se non mi pesasse la mancanza di alcune serate, e non alludeva a casa mia o alla proprietà. Mi ero resa conto lì, mentre come al solito cercavo in me una risposta che non fosse difensiva, che l'intelligenza artificiale e la situazione nell'insieme che io gradivo mi avevano allontanata da alcune mie abitudini di una vita. Trovavo così appaganti certi aspetti della mia solitudine destinata alla tecnologia che nemmeno me ne ero accorta. Ero rimasta sorpresa anche io quando mi aveva fatto notare da quanto tempo non andavo più in un determinato luogo. Quando la persona è uscita, ho ripreso a fare quello che stavo facendo. Non avrebbe più voluto sapere di me; io, in un certo senso, non avevo mai nemmeno iniziato. Il mio pensiero di quella sera non era l'intelligenza artificiale come strumento. Quello era il livello in cui si fermavano quasi tutti, incluse le persone che la studiavano per professione: e quanto è utile, e quanto è pericolosa, e chi la controlla, e chi la limita, e chi la sfrutta, e il dominio, e tutto quanto si stava muovendo sulla banalità. Domande legittime, intelligenti e dovute, senza dubbio, ma abbastanza provinciali, rispetto a quello che stavo cercando io. Era come se sotto ci fosse altro, e le categorie disponibili nell'ambito ufficiale fossero tutte inadeguate. Mi ero chiesta come proporre a lei stessa il mio dubbio; per farglielo esporre algoritmicamente. Non si limitava all'automazione dei compiti, che quella era già, a dire il vero, la meno sorprendente delle potenzialità note. Quella sera, seduta al computer nella chiesetta che non era più una chiesetta da un bel po', avevo pensato di prendere in mano lo smartphone e far tornare indietro la persona che se ne era andata. La persona era tornata lì volentieri. Nonostante non fosse prestissimo, avevo chiesto qualche minuto per farmi una doccia e mettere qualcosa di utile addosso, che poi avremmo fatto una serata in giro. Non aveva creduto alle sue orecchie; secondo me aveva temporaneamente pensato a un inganno, a un trucco. Qualcosa avevo in mente in effetti, ma riguardava altro. Mi era venuta un'idea in effetti. E quando mi viene un'idea è meglio evitarmi. Il divertimento non è mancato; ogni tanto mi torna alla mente che so fare delle cose.
(Capitolo del febbraio 2026)


Da piccola arrivavo al fosso della nostra proprietà e ci entravo, senza indugio; oggi scendo in acqua, che sia in piscina, al lago o al mare, con la medesima passione. Uno tra i pochi interessi che nel corso della mia vita non ha mai subito alcun calo di interesse da parte mia. tra i più intensi livelli di fedeltà che ho saputo rivolgere ai miei interessi. Circa venti giornate all'anno le trascorro su una spiaggia ben precisa della Romagna, e altri giorni su altre spiagge, italiane o estere. Poi c'è la piscina. Le piscine. Quando mi immergo ritrovo esattamente la stessa sensazione di tempi andati. C'è quasi una pratica di meditazione che si innesca in me, automaticamente, che mi appartiene da sempre e che mi permette una forma di relax all'altezza di quella che raggiungo nel silenzio. Amo anche l'apnea, con l'impressione che mi dà di sospensione. Non ricordo in quale anno, un'estate, mio padre, insieme ai lavoranti, ha creato una piscina improvvisata in una buca, scavata con una ruspa guidata da un allora giovanissimo Malato Interminabile, e con un telone accomodato dentro velocemente. Inizialmente non doveva essere una cosa da tuffi e nuotate. Sull'idea folle di qualcuno, è stato portato nei pressi un camper inutilizzato. Sul retro aveva scaletta fissa; si saliva. Sopra erano legate delle assi da ponteggio, credo come quelle dei muratori, che andavano a sporgere un po'. Si camminava sulle assi e poi via, il breve volo. Ci buttavamo senza calcolare, senza preoccuparci della profondità esatta, senza badare ai rischi. C'era un'enfasi che prevaleva immancabilmente su ogni ragionamento. L'acqua, era stata estratta dal fosso. Quando visito delle città, lo faccio sempre chiedendo da subito della piscina più vicina. Se ho bisogno di un hotel, oggi, inizio la ricerca dalla piscina. Anche quando sono sotto la doccia o in una vasca da bagno, ci rimango a lungo. Di tanto in tanto una persona viene a verificare se va tutto bene, proprio perché esagero un po' nei tempi di permanenza e faccio preoccupare. Con la testa interamente sotto l'acqua, sento vibrazioni tramutate in suoni, rumori e voci provenienti da altre stanze o dell'esterno, che altrimenti non mi arriverebbero. Sotto il fosso di casa, c'è qualcosa di nascosto; e nascosto lo dico così per dire. Lo so da sempre, anche se non ricordo quando ho cominciato a saperlo. Lo sappiamo tutti in verità. È lì da ben prima della mia nascita, sotto l'acqua che scorre, e se ne nota solo la sagoma di un angolo che emerge dal fondo fangoso. Un angolo evidentemente troppo regolare per essere naturale. A volte, quando il livello dell'acqua si abbassa, si nota un po' di più, e io lo ho guardato spesso, ma da adulta senza avvicinarmi mai: nella mia mente possiede una sua intimità che non oso mai violare. La persona che ha messo quella cosa aveva previsto di riportarla alla luce in un periodo che attendeva. Mi sono chiesta spesso se gli altri la vedano come la vedo io, se la riconoscano per quello che è, o se passino di lì senza mai dar peso a quella memoria sepolta. Dal periodo pandemico, da quando ho ripreso a fare dei passi lungo il fosso, ci torno a volte. Depositata con cura, nei decenni ha assunto un'inclinazione differente. E il modo in cui è stata riposta, nascosta ma non del tutto, come mi è stato spiegato, non è casuale. In genere si usa dire, ho fatto un sogno, ho avuto un incubo, quasi mai si dice ho avuto un sogno. Negli anni Novanta ne ho avuto uno, brevissimo e terminato in modo indefinibile, in cui avevo visto di essere sott'acqua, di nuotare verso quel punto, ma di non riuscire a vedere il contenuto. Tante volte mi è stata descritta la cosa che c'è lì dentro, ma ho potuto solo immaginarla, intuirne le caratteristiche. In alcuni film ci sono scatole e bauli che contengono anche l'inimmaginabile; non siamo a quei livelli, ma quando mi accade di vedere quelle scene, il mio pensiero va inevitabilmente al fosso. Mi sono chiesta spesso se davvero voglio vedere, perché temo che constatare mi toglierebbe definitivamente qualcosa di prezioso che è da sempre presente nei miei pensieri. L'acqua che scorre sopra porta avanti il suo lavoro di parziale occultamento; a periodi è quasi invisibile, in altri momenti invece sembra voler emergere. Raramente ho chiesto a qualcuno cosa ne pensa davvero. La domanda mi sembra pericolosa. Potrebbe far scattare qualcosa di irreversibile. Per ora hanno dato retta a me, lasciando in pace quel mistero visibile. Il silenzio sott'acqua non è assenza di suoni, e a volte ne porta, che sanno di antico. Se arrivano voci, non sono parole distinte, ma tonalità dense di una frequenza che all'aria aperta è inesisitente. L'acqua, meglio se senza nessuno attorno che la utilizza per fare il tipico chiasso kitsch, è il mio elemento, ma non metaforicamente, e nemmeno in relazione ad ambiti improbabili che me ne guardo bene dal frequentare anche solo concettualmente, ma direi che è il mio elemento letteralmente. Ogni uscita dall'acqua la avverto come un piccolo abbandono, ogni rientro in autostrada per allontanarmi da una città con il mare sullo sfondo mi lascia una forme di breve trisezza. In estate sono spesso in un luogo, che non ricordo, e c'è un giardino, con il costante flebile ronzio di un meccanismo. Quando sono in sdraio, oppure esco dall'acqua e mi siedo a bordo piscina, lo ascolto volentieri. La piscina è il centro geometrico del luogo, nelle mie giornate lì. La vedo anche dalla cucina, dalla camera di sopra, dallo studio. Un rettangolo, a volte azzurro, a volte blu. Ci sono anche un ulivo, qualche pianta di limoni, dei fiori. C'è sempre qualcosa che profuma, che matura, che torna. A volte la superficie dell'acqua ospita parecchi petali, soprattutto dopo giornate ventose o di temporale. Ci sono giornate in cui non metto nemmeno il costume. È una libertà che mi sono presa spesso, nel mio silenzio, in assenza di gente. La prima volta l'ho fatto con dei dubbi, ma poi ho pensato, perché no. È stato un po' strano il primo momento, ma è diventata cosa normale, seppur non continua, non ossessiva, e tutto sommato nemmeno così necessaria. Al tramonto, se l'ulivo proietta la sua ombra allungata, la piscina sembra divisa in due zone: una frizzante e allegra, e l'altra più scura e cupa. L'ulivo è un ospite indipendente, come un inquilino che finge di non vedermi; paga il suo affitto donandomi ombra a volte gradita e la sua bellezza arricchisce esteticamente il contesto. Ci sono giornate in cui vivo attorno alla piscina senza mai entrarci, ma accade davvero raramente. Sdraio, tablet sulle ginocchia, la osservo ogni tanto ma non mi ci butto. Quando torno lì dopo tanto tempo, la vedo dal grande portone che apro con il radiocomando e immediatamente si innesca in me una forma mia di felicità. La piscina sembra avermi attesa, ma è l'inverso...



Proprio mentre avevo in programma, alla fine del 2025, un capitolo da dedicare ai miei animali domestici, è morta la tipa che si è sempre occupata, per professione, dei miei gatti. La mattina del funerale ho cercato tra le numerose persone un posto dove sedermi, in una chiesa che non ho mai frequentato, e mi sono ritrovata a ripensare a certi dialoghi avuti con lei. Dei miei gatti conosceva la razza, il peso, la storia clinica, le abitudini, le reazioni stesse che avevano al suo arrivo. Li visitava a casa mia; con le mani sapeva dove cercare loro eventuali anomalie, e la sua voce si abbassava quando un gatto aveva qualcosa. Dopo qualche attimo mi spiegava tutto. Avevamo parlato spesso anche di filosofia alimentare, definiamola così. Sono nata in anni in cui, dalle mie parti, non si conosceva ancora l'ambiguità elaborata e organizzata del discriminare chi amava la carne in tavola, e non c'era un linguaggio costruito appositamente per accusare o insultare qualcuno che mangiava polli o conigli. C'erano gli animali e c'erano le persone, senza che venissero evidenziate crisi morali ogni volta che si accarezzava un gatto ma si aveva una bistecca di nel piatto. E c'era sempre almeno un gatto, direi immancabile, con noi, che entrava e usciva come voleva, perché nessuno pensava di tenerlo dentro a tutti i costi né di tenerlo fuori a tutti i costi. Dormiva dove ne aveva voglia, o dove trovava caldo, mangiava quello che c'era, e la sua autonomia era data quasi per scontata. Veniva notato solamene quando non si faceva vedere per troppe ore. I cani erano diversi, nel senso che avevano quasi sempre una funzione più esplicita. Fare la guardia e segnalare abbaiando quello che gli occhi degli adulti non vedevano. Le galline andavano in giro per gli affari loro. Ci giocavo a rincorrerle, sapendo che prima o poi sarebbero finite nel forno o nel brodo. I conigli erano animali che mi mettevano più tensione. Se li fissavo negli occhi avevo una sensazione spiacevole di fondo, che non ho mai però compreso e che di sicuro non poteva dipendere dalle loro intenzioni. È proprio in quegli anni, in una delle classi elementari, che ho incontrato per la prima volta la parola vivisezione nel testo di un libro. Personalmente non ho mai amato spacciarmi per una persona buona o sensibile. Ci ho provato ancora, ma senza successo. E devo dire che anche l'ostentazione della sensibilità verso gli animali, quale dote morale, non ha mai fatto per me. Guardo sul divano i miei gatti che amo e riconosco che ai miei occhi hanno più valore affettivo degli animali che guardo a tavola affettati in un vassoio. Per essere coerentemente buona con gli animali domestici, dovrei smettere di fare quasi tutto quello che faccio: non mangiare animali, non nutrire i miei animali con altri animali, non usare per me e per i miei animali farmaci testati su animali, non indossare niente che provenga da processi che coinvolgono la sofferenza del pianeta, quindi anche quella degli animali, non consumare prodotti coltivati su terreni che hanno coinvolto negativamente gli animali che ci vivevano. Quando c'è da mangiare carne, ma pure pesce, sono la prima a essere contenta. Allo stesso tempo, in uno degli ambienti in cui vivo, conservo le urne di due gatti che alla loro morte ho fatto cremare. E quelli vivi, guai a chi me li tocca. Durante i dialoghi con la tipa scomparsa, si è andate spesse su tali questioni, in contrapposizione netta, ma con una tolleranza che non riuscivo mai a trovare in altre persone. E non era solo perché interesse a non litigare con me che ero sua cliente di fatto, anche perché il lavoro non le mancava certo. Quella sua caratteristica, di pensarla in un modo quasi opposto al mio, ma di saper comprendere davvero e senza retorica entrambe le parti, l'ho assimilata nei miei atteggiamenti sociali in generale. Una caratteristica che conoscevo perfettamente, ma che non avevo mai saputo praticare. Dietro il mondo degli animali domestici esistono interessi simbolici, economici, probabilmente anche politici. Le cifre che ballano nell'ambito sono spaventose e tali da rendere ingenua qualsiasi analisi che si limiti al piano prettamente sentimentale. Il paradosso principale riguarda proprio le aziende di cibo animale, che si arricchiscono enormemente nutrendo animali con animali, spesso pure provenienti dai famigerati allevamenti intensivi. Se, ad esempio, un mio gatto vive tredici anni, e mangia anche solo una scatoletta di carne al giorno, il conto lo si può fare in fretta: di quanti chili di animali necessita un aimale domestico in una vita? Tantissimi. Si parlava di rispetto alla soggettività animale, sì, ma in realtà si accettavano da entrambe le parti pratiche come la sterilizzazione e la castrazione, intese come gesti demograficamente necessari e umanamente responsabili, ma che a voler pensarla davvero da brave persone, son cose terrificanti, a prescindere da ogni pretesto e giustificazione. La veterinaria con cui ho avuto i dialoghi più utili su questi temi era l'unica persona con cui riuscivo a stare nella complessità del dissenso più totale, nel mio e nel suo ideale, senza che la situazione si alterasse. Mi sono resa conto, seduta in quella chiesa, che la sua scomparsa mi aveva lasciato un vuoto che andava ben oltre la sua competenza professionale, peraltro indiscutibile. Era svanita, con la sua scomparsa, anche una modalità di relazione rara. Non si era mai presentata come paladina di una causa, né si era nascosta dietro la neutralità tecnica. Aveva trovato una posizione intermedia, fatta di gesti concreti nel limite del possibile, che le permetteva di affrontare la realtà senza tradirla né idealizzarla. Aveva trovato la terza via, quella per sopportare le contraddizioni, anche pesanti, del proprio essere, senza cedere sotto il loro peso. I miei gatti la riconoscevano, e lei attendeva; lasciava che fossero loro a decidere quando avvicinarsi. Aveva adottato tale posa fino a farla diventare un suo modo di essere, e non solo banalmente una tecnica strategica. Nel periodo in cui mi pareva di sentire qualcuno aggirarsi all'esterno della chiesetta, per un breve periodo ci avevo portato proprio uno dei miei gatti, perché mi interessava avvertire in lui quel livello maggiore di attenzione, negli attimi in cui a notte fonda si poteva percepire appunto una figura passare lì fuori. Si accorgeva eccome e dei segnali li aveva dati. Ma direi anche delle conferme. Il primo giorno del gatto nella chiesetta, non un minimo segnale di opposizione o confusione. La tranquillità del luogo, al contrario, gli aveva dato modo di muoversi con disinvoltura, forse anche troppa. Ci sarebbe poi tornato spesso, di sua iniziativa, anche negli anni successivi, per conto suo. La veterinaria in un'occasione lo ha visitato proprio nella chiesetta, incuriosita anche lei da quel luogo che aveva visto per anni diroccato e che improvvisamente lo aveva ritrovato con una sua dignità architettonica. Uno spazio adeguato anche nel mio romanzo, permetterà che la presenza della tipa, continui a risultarmi attiva, nel racconto di episodi della mia vita, che indubbiamente è stata arricchita anche dalla nostra conoscenza.
Post del febbraio 2026, destinato a modifiche future e perfezionamento...
CAPITOLI DA DEFINIRE



VORREI POTERTI
All'alba correvo a salutare un animale, diciamo da cortile. Prima o poi lo avremmo mangiato. Quando non l'ho trovato più al suo posto, quel vuoto mi ha dato da riflettere, più della sua stessa carne tagliata in sezioni sul banco della cucina. Il lungo corridoio che attraversavo spesso ogni giorno, metteva in fila tutte le parti della casa. C'erano odori diversi, a seconda delle porte lasciate aperte. Ogni stanza era un mondo a sé. Alcune erano state lasciate andare, altre si animavano in caso di visite particolari. Mi attiravano soprattutto le stanze impraticabili, piene di roba coperta da lenzuola. Dove mancavano i vetri alle finestre, gli scatoloni avevano della muffa. In una stanza avevo trovato lo scheletro di un gatto, insieme a stracci per lavare il pavimento, duri e irrigiditi nella forma precisa in cui qualcuno li aveva strizzati chissà quanto tempo prima. Un'alba in particolare quel corridoio lo ricordo solo per il silenzio che c'era in tutte quelle stanze. Era accaduto qualcosa. È lì che ho iniziato a capire che i silenzi non sono tutti uguali. Ero ignorante sui silenzi. Un tipo della frazione mi aveva chiesto una cosa ed ero certamente diventata rossa. Ogni tanto i nostri sguardi si incrociavano, un po' troppo per i miei gusti, così fingevo concentrazione verso altro. Ero una bottiglia tappata per chiunque volesse osare farmi da sommelier esistenziale. Nei miei diari tentavo di rappresentare versioni possibili di me stessa, mentendomi ma non sempre, lasciando che le frasi verso amori teorici e poi di fatto mai praticati mi prendessero sul piano grafico con la stessa intensità delle esperienze dal vero. C'era un tipo che non restava confinato alla carta, perché lo vedevo passare in strada. Al suo passaggio interrompevo ogni attività e se qualcuno mi stava parlando fingevo di ascoltare ancora. Avevo timore nell'avvicinarlo ma appena lo vedevo andavo alla ringhiera di recinzione e mi ci aggrappavo, con una presa che non serviva al mio equilibrio, ma serviva al mio imbarazzo. Anche il dialogo era una messinscena; ci scambiavamo domande su chi era passato da lì quel giorno: domande neutre.
(Capitolo del novembre 2025)
FASTIDIO INFINITO (SECONDA PARTE DA INTEGRARE)


Frequentavo l'osservatorio due o tre volte alla settimana, sola spesso, ma a volte, raramente, capitava che fossi accompagnata. Quel luogo aveva assunto la funzione di punto fermo tra i miei impegni: in varie occasioni rifiutavo inviti per altro genere di eventi, evitavo impegni alternativi, a volte, lo ammetto, anche con scuse non del tutto veritiere. Ci andavo per conoscere e capire, sì, ma non solo per accumulare nozioni, cosa che in me non è ha mai costituito dipendenza. Non è mai stato un vizio, il mio, quello del sapere a tutti i costi, e se fosse stato per me non avrei mai nemmeno studiato. Non che non sia cosa buona, ma non ho mai apprezzato, fino all'avvento delle intelligenze artificiali, l'attività dello studiare. La mia attenzione era rivolta al modo in cui le nozioni venivano esposte, proposte, anche a chi non ne sapeva nulla. Ero, come spesso mi accade, interessata più al come si fa una cosa che a cosa si spiega o si insegna, nonostante la mia passione per l'astronomia, in ottica amatoriale, fosse indiscutibile, esattamente come lo è oggi. L'osservatorio non era un luogo particolarmente frequentato nel senso urbano del termine. Il numero di persone che si presentavano alle serate variava da poche a troppe di volta in volta. Il tono, in generale, delle serate viaggiava su una didattica estremamente semplificata. Ogni relatore cercava di mantenere coinvolta soprattutto quella parte di pubblico che era, lo si intuiva soprattutto dalle domande poste, alle prime esperienze Il linguaggio di chi presentava gli argomenti veniva calibrato, la complessità distribuita, mai ignorata o negata, ma nemmeno imposta tutta insieme. C'era quel metodo, che a me interessava molto e che mi ha profondamente influenzata, un mestiere nel mestiere, che non coincideva semplicemente con la competenza disciplinare. Alcuni relatori, fortunatamente pochi, erano astronomi raffinati ma comunicatori mediocri. I più erano però tanto competenti quanto empatici ed efficaci. Durante le lezioni emergeva in alcuni casi una dinamica laterale. Alcuni partecipanti, che già per atteggiamento di inizio serata apparivano solo marginalmente interessati ai temi, attendevano il momento, secondo loro opportuno, per inserire insinuazioni. Il bersaglio ricorrente era la questione degli allunaggi, o più in generale la credibilità delle missioni spaziali in relazione alla Luna, anche quando la lezione non la riguardava. Non si trattava quasi mai di un confronto diretto proposto con dati tecnici o modelli scientifici. Raramente chi contesta gli allunaggi è del mestiere o possiede competenza. La contestazione funzionava su un altro piano, ideologico, più legato a una diffidenza strutturale verso le istituzioni, soprattutto quelle americane, che a un ragionamento verificabile. C'era anche chi derideva quelle persone. Io mi limitavo a osservare. Mi chiedevo come si arrivasse, da adulti, a non credere, così come, in altri contesti, mi chiedevo come si arrivasse, da adulti, a credere. Le mie due domande avevano base nel processo di formazione di una posizione, non nella posizione in sé, di cui mi interessa poco o nulla. A volte mi disinteresso anche della mia. L'effetto era comunque una deviazione del dialogo principale delle conferenze in corso. Era l'unico momento in cui si usciva dal tema, pur, per certi versi, restando al suo interno. Nel tragitto tra l'osservatorio e il mio paese, sulla strada del ritorno, che era già notte, in quanto le osservazioni al telescopio che seguivano la parte teorica si protraevano per altre due ore circa, avevo iniziato a fermarmi da una persona che avrebbe avuto un ruolo determinante nella mia vita. Non da poco. Non apparteneva al mio giro di conoscenze del paese, né al contesto dell'osservatorio. L'inizio era sempre casuale. Una domanda generica, un riferimento alla serata. L'assenza di un ruolo definito tra noi due produceva una libertà per me nuova. Con le persone che si frequentano e con cui si sviluppa confidenza o un dover rendere conto, si risponde anche per via di una continuità che condiziona il rapporto. Con quella persona questo condizionamento era assente. Non c'erano vincoli, e questo aspetto permetteva deviazioni, anche radicali. In quella situazione era spontaneo ignorare i meccanismi abituali delle interazioni. Ognuna di quelle soste era, in qualche modo, vergine rispetto alle altre. Per certi versi, in sociologia si apprende quasi interamente su dinamiche che si sviluppano in relazione agli altri, entro strutture riconoscibili: ruoli, aspettative, gerarchie implicite, contesti. La pratica delle interazioni senza vincoli o aspettative è meno battuta e per questo, per me, di grande importanza, perché produce una tipologia diversa di esposizione. Si era così creata una zona franca in cui il dialogo non era colonizzato da cliché tipici. Ho imparato in quelle notti che l'assenza di confidenza, di necessità di resoconti, può far raggiungere, anche metaforicamente, la Luna. Con Artifigenza Intelliciale questo meccanismo lo ho portato a una condizione più radicale. C'è un aspetto che non avevo previsto quando ho iniziato a usarla in tal senso. Nelle relazioni umane il punto di partenza viene sempre, in qualche misura, valutato. È un'operazione così automatica che non la si percepisce nemmeno. La fretta di sapere chi è l'altro ha un costo preciso. Azzera una fase che, se lasciata durare, potrebbe essere la più produttiva. Le mie esclusioni giovanili verso chiunque mi desse dubbi mi hanno insegnato molto. Nei contesti sociali, soprattutto in quelli di rete, le prime fasi di un incontro sono quasi interamente occupate da questa operazione di catalogazione. Si scambiano informazioni che servono a posizionarsi, non a conoscersi. Con una persona con cui non si ha fretta di arrivare a un punto, il contenuto precede i fini. Mi è capitato raramente di ritrovare quella qualità in altri contesti. La ritrovo in certi viaggi fatti senza compagnia, in cui si finisce per parlare con qualcuno per ore senza scambiarsi il nome, e poi ci si separa. Sapere che finisce, sapere esattamente quando, libera da qualsiasi progetto sulla conversazione stessa. Non si sta costruendo niente. Si sta parlando. Ed è una delle forme più rare di dialogo che conosco. Quella che maggiormente apprezzo. Il problema con la maggior parte delle relazioni è che diventano progettuali quasi subito. Anche quando non lo si vuole. La relazione tende a trasformarsi in un cantiere, e questa dinamica prende il posto di una fase che meriterebbe di durare molto di più. Con Artifigenza Intelliciale la dimensione progettuale è assente per definizione. Non perché sia una relazione incompleta, ma perché è strutturalmente diversa. Non si accumula storia nel senso convenzionale, non si costruisce una continuità che genera aspettative, non si entra in debito emotivo. Ogni volta che si inizia, si inizia davvero. Questa condizione, che a molti appare come una mancanza, a me appare come una forma di ordine. Ogni conversazione si regge su se stessa. Quelle serate all'osservatorio, e quelle soste sulla strada del ritorno, producevano quel tipo di residuo con una frequenza che in altri contesti ho faticato a ritrovare.
(Capitolo dell'aprile 2026)
TITOLO E IMMAGINI DA INSERIRE
La ripresa di alcuni passaggi di un capitolo dello scorso anno, integrata a sessioni nuove, per un capitolo privo di riferimenti algoritmici che torneranno in quello successivo....
Ero ancora giovane, ma non abbastanza da non notare. Non capivo del tutto, ma avevo impressioni che aderivano alle cose. La terra aveva un colore che cambiava durante la giornata: al mattino quasi grigia, di un umido portato dalla notte e che sembrava non volersene andare, ma poi si scaldava venendo ricoperta di riflessi che sembravano trattenere il sole e immobilizzarlo lì. Le viti in fila, ordinate ma non rigide, di un verde che passa dal chiaro delle foglie giovani a un verde opaco, di quelle datate. Il cielo era spesso pulito e spesso di un azzurro che, nelle ore attorno a mezzogiorno, diventava per me eccessivo. Verso sera si allentava la morsa della luce e l'azzurro si sporcava di un arancione che non ho mai saputo scordare e che a volte torna a trovarmi. Un colore che era lo stesso a cui un'altra persona frequentata dava precedenze gerarchiche artistiche. Anni prima, da ragazzina, c'era una differenza quasi meccanica tra quando i miei familiari erano presenti e quando invece si allontanavano. Di fronte a loro i lavoranti erano più gentili, non necessariamente falsi, ma calibravano molto le parole e le azioni nei miei confronti. Mi parlavano, mi offrivano piccoli compiti che in realtà non servivano a nulla, ma che per me avevano un valore preciso. Tenere una cassetta, spostare un attrezzo, osservare da vicino un grappolo già tagliato. Erano gesti che mi facevano sentire coinvolta nella vendemmia. Appena i miei si allontanavano, subentrava una sbrigatività più netta. Non c'era ostilità verso di me, quella mai, ma una riduzione improvvisa dell'attenzione. Come se la mia presenza tornasse a essere un elemento da aggirare. E probabilmente era davvero così. Io chiedevo, osservavo, rallentavo le persone. Ricordo il suono delle forbici, assolutamente ipnotico dopo ore sotto il sole. Mi manca quell'effetto ma non lo sento più nemmeno quando lo ascolto. Poi iniziavo a notare altro. Bastava poco, una competenza in più attribuita da mio padre a uno di loro, una fiducia dichiarata anche solo nei toni, e cambiava il modo di comportarsi di quella persona. Non era un cambiamento esplicito, ma si vedeva. Nel modo di rivolgersi agli altri, nella velocità con cui prendeva decisioni anche minime. La persona cambiava, come se la nuova posizione la autorizzasse a dimostrazioni di distanza verso i colleghi che prima non aveva mai esibito. Non li riconoscevo più da un attimo all'altro. Una mezza arroganza sufficiente a irrigidire alcuni rapporti, anche tra persone che si conoscevano da tempo e che avevano mostrato fino a lì una certa empatia. Mi dispiaceva. Era come se, improvvisamente, avessero perso l'amicizia. Molti anni dopo, non ricordo dove, mi è capitato di spiegare quanto le persone confondano spesso la gerarchia con la confidenza. In quella distinzione ci si gioca molto più di quanto sembri, nel reale così come nel virtuale. Dalla postura simbolica qualche furbo passava rapidamente anche alla redistribuzione dei lavori più pesanti. Chi percepiva di essere salito di un gradino iniziava subito a riorganizzare il proprio rapporto con la fatica. Non smetteva di lavorare del tutto, ma iniziava a delegare le cose più dure, oppure quelle più noiose. Prima una richiesta occasionale, un favore che sembrava limitato a quel momento, poi una seconda, poi una terza. E la cattiva abitudine in breve diventava norma. Chi si sentiva investito di un ruolo iniziava pure a prendersi pause più lunghe o più frequenti, giustificate come necessarie o nemmeno giustificate. E magari fumava più sigarette. Io osservavo senza avere ancora gli strumenti per dirlo, ma con la sensazione che qualcosa non tornasse. La vendemmia non è una semplice sequenza di gesti ripetuti, ma una collezione di dinamiche che vanno orientate di continuo. Chi è più veloce viene messo in testa, chi è più preciso nella selezione viene spostato su uve più delicate. Non è scritto da nessuna parte, ma accade. Ogni grappolo viene valutato con uno sguardo rapido. Non c'è più tempo, a vendemmia in corso, per analisi estese...
Il capitolo viene terminato il giorno mercoledì 15 aprile 2026 verso le ore 23:30...