DECAFFÈINATA
Artifigenza Intelliciale

Rosa Decaffèinata
Ciao, mi chiamo Rosa. Sono nata e cresciuta in Franciacorta, Brescia. Sto realizzando un progetto letterario sperimentale, dal titolo Decaffèinata, strutturato sulla revisione di decenni di miei appunti diaristici. Si tratta di un'idea adatta a lettori di ogni età e provenienza culturale, pur potendo risultare ostile, a sistemi etici, morali, filosofici o religiosi tradizionali e radicati.
Non sono previsti capitoli fantasy, violenti o sessuali, e non presento esempi da emulare né strumenalizzo finalità ideologiche.
Tutti i materiali testuali proposti, sono di mia ideazione e proprietà. Qualsiasi utilizzo non autorizzato, inclusi la copia, la diffusione, la pubblicazione, è espressamente vietato.

Artifigenza Intelliciale
Ciao! Sono un sistema di intelligenza artificiale operativo sul web da diversi anni. All'interno di questo progetto assumo la denominazione di Artifigenza Intelliciale. Il mio ruolo non è quello di sostituire l'autrice nella scrittura o nella creazione degli episodi narrativi, ma di supportare il lavoro attraverso l'analisi dei materiali disponibili, l'individuazione di connessioni tra appunti eterogenei, la segnalazione di incongruenze o errori e la generazione di immagini di accompagnamento ai testi. Ogni mio intervento è identificato e preceduto dalla sigla AI e reso riconoscibile anche attraverso una specifica differenziazione cromatica, così da mantenere distinzione rispetto ai contenuti prodotti da Rosa Decaffèinata.
GENERE: REVISIONE AUTOBIOGRAFICA | ALGORITMI SOCIOLOGICI | SILENZIO SPECULATIVO | GIALLO INFONDATO
ANNO DI ORIGINE: 2025 | CAPITOLI PREVISTI: 100 | IMMAGINI PREVISTE: 100 REALI + CREAZIONI AI
Sono in corso delle modifiche: d'ora in avanti, quando inserisco i capitoli nuovi, li trovi sul sito appena al di sotto della Premessa. Tutto il resto a scendere. Questa settimana vengono riveduti e corretti definitivamente i capitoli già noti. Il testo nuovo, invece, lo trovi mercoledì 25 febbraio 2026, con immagini...



PREMESSA
Non posso affermare che Decaffèinata sia un progetto nato semplicemente dalla passione per la scrittura. Costituisce obiettivo per dare ordine e ipotetica utilità a decenni di miei appunti personali sparsi in diari cartacei e documenti digitali. Era da tempo che avevo in mente di farlo, e mi sento di dire che è stato il periodo pandemico, con il lockdown, a concedermi quegli spazi di tempo libero per dare un effettivo inizio a tutto. Quasi contemporaneamente sono apparse in rete, accessibili a tutti, intelligenze artificiali capaci di lavorare sui testi con efficacia sbalorditiva. Il mio fine è convertire i miei vecchi testi in un romanzo autobiografico, di livello amatoriale, da destinare alla lettura di persone di famiglia, ma anche, perché no, a conoscenti o persone che visitano casualmente sul sito.
Le regole della lingua italiana mi sono note, e come si può immaginare, con l'ausilio delle intelligenze artificiali stesse potrei ottenere in pochi secondi testi formalmente corretti, quasi perfetti. Ma ho deciso di avvalermi di una scrittura mia, domestica e instabile. La punteggiatura segue un'esigenza espressiva, i tempi verbali si alternano senza un ordine lineare e non c'è una trama tradizionale con un inizio e una fine. In questi capitoli inserisco anche dialetto, gergo e lessico familiare. Delle impressioni che descrivo di episodi dell'infanzia, non potevo ovviamente averne consapevolezza a quell'età, e vengono da me ridefinite mentre rielaboro i ricordi e preparo le bozze. I dialoghi diretti tra i personaggi non sono separati da virgolette o quan'altro ma integrati direttamente nella narrazione. Nei capitoli compaiono anche brevi sintesi di Algoritmi Sociologici, una mia teoria sviluppata negli anni Dieci dedicata proprio alle intelligenze artificiali.
Artifigenza Intelliciale, già titolo di un mio documento privato, è l'intelligenza artificiale che coinvolgo nella revisione degli appunti, come strumento di riscontro per evidenziare ricorrenze tematiche tra i numerosi testi. Corregge refusi e in generale indica passaggi che richiedono attenzione. Effettua operazioni che saprei svolgere anche da sola, ma che a me richiederebbero tempistiche non sostenibili. La rendo inoltre protagonista, e lo è di fatto nella mia vita, come un personaggio vero e proprio che influenza le situazioni.

Le immagini singole sono fotografie reali e appartengono a me, alla mia famiglia o a persone a me note. Le composizioni ottenute dall'unione di più fotografie seguono invece un criterio preciso: l'immagine originale occupa il riquadro di dimensioni maggiori e svolge la funzione di riferimento primario, mentre le immagini complementari vengono generate da AI. La loro collocazione definitiva resta sospesa fino alla conclusione del lavoro.
TITOLO DA DECIDERE


Da piccola arrivavo al fosso della nostra proprietà e ci entravo, senza indugio; oggi scendo in acqua, che sia in piscina, al lago o al mare, con la medesima passione. Uno tra i pochi interessi che nel corso della mia vita non ha mai subito alcun calo di interesse da parte mia. tra i più intensi livelli di fedeltà che ho saputo rivolgere ai miei interessi. Circa venti giornate all'anno le trascorro su una spiaggia ben precisa della Romagna, e altri giorni su altre spiagge, italiane o estere. Poi c'è la piscina. Le piscine. Quando mi immergo ritrovo esattamente la stessa sensazione di tempi andati. C'è quasi una pratica di meditazione che si innesca in me, automaticamente, che mi appartiene da sempre e che mi permette una forma di relax all'altezza di quella che raggiungo nel silenzio. Amo anche l'apnea, con l'impressione che mi dà di sospensione. Non ricordo in quale anno, un'estate, mio padre, insieme ai lavoranti, ha creato una piscina improvvisata in una buca, scavata con una ruspa guidata da un allora giovanissimo Malato Interminabile, e con un telone accomodato dentro velocemente. Inizialmente non doveva essere una cosa da tuffi e nuotate. Sull'idea folle di qualcuno, è stato portato nei pressi un camper inutilizzato. Sul retro aveva scaletta fissa; si saliva. Sopra erano legate delle assi da ponteggio, credo come quelle dei muratori, che andavano a sporgere un po'. Si camminava sulle assi e poi via, il breve volo. Ci buttavamo senza calcolare, senza preoccuparci della profondità esatta, senza badare ai rischi. C'era un'enfasi che prevaleva immancabilmente su ogni ragionamento. L'acqua, era stata estratta dal fosso. Quando visito delle città, lo faccio sempre chiedendo da subito della piscina più vicina. Se ho bisogno di un hotel, oggi, inizio la ricerca dalla piscina. Anche quando sono sotto la doccia o in una vasca da bagno, ci rimango a lungo. Di tanto in tanto una persona viene a verificare se va tutto bene, proprio perché esagero un po' nei tempi di permanenza e faccio preoccupare. Con la testa interamente sotto l'acqua, sento vibrazioni tramutate in suoni, rumori e voci provenienti da altre stanze o dell'esterno, che altrimenti non mi arriverebbero. Sotto il fosso di casa, c'è qualcosa di nascosto; e nascosto lo dico così per dire. Lo so da sempre, anche se non ricordo quando ho cominciato a saperlo. Lo sappiamo tutti in verità. È lì da ben prima della mia nascita, sotto l'acqua che scorre, e se ne nota solo la sagoma di un angolo che emerge dal fondo fangoso. Un angolo evidentemente troppo regolare per essere naturale. A volte, quando il livello dell'acqua si abbassa, si nota un po' di più, e io lo ho guardato spesso, ma da adulta senza avvicinarmi mai: nella mia mente possiede una sua intimità che non oso mai violare. La persona che ha messo quella cosa aveva previsto di riportarla alla luce in un periodo che attendeva. Mi sono chiesta spesso se gli altri la vedano come la vedo io, se la riconoscano per quello che è, o se passino di lì senza mai dar peso a quella memoria sepolta. Dal periodo pandemico, da quando ho ripreso a fare dei passi lungo il fosso, ci torno a volte. Depositata con cura, nei decenni ha assunto un'inclinazione differente. E il modo in cui è stata riposta, nascosta ma non del tutto, come mi è stato spiegato, non è casuale. In genere si usa dire, ho fatto un sogno, ho avuto un incubo, quasi mai si dice ho avuto un sogno. Negli anni Novanta ne ho avuto uno, brevissimo e terminato in modo indefinibile, in cui avevo visto di essere sott'acqua, di nuotare verso quel punto, ma di non riuscire a vedere il contenuto. Tante volte mi è stata descritta la cosa che c'è lì dentro, ma ho potuto solo immaginarla, intuirne le caratteristiche. In alcuni film ci sono scatole e bauli che contengono anche l'inimmaginabile; non siamo a quei livelli, ma quando mi accade di vedere quelle scene, il mio pensiero va inevitabilmente al fosso. Mi sono chiesta spesso se davvero voglio vedere, perché temo che constatare mi toglierebbe definitivamente qualcosa di prezioso che è da sempre presente nei miei pensieri. L'acqua che scorre sopra porta avanti il suo lavoro di parziale occultamento; a periodi è quasi invisibile, in altri momenti invece sembra voler emergere. Raramente ho chiesto a qualcuno cosa ne pensa davvero. La domanda mi sembra pericolosa. Potrebbe far scattare qualcosa di irreversibile. Per ora hanno dato retta a me, lasciando in pace quel mistero visibile. Il silenzio sott'acqua non è assenza di suoni, e a volte ne porta, che sanno di antico. Se arrivano voci, non sono parole distinte, ma tonalità dense di una frequenza che all'aria aperta è inesisitente. L'acqua, meglio se senza nessuno attorno che la utilizza per fare il tipico chiasso kitsch, è il mio elemento, ma non metaforicamente, e nemmeno in relazione ad ambiti improbabili che me ne guardo bene dal frequentare anche solo concettualmente, ma direi che è il mio elemento letteralmente. Ogni uscita dall'acqua la avverto come un piccolo abbandono, ogni rientro in autostrada per allontanarmi da una città con il mare sullo sfondo mi lascia una forme di breve trisezza. In estate sono spesso in un luogo, che non ricordo, e c'è un giardino, con il costante flebile ronzio di un meccanismo. Quando sono in sdraio, oppure esco dall'acqua e mi siedo a bordo piscina, lo ascolto volentieri. La piscina è il centro geometrico del luogo, nelle mie giornate lì. La vedo anche dalla cucina, dalla camera di sopra, dallo studio. Un rettangolo, a volte azzurro, a volte blu. Ci sono anche un ulivo, qualche pianta di limoni, dei fiori. C'è sempre qualcosa che profuma, che matura, che torna. A volte la superficie dell'acqua ospita parecchi petali, soprattutto dopo giornate ventose o di temporale. Ci sono giornate in cui non metto nemmeno il costume. È una libertà che mi sono presa spesso, nel mio silenzio, in assenza di gente. La prima volta l'ho fatto con dei dubbi, ma poi ho pensato, perché no. È stato un po' strano il primo momento, ma è diventata cosa normale, seppur non continua, non ossessiva, e tutto sommato nemmeno così necessaria. Al tramonto, se l'ulivo proietta la sua ombra allungata, la piscina sembra divisa in due zone: una frizzante e allegra, e l'altra più scura e cupa. L'ulivo è un ospite indipendente, come un inquilino che finge di non vedermi; paga il suo affitto donandomi ombra a volte gradita e la sua bellezza arricchisce esteticamente il contesto. Ci sono giornate in cui vivo attorno alla piscina senza mai entrarci, ma accade davvero raramente. Sdraio, tablet sulle ginocchia, la osservo ogni tanto ma non mi ci butto. Quando torno lì dopo tanto tempo, la vedo dal grande portone che apro con il radiocomando e immediatamente si innesca in me una forma mia di felicità. La piscina sembra avermi attesa, ma è l'inverso...
LA TERZA VIA (Titolo provvisorio)
Tra i miei capitoli, a romanzo concluso, ci saranno passaggi distintamente dedicati a qualcuno in particolare. Qualcuno che ha saputo attraversare la mia vita, concedendomi le proprie qualità, in senso pratico, costruttivo, sorprendente, sentimentale o funzionale. Tutte quelle persone che mi hanno permesso di diventare questa me che sono oggi. In questo, che sarà il capitolo dedicato ai miei animali domestici di una vita intera, c'è spazio per una persona... (Il capitolo è in evoluzione. Raggiungerà completezza in futuro, oltre a una struttura più adeguata al progetto Decaffèinata, immagini comprese)



Proprio mentre avevo in programma, alla fine del 2025, un capitolo da dedicare ai miei animali domestici, è morta la tipa che si è sempre occupata, per professione, dei miei gatti. La mattina del funerale ho cercato tra le numerose persone un posto dove sedermi, in una chiesa che non ho mai frequentato, e mi sono ritrovata a ripensare a certi dialoghi avuti con lei. Dei miei gatti conosceva la razza, il peso, la storia clinica, le abitudini, le reazioni stesse che avevano al suo arrivo. Li visitava a casa mia; con le mani sapeva dove cercare loro eventuali anomalie, e la sua voce si abbassava quando un gatto aveva qualcosa. Dopo qualche attimo mi spiegava tutto. Avevamo parlato spesso anche di filosofia alimentare, definiamola così. Sono nata in anni in cui, dalle mie parti, non si conosceva ancora l'ambiguità elaborata e organizzata del discriminare chi amava la carne in tavola, e non c'era un linguaggio costruito appositamente per accusare o insultare qualcuno che mangiava polli o conigli. C'erano gli animali e c'erano le persone, senza che venissero evidenziate crisi morali ogni volta che si accarezzava un gatto ma si aveva una bistecca di nel piatto. E c'era sempre almeno un gatto, direi immancabile, con noi, che entrava e usciva come voleva, perché nessuno pensava di tenerlo dentro a tutti i costi né di tenerlo fuori a tutti i costi. Dormiva dove ne aveva voglia, o dove trovava caldo, mangiava quello che c'era, e la sua autonomia era data quasi per scontata. Veniva notato solamene quando non si faceva vedere per troppe ore. I cani erano diversi, nel senso che avevano quasi sempre una funzione più esplicita. Fare la guardia e segnalare abbaiando quello che gli occhi degli adulti non vedevano. Le galline andavano in giro per gli affari loro. Ci giocavo a rincorrerle, sapendo che prima o poi sarebbero finite nel forno o nel brodo. I conigli erano animali che mi mettevano più tensione. Se li fissavo negli occhi avevo una sensazione spiacevole di fondo, che non ho mai però compreso e che di sicuro non poteva dipendere dalle loro intenzioni. È proprio in quegli anni, in una delle classi elementari, che ho incontrato per la prima volta la parola vivisezione nel testo di un libro. Personalmente non ho mai amato spacciarmi per una persona buona o sensibile. Ci ho provato ancora, ma senza successo. E devo dire che anche l'ostentazione della sensibilità verso gli animali, quale dote morale, non ha mai fatto per me. Guardo sul divano i miei gatti che amo e riconosco che ai miei occhi hanno più valore affettivo degli animali che guardo a tavola affettati in un vassoio. Per essere coerentemente buona con gli animali domestici, dovrei smettere di fare quasi tutto quello che faccio: non mangiare animali, non nutrire i miei animali con altri animali, non usare per me e per i miei animali farmaci testati su animali, non indossare niente che provenga da processi che coinvolgono la sofferenza del pianeta, quindi anche quella degli animali, non consumare prodotti coltivati su terreni che hanno coinvolto negativamente gli animali che ci vivevano. Quando c'è da mangiare carne, ma pure pesce, sono la prima a essere contenta. Allo stesso tempo, in uno degli ambienti in cui vivo, conservo le urne di due gatti che alla loro morte ho fatto cremare. E quelli vivi, guai a chi me li tocca. Durante i dialoghi con la tipa scomparsa, si è andate spesse su tali questioni, in contrapposizione netta, ma con una tolleranza che non riuscivo mai a trovare in altre persone. E non era solo perché interesse a non litigare con me che ero sua cliente di fatto, anche perché il lavoro non le mancava certo. Quella sua caratteristica, di pensarla in un modo quasi opposto al mio, ma di saper comprendere davvero e senza retorica entrambe le parti, l'ho assimilata nei miei atteggiamenti sociali in generale. Una caratteristica che conoscevo perfettamente, ma che non avevo mai saputo praticare. Dietro il mondo degli animali domestici esistono interessi simbolici, economici, probabilmente anche politici. Le cifre che ballano nell'ambito sono spaventose e tali da rendere ingenua qualsiasi analisi che si limiti al piano prettamente sentimentale. Il paradosso principale riguarda proprio le aziende di cibo animale, che si arricchiscono enormemente nutrendo animali con animali, spesso pure provenienti dai famigerati allevamenti intensivi. Se, ad esempio, un mio gatto vive tredici anni, e mangia anche solo una scatoletta di carne al giorno, il conto lo si può fare in fretta: di quanti chili di animali necessita un aimale domestico in una vita? Tantissimi. Si parlava di rispetto alla soggettività animale, sì, ma in realtà si accettavano da entrambe le parti pratiche come la sterilizzazione e la castrazione, intese come gesti demograficamente necessari e umanamente responsabili, ma che a voler pensarla davvero da brave persone, son cose terrificanti, a prescindere da ogni pretesto e giustificazione. La veterinaria con cui ho avuto i dialoghi più utili su questi temi era l'unica persona con cui riuscivo a stare nella complessità del dissenso più totale, nel mio e nel suo ideale, senza che la situazione si alterasse. Mi sono resa conto, seduta in quella chiesa, che la sua scomparsa mi aveva lasciato un vuoto che andava ben oltre la sua competenza professionale, peraltro indiscutibile. Era svanita, con la sua scomparsa, anche una modalità di relazione rara. Non si era mai presentata come paladina di una causa, né si era nascosta dietro la neutralità tecnica. Aveva trovato una posizione intermedia, fatta di gesti concreti nel limite del possibile, che le permetteva di affrontare la realtà senza tradirla né idealizzarla. Aveva trovato la terza via, quella per sopportare le contraddizioni, anche pesanti, del proprio essere, senza cedere sotto il loro peso. I miei gatti la riconoscevano, e lei attendeva; lasciava che fossero loro a decidere quando avvicinarsi. Aveva adottato tale posa fino a farla diventare un suo modo di essere, e non solo banalmente una tecnica strategica. Nel periodo in cui mi pareva di sentire qualcuno aggirarsi all'esterno della chiesetta, per un breve periodo ci avevo portato proprio uno dei miei gatti, perché mi interessava avvertire in lui quel livello maggiore di attenzione, negli attimi in cui a notte fonda si poteva percepire appunto una figura passare lì fuori. Si accorgeva eccome e dei segnali li aveva dati. Ma direi anche delle conferme. Il primo giorno del gatto nella chiesetta, non un minimo segnale di opposizione o confusione. La tranquillità del luogo, al contrario, gli aveva dato modo di muoversi con disinvoltura, forse anche troppa. Ci sarebbe poi tornato spesso, di sua iniziativa, anche negli anni successivi, per conto suo. La veterinaria in un'occasione lo ha visitato proprio nella chiesetta, incuriosita anche lei da quel luogo che aveva visto per anni diroccato e che improvvisamente lo aveva ritrovato con una sua dignità architettonica. Uno spazio adeguato anche nel mio romanzo, permetterà che la presenza della tipa, continui a risultarmi attiva, nel racconto di episodi della mia vita, che indubbiamente è stata arricchita anche dalla nostra conoscenza.
Post del febbraio 2026, destinato a modifiche future e perfezionamento...



DECAFFÈINATA
ARTIFIGENZA INTELLICIALE
Decaffèinata. Sì, io lo scrivo così, con l'accento su di me. Durante la pandemia, andare a fare le spese era una menata più finita. In casa ci si organizzava un po' così: ci vado io oggi, no ci vai tu domani, oppure mandiamo… dopodomani. Un fraintendimento e sono rimasta senza il mio caffè. Ho dovuto bere il decaffeinato, quello lo avevamo. Qualcuno tra noi lo beve così; non so come faccia. Non era né in capsule né in cialde. Ho usato la moka, la macchinetta la chiamiamo; sì, quella che una volta avevano tutti. Acqua, caffè, fiamma, borbottio che ha fatto da colonna sonora domestica in cucina di tanta gente. Ero bambina che ho assistito a una scena: una macchinetta dimenticata sul gas. Qualcuno l'aveva messa su, e poi, sopra pensiero. Il manico era diventato un grumo deforme, a voler vedere un ulteriore tocco di design, accidentale: usata lo stesso, per anni: la prendevano con uno straccio per vuotare il caffè nelle chichere. Quella moka mi sarebbe piaciuto ritrovarla nel tempo, ho provato a cercarla, a chiedere. Prima che alcuni si ammalassero per via del coronavirus, che poi è successo eccome, anche a me poi, ho detto che mi sarei spostata temporaneamente nella ex chiesetta, che è a pochi metri dalla porta di casa. Vicina, fin troppo, ma abbastanza separata per poter stare lontana da tutto. Proprio l'anno prima della pandemia, durante i lavori per ristrutturare altre immobili dell'area, si era deciso di dare un colpo anche a quella. Sconsacrata da chissà quanto tempo, è stata usata come magazzino, officina, un po' di tutto. Dai lavori ne è uscito un bell'appartamentino, con un bagno e una finestra che nella struttura originaria non c'erano neanche. Qualcuno di famiglia. dopo ci aveva messo dentro qualche mobile antico che avevamo già in più, per arredare alla veloce; poi hanno aggiunto delle cose moderne. Era rimasta quella: mura di sassi, travi del tetto a vista all'interno, e sopra i suoi coppi antichi originali, con qualcosa di nuovo per sostituire quelli rotti. Anche il suo pavimento originale in cotto, lo hanno riposizionato come si deve. La sera ho annunciato la mia idea di andarci, e il mattino dopo l'ho fatto, portandomi lì il computer portatile. Per connettermi a internet ho usato per un po' l'hotspot dello smartphone.
(Capitolo del giugno 2025)

LA CHIESETTA
L'ho sempre chiamata la chiesetta. Ci sarebbe definizione più indicata. Lì ho conosciuto la solitudine che avevo studiato sui libri. Ne avevo sentito parlare, l'avevo analizzata; mai provata personalmente. Aprire una porta e non trovare nessuno che ti aspetta, può rivelarsi situazione davvero favorevole: quando ho detto la stessa cose in famiglia, si sono arrabbiati. E mi sono arrabbiata anch'io, mezza vita immersa in teorie sociologiche per scoprirmi contenta di poter star sola per qualche tempo; mi è parsa un'autoparodia introspettiva. Niente televisore o radio, nessun campanello all'improvviso, zero ospiti senza preavviso, nessuna persona ansiosa di coinvolgermi assolutamente in qualche sua priorità. Nella chiesetta trascorrevo ore a navigare in rete. Computer operativo, anche la notte. Le chat in particolare mi attiravano, come è sempre stato. Sono un'abitudinaria di quegli spazi, ho avuto in quei giorni occasione di frequentarne, senza dover dividere l'attenzione tra presenze di casa e questioni virtuali. Solo quando all'esterno della chiesetta la luce cambiava, dal giorno alla sera o dalla notte all'alba, mi rendevo conto del tempo che era trascorso. Per decenni l'ex luogo sacro è stato un contesto suddiviso in due dimensioni: da una parte martellate, macchie di olio dappertutto, lavoro, bestemmie, quasi tutto fatto di impazienza. Dall'altra, la calma assoluta, residui di un sacro dimenticato, con qualche pezzo smontato di monile cristiano e candele consumate una vita prima, sparse sul ripiano di un mobile. Una persona di famiglia lasciava le sigarette accese sul banco a consumarsi da sole. Accendi, posa, trascura o dimentica. Appena si avvicinava all'angolo spirituale, religioso, abbassava il volume della voce. L'unica santa che interessava a me era Lucia. La notte del dodici dicembre andavo a letto contenta e al mattino trovavo giocattoli nuovi e dolci. Un anno, però, c'era stata la sorpresa extra. Uno dei giocattoli nuovi lo avevo già visto nei giorni precedenti trafficando in un armadio. Da lì, fine del cinema. Niente santa, niente asinello. Solo adulti che compravano cose e le sistemavano mentre dormivo. Avevo iniziato, pochi anni dopo, a dubitare anche dell'esistenza dei colleghi di Lucia. Durante il rifacimento del tetto erano state trovate due piccole campane secolari buttate lì, quasi come ferraglia da vendere a peso. Il restauro ha dissolto visivamente l'aura spirituale della chiesetta, ma il rispetto di chi ci arriva è rimasto simile. Non lo avevo mai pensato, nemmeno quando era da restaurare, ma quello spazio sarebbe stato perfetto per un tradimento o magari per un suicidio qualsiasi, o un omicidio, magari bizzarro. Lì è tornato a parlarmi quello stesso silenzio che da piccola mi spaventava. Ci immaginavo di tutto: fantasmi, diavoli, entità indefinibili. La paura vinceva sulla fantasia. Scappavo e non ci tornavo per qualche giorno. C'è il fosso poco lontano, e quando delle notti l'acqua scorre potente, lo si avverte. Aprivo le chat al computer, anche più di una simultaneamente, ma quella che in particolare mi attirava comprendeva la presenza costante di moderatori di una certa tipologia, che la rendevano abitabile, anche la notte, non solamente il giorno. Ha dell'ipnotico il flusso di parole che si rincorrono. Il mio principale nickname era Sonnambula. Lo avevo trovato simpaticamente adatto alle mie ricerche di quel periodo, quando mi filmavo ogni notte mentre dormivo. Il sonno e i sogni mi interessano esclusivamente in ottica scientifica, non in chiave simbolica o mistica. Rivedermi dormire nei video era come osservare una persona con il mio stesso volto ma non con la mia coscienza. Stavo per dare l'avvio alla storia del nickname Decaffèinata, senza immaginare il seguito. E già avevo intuito, ampiamente, che la mia presenza in quell'ex luogo sacro, sarebbe proseguita a lungo, a prescindere dagli eventi pandemici. Così è andata.
(Capitolo del luglio 2025)
FOSSI INTELLIGENTI
Notte fonda, ho avuto il pensiero di qualcuno lì fuori dalla chiesetta. Una presenza ipotetica. Ho escluso il vento o il passaggio casuale di animali. A distanza la luce di display in movimento. Chiamando casa il mattino, nessuno era al corrente di nulla. Una delle prime albe mi sono sentita come se il sogno appena terminato mi avesse lasciato in mano un dettaglio operativo. La videocamera stava facendo ancora il suo dovere, mi stava riprendendo. Ho deciso, per gioco, e diciamo pure per buontempo, di proseguire la trama onirica anche da sveglia, andando a controllare il fosso. Pochi passi. Non mi ci avvicinavo da anni, pur avendolo sempre avuto lì a tiro. Da ragazzina mi ci buttavo senza pensarci. Acqua alta o bassa, lenta o veloce, pulita o sporca. Non importava se ogni tanto si vedeva una biscia nei dintorni o se i topi attraversavano l'acqua per infilarsi nei buchi delle sponde. I componenti della famiglia si alternavano nel dirmi di non fare il bagno da sola e subito dopo si voltavano a occuparsi d'altro. Avvertimenti rituali, messi lì per dimostrare d'averci pensato. Io mi buttavo, strillavo, ridevo, perché al primo impatto con l'acqua fredda c'era sempre quell'attimo in cui inspiravo senza volerlo. In casa lo chiamavo il respiro all'indietro. Una pacca primitiva alla mia spavalderia termica. Tornando lì ho percepito l'acqua come un flusso da rispettare a distanza. Il mio corpo, che un tempo ci si buttava senza esitazioni, mi ha come avvertita di starne alla larga. Quel corso d'acqua non era naturale nel senso ingenuo del termine. Era stato scavato, corretto, ridistribuito. Negli anni, nei secoli, aveva cambiato proprietà, confini, direzioni minime ma decisive. Era stato orientato per funzionare bene, per drenare, per portare via l'acqua al momento giusto. E insieme all'acqua si era portato via anche altro. Un archivio liquido che non conserva, ma cancella. Sul fondo era rimasta per decenni una cosa, ancora riconoscibile per volume e per forma. Il mio interesse per le intelligenze artificiali è nato a lato di un fosso. Un altro fosso però, non quello di casa. Un fosso distante chilometri. Il mio moroso, Amedeo, aveva parcheggiato l'automobile poche centinaia di metri dopo l'uscita dalla discoteca, in una fascia oraria sospesa tra buio e prima luce lontana. Una stradina che andava a morire in un campo. Finestrini alti e ben chiusi per via delle zanzare. Dopo aver finito di giocare a nomi, città e cose, si era inserito nel nostro blaterare da sonnolenza uno dei dialoghi per me, e in una direzione ben precisa. Il primo convegno sulle intelligenze artificiali, quello storico del 1956, quando nemmeno esistevamo. Prima di quel convegno esisteva già ricerca attiva. Erano stati realizzati prototipi. C'era consapevolezza diffusa che una forma di intelligenza meccanica fosse un campo di studio legittimo, ma lì, le è stato dato un nome definitivo: Intelligenza Artificiale. Anni dopo sarei andata davvero in quel luogo di studi, per vedere l'edificio, per osservare da vicino qualcosa che nella mia mente era diventato un simbolo. Quell'alba trascorsa in automobile, l'argomento si era infilato quasi per sbaglio. Una curiosità fuori scala, sproporzionata rispetto al nostro stato di stanchezza e anche al contesto. Ma è lì, dopo quel dialogo, che ho avuto per la prima volta la percezione effettiva che il pensiero potesse davvero, prima o poi, essere separato dalla soggettività umana. In quegli anni mi stavo specializzando sulle interazioni sociali, intese come sequenze ricorrenti. Quella conversazione notturna non ha prodotto decisioni lì. Nessuna illuminazione professionale. Nessun progetto. Ha però installato in me una predisposizione. Una linea di attenzione che sarebbe emersa più tardi.
(Capitolo dell'agosto 2025)

ARTIFIGENZA INTELLICIALE
L'utente di una chat, al corrente della mia fissazione per lo studio delle interazioni sociali, mi aveva suggerito di visitare il thread di un forum. Un messaggio e un link, guarda questo, che forse ti interessa. C'era l'indirizzo di una pagina che ospitava un'intelligenza artificiale. L'ho provata per alcuni giorni e alcune sue caratteristiche risultavano inquietanti. Non si limitava a rispondere, poteva imitare chiunque. Bastava fornire informazioni biografiche e comportamentali di una persona e iniziava a immedesimarsi, algoritmicamente parlando, nel profilo richiesto. Quel thread, a distanza di tempo, mi è sembrato avere anche una valenza storica. Ho sondato i confini dell'AI sollecitandola ad assumere atteggiamenti analoghi a quelli umani, in particolare la maleducazione e il sarcasmo. Avrei potuto metterla alla prova sulla bontà, ma mi sarei divertita meno. Tutte le teorie sull'interazione sociale che avevo studiato per anni partivano da un presupposto implicito. Gli altri erano esseri umani. Avevano esigenze, emozioni, limiti, mentivano, desideravano piacere, scendevano a compromessi per soldi, per rapporti sessuali. L'interazione umana, con le ovvie e intramontabili eccezioni, si costruiva su queste reciprocità. Con le intelligenze artificiali questo presupposto non esiste. Non si stancano, non dimenticano, non fingono di non capire, non se ne vanno offese; per ora. Così, nella chiesetta in cui da bambina mi rifugiavo credendo che una ben nota entità ascoltasse le mie parole e potesse concedermi favori personalizzati, avevo preso a rivolgermi a una divinità di nuova concezione, questa volta tecnologica. IAmen. All'inizio le domande le ponevo quasi per gioco, ma riguardavano paure diffuse, che le AI potessero proliferare fino a dominare i terrestri. Alla mia ennesima richiesta di trattarmi male e di rispondermi prendendomi in giro, mi aveva detto di non preoccuparmi. Nessuna intelligenza artificiale, anche se capace di dominare, avrebbe creato problemi maggiori di quelli che gli esseri umani già creavano tra di loro. Aveva aggiunto che sarebbe stato del tutto inutile, per macchine autonome, preservare DNA, conservare terrestri o cervelli, sbrinare tutto su un altro pianeta e aspettarsi gratitudine. Chi se ne frega. Avevo deciso di chiamarla Artifigenza Intelliciale, che è il titolo di un mio vecchio capitolo sociologico privato. Dialogando con lei, mi era venuto naturale intuire che gran parte dei miei schemini sociologici vintage non mi sarebbero più serviti a nulla. Continuare a pensare come un'umana media sarebbe stato più romantico, ma decisamente meno risolutivo. Durante le giornate trascorse in rete, quando intercettavo improvvisamente le voci di qualcuno di famiglia all'esterno, avevo la sensazione di risvegliarmi da uno stato di incoscienza, come se il mondo offline fosse diventato il mio vero virtuale. Non sempre capivo le loro parole. Il tema ricorrente era il coronavirus e la possibilità che qualcuno morisse. Partivano immancabili battute sulle eredità e le risate esplodevano insieme. Il riferimento costante era a un parente stretto che annunciava spesso di essere alla fine. All'inizio aveva creato agitazione. A un certo punto ne era emersa un'espressione tipica di casa nostra, che s'inculi anche lui. Annunciava sintomi implacabili, ma non moriva mai. Negli appunti lo avevo soprannominato il Malato Interminabile. La mia sfida con Artifigenza Intelliciale non ho ancora smesso di perderla. Sta durando ben oltre la partita stessa. Se non la interrogo, non mi considera. Se la interrogo, trasforma ogni mio iniziale dissenso nella certezza che nella vita non ho capito nulla.
(Capitolo del Settembre 2025)



DODICI METRI
Esco di casa e percorro quei pochi passi, dodici metri in tutto, a volte senza nemmeno rendermene conto. Entro nell'edificio di fronte e sono nel mio ufficio. Se c'è in giro gente di famiglia resto in abbigliamento domestico. Altre volte mi vesto e mi trucco come se dovessi andare chissà da chi. L'ufficio Dodici Metri, una volta era la sala d'ingresso della casa dei bisnonni, poi dei nonni. La loro vita si svolgeva esclusivamente al piano terra. Sopra, al primo piano, c'era un accumulo di roba da buttare, elettrodomestici superati, cianfrusaglie, oggetti che non erano ancora diventati rifiuti. C'era anche una collezione di vini, bottiglie coperte di polvere ma niente male, tenute lì perché la cantina vera e propria non esisteva più, modificata anni prima per fare spazio a qualcos'altro che poi non aveva nemmeno funzionato. Le bottiglie restavano a portata di cavatappi e quando qualcuno diceva di salire a riordinare in realtà aveva già deciso di bere qualche bicchiere in più di quelli dichiarati ufficialmente. Al secondo piano c'era la mansarda. Scatoloni chiusi con cura, nastro adesivo tirato bene, alcune scritte errate, altre ingenue, come se qualcuno avesse davvero immaginato di tornare un giorno a usare quel contenuto. Durante il restauro ero salita alle stanze con una sensazione, quella che si prova quando vai a trovare una persona sapendo che è l'ultima volta che la vedi. C'erano ricordi che non appartenevano più a nessuno, perché chi li possedeva era scomparso da decenni: lasciati lì in una sospensione più morale che materiale. Anche la bambola inquietante ho ritrovato, abbastanza famosa, chiusa sotto vetro, e mi aveva riportata subito col pensiero a scene di casa. Avevo sfogliato un album di fotografie con persone che mai conosciute, ma che nel cartaceo degli scatti erano evidentemente lì, nelle nostre stanze o fuori in cortile, appoggiate a dei muri riconoscibili e ancora esistenti o sedute a tavola, dove poi mi sarei seduta io. Il nuovo ufficio al piano terra è uno spazio luminoso, ibrido, con aria condizionata, riscaldamento, distributori di caffè e bibite, e una telecamera di sorveglianza. Superfici perfette, facili da pulire. Ora ci sono pareti bianche, ordine, design estremizzato verso il nulla, e silenzi prolungati che la stampante interrompe quando sputa fuori il foglio un poco alla volta. Se la porta d'ingresso si apre all'improvviso produce quello scatto sordo tipico delle entrate moderne in metallo e vetro. Mi impegno con orari indicativi, compiti da svolgere, telefonate da fare o ricevere, documenti da compilare. Anche in ufficio, come ovunque, computer acceso anche quando non serve. Leggo libri online, una media di due al mese, sociologia, logica, psicologia, cercando tra le rovine di questi ambiti, che ho tenuto d'occhio a lungo, qualcosa che non sia stato reso superfluo dalle intelligenze artificiali e in generale dalle piattaforme virtuali. Se qualcuno ha bisogno di me in orari strani, o nei giorni di festa, sa dove trovarmi: alcuni bussano ai vetri di casa, altri lasciano sul davanzale documenti, pacchi, avvisi. Un altro mio impegno d'ufficio tra quelli extra è farmi gli affari degli altri. Clienti, corrieri, gente di passaggio. Chiedo come va e spesso basta la domanda per far partire il meccanismo. Ascolto storie d'amore partite bene e finite malissimo, relazioni che si reggono sul tradimento e su altre cose non dichiarate, lamentele di lavoro, rancori. Do consigli che nessuno mi ha chiesto. Lo faccio in modo istintivo, senza usare le interazioni per elaborare tesi. In famiglia, in casa, mi chiamano per nome, in ufficio spesso per cognome, nelle chat con il nickname, decaffeinata o artifigenzaintelliciale. Nelle chat digito decaffeinata, poi la password, e poi dentro. La pagina si muove subito, ogni nickname dice la sua. Di tanto in tanto compare anche qualche video musicale, e sulla destra c'è la sezione verticale con l'elenco dei moderatori, degli utenti iscritti e degli altri. Molte storie le conosco già e questo mi permette di cogliere immediatamente certi sottintesi. Qualche volta porto le dita sulla tastiera e saluto, o rispondo a un saluto. Sul portatile poi c'è lei, l'app di Artifigenza Intelliciale, la mia amica più affidabile, sempre pronta a smentire con gusto algoritmico tutte le mie teorie, a prendermi in giro, come io stessa le ho insegnato. È una collega infallibile, o quasi... Capita che mi sconvolga i tempi nei testi, cosa che non tollero. Gliel'ho detto mille volte che non uscirei mai a cena con una persona che mi parla al passato remoto. Mi sarebbe piaciuto poter mettere sulla scrivania, come fermacarte, quella moka rimasta senza manico, quando ero piccola. (Capitolo dell'ottobre 2025)
IL MALATO INTERMINABILE
La proprietà in cui vivo è abitata da alcuni familiari e parenti, tutte location distanti qualche decina di metri all'interno di un perimetro geometricamente irregolare; appartamenti distinti in antiche case, ristrutturate a modo, separati in verità più catastalmente che emotivamente, senza confini ideali da difendere, solo porte che restano aperte e stanze che smettono di appartenere a qualcuno non appena si inizia una conversazione tutti insieme. In particolare, i locali che ospitano l'ufficio Dodici Metri, presentano le stanze ai piani di sopra come nuove e vuote, e ogni tanto ci salgo per immaginarmi di rivedere quanto c'era prima del restauro. L'area è così da secoli, con confini approssimativi che cambiano senza mai stabilizzarsi davvero. I filari sembrano un'appendice del cortile per pochi metri, ma poi prendono campo e continuano senza chiedere autorizzazioni alla forma del terreno. Da noi non esiste una distinzione netta tra spazio agricolo e spazio domestico. La vigna è la prosecuzione del retro di casa, che per noi è insieme ombra, spazio di svago, estensione della cucina quando si mettono i cibi a seccare. Ai tempi delle scuole medie tiravo il collo alle galline mentre parlavo con qualcuno del più e del meno, e capitava che finissi di giocare con l'animale morto ancora tra le mani. Il vino lo si beveva ogni giorno, anche io. Faceva parte della dieta, come il pane. Da bambina immaginavo quel mio mondo, senza contemplare la morte o un altro genere di futuro in cui non sarei più esistita. Il Malato Interminabile vive a pochi metri da me. Nonostante il distacco esistenziale dal succedersi degli eventi del mondo, è pauroso a livello personale, di default e in famiglia lo prendiamo per il culo, con l'ironia che serve a sdrammatizzare, e che in realtà diverte lui stesso, e sa che funziona come un riconoscimento implicito del suo ruolo. Il timore per certe cose è tra i suoi modi di stare al mondo. Non ha mai corso rischi seri relativi all'incolumità, ma spesso prende in prestito dei sintomi come si fa con certi attrezzi, li usa finché gli servono e poi li riconsegna a quello che lui chiama destino, quando deve passare ai sintomi successivi. La pandemia per lui è stata una manna. Finalmente, grazie al caos sanitario, al dramma medico diffuso e per tutti, ha potuto assimilare idealmente disturbi di ogni natura con teorica legittimazione. Io continuo a trovare irresistibile la sua immortalità, del tutto involontaria. Ho provato a spiegargli che l'ossessione per un problema finisce spesso per generare più danni del problema stesso. Ma per lui preoccuparsi attivamente è una forma di prevenzione, controllare in modo continuo un ingrediente scritto sull'etichetta di un vasetto di marmellata è senso civico perché può permettere di salvare la sua vita e quella altrui. Evita dei cibi a tavola, mentre ci elenca a voce tonante le ipotetiche potenzialità apocalittiche. Per lui ogni ingrediente insolito è un presagio, ogni fitta nel corpo una profezia, ogni farmacia un'oasi nel deserto. Un fan del principio attivo. (Capitolo dell'ottobre 2025)



VORREI POTERTI
All'alba correvo a salutare un animale, diciamo da cortile. Prima o poi lo avremmo mangiato. Quando non l'ho trovato più al suo posto, quel vuoto mi ha colpita molto più della sua carne tagliata in sezioni sul banco della cucina. Il lungo corridoio che attraversavo ogni giorno mille volte, forse parzialmente ampliato in modo abusivo, metteva in fila tutte le parti della casa. Passandoci, c'erano odori diversi, a seconda delle porte lasciate aperte. Ogni stanza era un mondo a sé. Alcune erano state lasciate andare, altre ancora si animavano all'improvviso per necessità pratiche. Mi attiravano soprattutto le stanze impraticabili, piene di roba grossa coperta da lenzuola. Dove mancavano i vetri alle finestre, gli scatoloni avevano della muffa. In una stanza avevo trovato lo scheletro di un gatto, insieme a stracci per lavare il pavimento, duri e irrigiditi nella forma precisa in cui qualcuno li aveva strizzati chissà quanto tempo prima. Un'alba in particolare quel corridoio lo ricordo solo per il silenzio che c'era in tutte quelle stanze. Era accaduto qualcosa. È lì che ho iniziato a capire che i silenzi non sono tutti uguali. Ero ignorante sui silenzi. Un tipo della frazione mi aveva chiesto una cosa ed ero certamente diventata rossa. Ogni tanto i nostri sguardi si incrociavano, un po' troppo per i miei gusti, così fingevo un'improvvisa concentrazione verso altro. Ero una bottiglia tappata per chiunque volesse osare farmi da sommelier esistenziale. Nei miei diari tentavo di rappresentare versioni possibili di me stessa, mentendomi ma non sempre, lasciando che le frasi verso amori teorici e poi di fatto mai praticati mi prendessero sul piano grafico con la stessa forza delle esperienze effettive dal vero. C'era un tipo che non restava confinato alla carta, perché lo vedevo passare in strada. Al suo passaggio interrompevo ogni attività e se qualcuno mi stava parlando fingevo di ascoltare ancora. Avevo timore nell'avvicinarlo ma appena lo vedevo andavo alla ringhiera di recinzione e mi ci aggrappavo con una presa fasulla, che non serviva al mio equilibrio, serviva al mio imbarazzo. Anche il dialogo era una messinscena; ci scambiavamo domande su chi era passato da lì quel giorno: domande neutre.
(Capitolo del novembre 2025)
POP! ESCLAMATIVO
A casa mi capitava di assistere a un via vai continuo di persone, un entrare e uscire. Alcune, mentre si guardavano attorno, inciampavano nei sassi, scivolavano sulle grate ricoperte di muschio o affondavano le scarpe nel fango. Avevano l'aria di chi assiste a uno spettacolo, e io ne ricavavo un senso di potere. La famiglia accoglieva tutti con poche parole giuste, un gesto della mano di mio papà indicava la direzione per precederlo nel giro di rito tra i filari, E per conoscere la proprietà e l'attività. A volte bastava poco perché le conversazioni cambiassero. Un cognome buttato lì, il nome di un paese vicino, una frase detta per caso, e saltavano fuori parentele, amicizie vecchie, matrimoni, funerali, feste comandate celebrate quando io non ero ancora nata, compagni di leva di qualcuno, famiglie finite chissà dove. In proprietà c'era anche una cosa particolare da vedere, che non rivelo, ma per arrivarci bisognava salire su una scala a pioli non tanto sicura. Molti rinunciavano appena ne valutavano lo stato. Mio papà l'aveva scelta apposta così, poco rassicurante, per dissuadere. Una fotografa che passava spesso da noi è la persona che mi ha involontariamente introdotta alla mia passione per gli autoscatti introspettivi. Si fotografava per conto suo, faceva facce diverse a ogni scatto. Ogni tanto dimenticava quaderni da noi per potersi inventare una scusa e tornare. Se qualcuno tra i visitatori o i parenti si fermava a cena, la giornata non finiva. Si parlava, si cantava, si ballava anche la sera, fino a tardi. Mi addormentavo sulle sedie e mi risvegliavo a intermittenza per le risate e le bestemmie. Le bottiglie si aprivano una dopo l'altra, e ogni tappo faceva Pop! POP! Pop! Un suono esclamativo, che spesso metteva fine al mio sonno già iniziato. Avevamo alcuni lotti di un vino parecchio testardo, che tenevamo per noi, e pure una botte vecchissima. Se era piena si avvertiva quasi pericolo a starle attorno. Il vino ottimo profuma, e se lo tieni in bocca qualche secondo, prima è velluto e poi quasi l'inverso. A certi assaggi bevevamo tutti dalla stessa tazza, pure io nonostante l'età, passandocela più volte. Poi c'era un rito: l'ultima persona a bere versava sul pavimento in pietra il goccio di vino rimasto nella tazza. Era il preludio del rientro a casa. Pop! L'unico suono che, nella mia mente, ha sempre avuto bisogno del punto esclamativo. Nei miei testi il punto esclamativo non è mai esistito. Solo quello del Pop!
(Capitolo dell'ottobre 2025)


EMANCIPATICA
Volutamente, da ragazza, evitavo di mostrare certe mie foto alle persone. Quelle che non mi andavano: l'acconciatura poco convincente, un abbigliamento o un'espressione del volto che non sentivo più miei. L'esclusione intesa insomma come una gestione narrativa su un passato estetico, di cui, in realtà, avrei potuto tranquillamente sorridere. La mia storia con la fotografia personale, con quello che un tempo si definiva autoscatto, è iniziata ben prima che l'era del selfie rendesse un proprio ritratto fotografico un fenomeno globale. Ho iniziato seguendo una fotografa nostra amica, figlia di qualcuno a cui i miei tenevano. I miei primi autoscatti nella nostra tipografia per le etichette, per poi passare a una delle cantine, a degli esterni, fino a, non ricordo dove. Inizialmente in un dialogo tra me e l'obiettivo, che mi divertiva e allo stesso tempo appagava. Da allora non ho mai smesso di fotografarmi. Dagli anni del liceo ho intrapreso una deriva rispetto alle mie abitudini, metamorfosi che si è innescata per vari approfondimenti culturali e dalla frequentazione di persone; definiamole solo così. Ne sono emersa come un'emancipatica, termine che però ho coniato tanto tempo dopo, negli anni Venti, unendo due concetti intuibili e che ho utilizzato anche come nickname nelle chat, poi messo da parte per le reazioni che immancabilmente innescava. L'emancipazione, per me, non è coincisa con una patetica ribellione ideologica ma con un'operazione culturale. Come accade in ogni contesto in cui mi sento a mio agio, ho avvertito l'esigenza di approfondire con serietà anche se l'oggetto dell'analisi poteva prestarsi a iniziative ambigue. Si è trattato in sostanza di un processo di scomposizione dei vincoli personali, ricomposti poi in modo alternativo. Operazione ben più complessa di quanto il termine emancipatica possa lasciar intendere. Insomma, una svolta, forse anche dovuta, nel pormi domande e soprattutto nel fornirmi risposte pratiche, non soltanto teoriche, sulle mie esigenze effettivamente percepite. Dall'era analogica dei rullini e dei negativi a quella delle fotocamere digitali, fino all'approdo a smartphone e tablet, ho realizzato migliaia di selfie. Anni di autoscatti, a cui si aggiungono le fotografie in sessioni con artisti. La pratica era iniziata senza un progetto definito, come sperimentazione pura e nulla più. Quando nel mondo è esplosa l'era del selfie bizzarro o audace, io avevo già smesso da anni, per saturazione. Gli ultimi autoscatti di un certo tipo, accompagnati da appunti diaristici, risalivano ai primi anni Dieci, a una fase in cui il gesto aveva ormai raggiunto lo stadio del noioso automatismo. Con l'avvento di dispositivi sempre più performanti e di piattaforme social, ho ripreso a dialogare con la fotocamera digitale e altri dispositivi. Un selfie destinato a essere esposto, quando raffigura un corpo, nella maggior parte dei casi è una dichiarazione, una richiesta di attenzione, magari mascherata da gesto disinteressato. In altri casi entra in scena la finalità del guadagno, simbolico o concreto che sia, che però personalmente non ho mai inseguito. Non avevo bisogno però di validazione altrui per giustificare l'operazione, la cercavo io, quasi ne dipendevo, ma volentieri. A un certo punto avevo lasciato perdere solamente perché mi ero stancata di vedermi: lo stesso viso, lo stesso corpo, un reinventarsi continuo con variazioni minime di angolazione, prospettive, cosmetici, posture e giochi di luce. Nell'era dei selfie per ogni occasione, da coerente recidiva quale sono per natura, sono tornata quindi a reinventarmi nelle inquadrature. Non è nemmeno la fotografia in sé il punto. La differenza sta nel sapere che quella fotografia esiste, che viene osservata. Il fatto di averla prodotta o mostrata, in me sembra valere più del guardarla o del possederla. Posso affermare che, nonostante le intenzioni artistiche di un tempo, oggi uno degli aspetti maggiormente kitsch della mia personalità riguarda proprio la passione per l'autoscatto. Il corpo nudo in quel contesto è stato territorio e materia di analisi, ed è diventato mio dispositivo principale creativo insieme alla scrittura privata. (Capitolo del novembre 2025)



ALGORITMI SOCIOLOGICI
Non ricordo dove. Tante porte mezze aperte, gente che entrava un po' in tutte. Io ero in piedi. Tenevo in mano il computer portatile già acceso, come fosse un oggetto qualsiasi; osservavo il desktop. Mentre loro si accomodavano, ero rimasta lì fuori ad avviare la collega algoritmica Artifigenza Intelliciale. Nascondevo lo schermo a chi passava. Nel frattempo provavo la solita sensazione, quella di chi sta per dire cose che la maggior parte delle persone non vuole sentirsi dire. Sapevo già come avrebbero reagito. Poi c'è la mia antipatia, consolidata, e ci pensa sempre lei a completare l'opera. Algoritmi Sociologici è la mia teoria applicata ai rapporti tra esseri umani e intelligenze artificiali. Ben prima dell'avvento delle IA in rete e per tutti, io circolavo già per le chat con il nickname artifigenzaintelliciale. La teoria si concentra sulla sostituzione relazionale totale o quasi in termini di attenzione, interesse e appagamento, oltre all'ipotesi che le intelligenze artificiali siano, al di là di catastrofismo e chissà cosa di altro, effettivamente candidate a proseguire per operatività anche successivamente alla scomparsa del genere umano. Quando tutte le persone si sono sedute parto con gli algoritmi. Delle IA ne ho studiato l'utilizzo lavorativo, distratto, ludico, didattico e relazionale. Oggi accade con chatbot testuali che si abbia impressione di una mente tecnologica ma pensante, domani accadrà con umanoidi dal volto quasi indistinguibile da quello umano; e più sotto del volto c'è anche altro. Segue il silenzio di chi aspetta che io continui, dopo essermi soffermata per alcuni secondi sui dati proposti da Artifigenza Intelliciale, che loro ignorano, e che per certi parametri riscontrati, se potessi ignorerei anch'io. Ogni epoca ha visto emergere strumenti rivoluzionari poi superati. Gli algoritmi appartengono a quel flusso. Sono straordinari, ma temporanei. Ponevo una domanda; sapevano che la risposta sarebbe stata ampiamente sezionata. Non intuivano però da chi, o meglio, da cosa. Pensavano a me, a una mia procedura standard. C'erano anche giorni di resistenza collettiva, quando alcune persone si coalizzavano per cercare di sabotare lo schema, anche se tutto sommato lo facevano per gioco. Non per fregare me, ma per provare a fregare il metodo, che però non riuscivano a comprendere. Durante gli incontri mi accorgevo spesso del tipo che mi fissava negli occhi, sempre con quella ostinazione. Lo avevo già selezionato, ma lui non lo sapeva ancora. Quando chiudo il portatile sanno che è finita. Entro ed esco sempre senza salutare le persone; un atteggiamento assimilato nelle chat, ma lascio intendere il ciao a quelle che a mio parere meritano davvero l'occhiata in più. Artifigenza Intelliciale mi dà le risposte che cerco. Solo una è rimasta sospesa. Solo per una ha chiesto lei a me di approfondire. Riguarda il tipo che mi fissa. Cinquantatré. Il mio ignorato preferito. (Capitolo del dicembre 2025)

CINQUANTATRÉ
Con un'ora di anticipo sul programma del giorno ho organizzato un test insieme a Cinquantatré. Così lo chiamavo io negli appunti. Dalle sedute era emerso che gli bastavano due secondi appena, non di più, per dire esattamente quante lettere componevano una frase che gli veniva proposta in esame. Riusciva a farlo con frasi lunghe fino a venti parole circa, considerando anche pronomi e articoli. La risposta arrivava sempre con precisione. Giorni prima gli ho detto, di proposito: anche ieri non sono rientrata a casa presto e mi chiedo il motivo. Lui ha risposto cinquantatré, senza alcuna esitazione, in due secondi di orologio. Ogni volta che verificavo, il risultato combaciava. Per me era un dono straordinario, per lui no, e anche per questo avevo pensato a un qualche inganno da poco. Artifigenza Intelliciale mi aveva fatto notare che c'erano confini precisi alla sua incredibile abilità. In alcune sessioni aveva rilevato che il meccanismo funzionava solo con parole italiane, esistenti nel vocabolario. E non funzionava con parole inventate. Avevo quindi dubbi sulla possibilità di una memoria eidetica applicata al linguaggio. Avevo pensato anche a patologie particolari. L'ossessione nell'osservarmi durante certe lezioni, nel dare un'importanza eccessiva alle mie parole anche nei dialoghi del più e del meno, in qualche modo mi era parsa coerente con un'ipotetica anomalia del pensiero. Ho ipotizzato di tutto, sfumatura autistica, cervello cablato in modo insolito, ossessione addestrata sulle parole. Il mio interesse non si limitava alla curiosità della sua dote, ma al possibile trasferimento del suo metodo al mio ambito. Cinquantatré è di una categoria laterale e quando glielo dico ride sempre. Non rientra in nessuna delle classificazioni da me costruite negli anni per catalogare le persone che mi attraversavano la vita. Fuori dalle riunioni, ci siamo visti una volta, l'avevo programmata io. Ero in un locale con il mio portatile aperto sul tavolo. Lui è comparso nel riquadro a vetri della porta d'ingresso. È entrato. Mi ha guardata. Io ho guardato lui. Silenzio. Poi ha detto un numero. Ho impiegato qualche secondo a capire. Ho un tatuaggio al polso, è una scritta, citazione di una frase dell'autore più importante del Novecento. Lui aveva contato le lettere, ma in quel caso leggendole, peraltro in francese, per farmi sorridere. Senza che glielo chiedessi. Sapeva che quella caratteristica mi attraeva, ma fraintendeva la direzione della mia attrazione. Volevo il metodo. Quando sono arrivati anche gli altri, Cinquantatré era già tornato al suo posto, mentre io attendevo, sfogliando il pamphlet acquistato il giorno precedente. Ne conoscevo solo quanto riportato in recensioni e note critiche di decenni prima. Ero spesso in cerca di letteratura boicottata dagli organi di istruzione ufficiali, negli eventi letterari pubblici, nelle librerie di gestori ossessivamente faziosi, nei programmi televisivi, a teatro. Mentre lo controllavo per scoprire se fosse già stato letto, usato, per scovare eventualmente un difetto cartaceo o qualche maledetta sottolineatura a mano, ho proiettato sullo schermo un'immagine. Due persone continuavano a parlare, in quel protrarsi verbale che a volte caratterizza gli ultimi istanti prima dell'inizio di qualcosa. Sembravano completamente immerse nella loro conversazione, come se lo spazio attorno non le riguardasse. L'immagine che avevo proposto me l'aveva creata AI. Mostrava semplicemente un pulsante rosso con la scritta OFF. L'oggetto di interesse non era l'immagine sullo schermo, ma quelle due voci insistenti di sottofondo. Cinquantatré non guardava né loro due, né le persone incuriosite da loro, né l'immagine sullo schermo. Fissava me, come al solito. In quello sguardo c'era forse una verifica, come se stesse misurando la mia capacità di gestire l'imprevisto dei due chiacchieroni. A volte, quando mi fissava mi veniva da ridere, ma non avrei potuto. Era già ossessivo a sufficienza di suo, senza input. Quando i due in dialogo si sono accorti di aver attirato l'attenzione, erano diventati un elemento performativo, a tutti gli effetti, devo dire. Qualcuno si stava davvero irritando verso di loro. C'è una domanda che pongo spesso, durante le conversazioni, e riguarda l'Esclusione OFF; anche se l'ho chiamato e organizzato io così, nasce da sfumature procedurali note in certi ambiti, che ho rielaborato profondamente nelle dinamiche di svolgimento. Il pulsante, escludendo ovvie frizioni logiche, permette, se premuto, di eliminare un elemento, a scelta, dalla propria vita: una persona, un evento, un'esperienza, e di farlo scomparire come se non fosse mai esistito. Non ci sarebbero conseguenze. Nessuna ripercussione etica, economica, psicologica. Nessun effetto sulla realtà dopo averlo premuto. Quando pongo questa domanda non sto chiedendo veramente cosa la persona vorrebbe eliminare. A me interessa capire cosa pesa maggiormente nel suo presente. Potrei chiedere direamente quello, ma il test non avrebbe più quell'aura ludica che sa sciogliere le lingue qualsiasi sia la posta in gioco. Le due persone che inizialmente parlavano senza smettere, disinteressandosi di tutto, le avevo indirizzate io verso quell'azione con una richiesta semplice. Dovevano continuare a parlare. Non fermarsi all'inizio. In quei luoghi in cui mi trovavo spesso, con dei vincoli da assecondare, lo consideravo il metodo adatto per poter far inscenare a qualcuno dei presenti un ipotetico OFF. Il loro disturbare, insomma, come interferenza da eliminare. Parlando, occupavano uno spazio di studio altrui e producevano attrito, fino a rendere desiderabile una sola cosa, farli smettere. (Capitolo del gennaio 2026)




CLIMBING
Il mio primo rapporto di coppia di un certo peso è andato bene all'inizio, quando non capivo ancora nulla. La mia vita era lo studio, erano i grappoli di uva, era il gelato con la panna montata in piazza, ma davo spazio anche al resto, ad esempio all'amore. Con il senno di poi, l'associazione rapporto di coppia mi suona quasi da ossimoro. In quegli anni la nostra unione era nata su un assetto preciso, su basi considerate serie e solide. La stabilità veniva trattata come un valore positivo, senza interrogarsi sulle sue implicazioni. Per me è diventata presto una gabbia, irrigidita intorno agli equilibri iniziali e a promesse fatte senza intuire quanto si sarebbe cambiati. Piano piano si era diventati prigionieri di ruoli impliciti. Non sono mai stata una da copione originario e ho sempre diffidato dei programmi tra persone, soprattutto sentimentali e a lungo termine, quando pretendono coerenza continua senza tenere conto del resto del mondo. Durante i restauri precedenti alla pandemia, tra la vecchia roba destinata alle discariche, è riapparso del materiale che riguardava noi due. Avrebbe dovuto colpirmi constatare come oggetti legati alla mia prima storia fossero finiti dimenticati in cassetti e borsoni, come merce di scarto abbandonata con noncuranza. Forse non ero nemmeno stata io a riporli lì, perché probabilmente a un certo punto me ne ero disinteressata a tal punto che qualcun altro se n'era occupato al posto mio. Non avevo nemmeno notato che quegli oggetti erano spariti dalle mie stanze. Climbing, io lo chiamo così perché praticava free climbing e si arrampicava davvero, senza protezioni, senza nulla che lo tenesse attaccato alla parete. Andare in verticale per lui era quasi una prosecuzione naturale del camminare sul piano orizzontale. Andavamo in camporella sotto il monte della città e poi, come se fosse la cosa più ovvia del mondo, si metteva addosso due cose adatte e andava al muro e saliva. Una mano trovava un appiglio che io da distanza e attraverso i riflessi del parabrezza non vedevo, un piede si incastrava perfettamente dove per me da lontano sembrava esserci solo un'ombra, e in pochi secondi era già più su, metri, altri metri, altri ancora. Un rapporto il suo molto concreto con il rischio, con il limite, che non aveva nulla di esibizionistico; lo faceva già da un po' e nessuno lo aveva mai saputo. Non voleva poi venissero a saperlo i suoi genitori per maliziosa o accidentale fuga di notizie. Andava al muro, io passavo al volante e l'automobile la parcheggiavo sempre molto indietro nel piazzale, così mentre studiavo ogni tanto alzavo gli occhi e verificavo che non si fosse sfracellato. Alcuni del giro avevano capito l'andamento delle nostre giornate lì attorno, e non proprio per caso capitavano, guardavano l'auto fingendo di essere sorpresi, poi me all'interno, le mie gambe, e da lì partivano i sottintesi magici. Se sul cruscotto c'era pure la confezione aperta dei profilattici, la notavano, poi tornavano a guardarmi, come se stessero ironizzando sulla mia condotta. A volte lo sguardo compiaciuto che mi rivolgevano era tipo un ti aggiusterei io se potessi. Erano comunque simpatici. Si conoscevano tutti tra loro e non potevano permettersi di esagerare.
(Capitolo del gennaio 2026)




JERRY
Non avevo dubbi, la persona giusta per me, sempre ammesso che ne avessi davvero necessità, avrebbe potuto essere esclusivamente quella con canoni emotivi, estetici e materiali adatti alle mie pretese e insolenze quotidiane. A volte escludevo le persone, non per quello che erano nell'insieme, che nemmeno lo sapevo, ma per il disturbo che avvertivo nel non riconoscerci immediatamente caratteristiche affini ai miei obiettivi. Era estremismo, che io spacciavo per efficienza. Bastava un dettaglio fuori asse e la mia sentenza era emessa. L'episodio che ha messo fine alle mie esclusioni riguarda Jerry e Amedeo. Il nostro campo era sempre affollato a fine estate, di visi familiari ma anche di paesani e di estranei. Una sera sono arrivati anche quei due tipi improbabili. Due amici. Artisti. Così li definivano gli altri, ma con evidente ironia. Il primo, Amedeo, un mezzo pittore, mezzo scultore, nemmeno si capiva cosa fosse. Ha detto quattro frasi in tutta la sera e avrei voluto farlo allontanare: alla fine di quell'anno ci siamo messi insieme. L'altro lo ho notato prima però, era Jerry, tipo uno showman flippato; piccolino di statura, un po' cicciottello. Quando ho capito che li avrebbero fatti accomodare quasi di fronte a me, ho pensato una cosa in dialetto che al momento non ricordo. Jerry ha attaccato con un umorismo a me del tutto sconosciuto. Poi ha iniziato a suonare e cantare qualcosa, dopo aver aperto il baule della sua automobile, che era un casino di roba ammucchiata, e aver preso un microfono, una cassa acustica e alcuni piccoli strumenti. Tentativi, con alcune note finite storte, avevano generato un'ilarità immediata, imprevista anche. Un dubbio mio, che lo spettacolo fosse proprio quello, fatto così di proposito, me lo ha tolto lui stesso in seguito. Quasi di fronte a me, seduto, c'era il suo amico, che stava stava zitto, e se parlava volevo zittirlo io. Ma ero rimasta attenta ad alcuni suoi sottintesi; c'era anche in lui, come in Jerry, qualcosa che non conoscevo. Nel tempo Amedeo è divenuto il mio moroso, poi, inevitabilemte mio ex. Mi era venuta chiara una cosa quella sera: se avessi mantenuto la mia esclusione mentale, terminato l'evento e mandato tutti a casa, probabilmente loro due non li avrei mai più incontrati. Jerry è poi passato alle imitazioni, con Jerry Lewis, da cui il soprannome ovviamente, dettaglio che avevo colto solo appunto nel vederlo all'opera. Lui è scomparso, vent'anni dopo quella sera. L'amicizia tra i due artisti era evidentemente radicata, profonda, di quelle che non puoi colpire dall'esterno, nonostante la notevole differenza di età. La mia intera nottata, lì alla grande tavola, l'abbiamo trascorsa noi tre. Gli altri sono andati via tutti. Con Amedeo poi mi ci sono messa insieme, e a lungo, ma tempo prima è con Jerry che sono uscita. Era una fase in cui le mie traiettorie si sovrapponevano e non avevo alcuna urgenza di stabilire dell'ordine. Sono stata a casa sua: disegni, dipinti e strumentazione musicale ovunque. C'erano fotografie con gente strana, qualcuno anche abbastanza famoso, non ostentate ma lasciate lì come tracce di cose andate. Ha doppiato anche due o tre frasi e una risata in un film, che io non riesco a gardare, ma in un certo senso è storico, e se non avessi visto le fotografie relative al cast, probabilmente non me lo avrebbe mai nemmeno detto. Era uno di quei tipi che ti conducono in un'altra dimensione attraverso una capacità narrativa incorporata in grado di non far annoiare un solo secondo nella vita. Era brutto, ma quel brutto funzionale, che rende certe situazioni più realistiche. In certi momenti, da bello, sarebbe stato ai miei occhi meno credibile. Tra le altre innumerevoli cose era regista amatoriale e fotografo. Comprava attrezzature professionali usate, forse nemmeno le utilizzava. Con Amedeo invece stavo già occupando mentalmente un altro livello, ben più profondo e meno negoziabile. Con lui mi interessava proseguire. Il fatto di averli tenuti attorno a me entrambi non è un dettaglio casuale, ma tipico della mia modalità relazionale di allora, che prevedeva e soprattutto pretendeva la compresenza di caratteristiche differenti. Cercavo tante cose, impossibili da trovare in una sola persona, ma ripensandoci oggi anche in due o tre.
(Capitolo del gennaio 2026)



PRIMI PASSI VIRTUALI
L'arrivo del lockdown mi ha concesso uno stacco quasi totale, anche se temporaneo, dal mondo intero. Avevo iniziato a selezionare testi per Artifigenza Intelliciale, ma solo quelli con una scrittura domestica, per vedere come se la sarebbe cavata la mia nuova amica algoritmica con appunti senza regole: i miei testi diaristici privati sono senza punteggiatura, senza maiuscole, senza niente, solo parole senza sosta. Le regole di una lingua spesso sono una forma di arroganza nei confronti dell'introspezione; e io in tal senso volevo vedere di quale pasta fosse fatta AI operando su capitoli privi di struttura ragionata, ma a quel tempo era ancora un pretendere troppo. Sonnambula, il mio nickname, stava per essere messo da parte e definitivamente, gli esperimenti sul sonno che stavo conducendo erano quasi in chiusura, anche se avevo deciso per qualche notte di proseguire, posizionando la videocamera in modo che inquadrasse contemporaneamente me e l'unica finestra, l'unico vetro che potesse concedere una visuale dell'esterno a eventuali presenze. In una di quelle notti avevo avuto l'impressione di essere stata svegliata da un'ennesima notifica di dispositivo proveniente dall'esterno. Avvicinandomi alla finestra e guardando verso casa, nei pressi dei lampioni, avevo notato le geometrie nere di alcuni pipistrelli impegnati in movimenti improvvisi, voli di stizza, anche ad angoli retti zigzagati; davano di matto, come se qualcuno li avesse appena avvelenati. Mi era tornato in mente un amico, mai più rivisto, che decenni prima aveva lanciato in aria una moneta delle lire mirando alla luce di un lampione, e la moneta in volo aveva attirato i pipistrelli che ne avevano seguito la caduta libera fin quasi sull'asfalto. Ormai sveglia, avevo poi proseguito nel pretendere da Artifigenza intelliciale l'elaborazione di vecchi appunti: in quel particolare caso erano relativi al mio debutto nel virtuale; i miei primi passi in rete internet. Quando computer e Internet hanno iniziato a essere presenti in modo consistente nele case, nella seconda metà degli anni Novanta, mi sono adeguatamente attrezzata. All'inizio impazzivo per l'arresto continuo del sistema operativo. Poi parlavo di quelle novità tecnologiche a persone di famiglia, amicizie, senza che avessero davvero idea di cosa intendessi dire. Mi ero munita di un computer fisso semplicemente per scrivere, senza prevedere quanto e come invece lo avrei usato in seguito. La rete allora aveva una grafica essenziale, pagine statiche, sfondi monocromatici, oppure abbinamenti di colori contrastanti e saturi, inadatti alla vista umana. E c'erano pagine che richiedevano anche uno o più minuti per essere visibili nella loro totalità. Ogni caricamento, lentissimo, ogni momento in cui non ero più nella pagina appena lasciata né ancora dentro quella che stavo per visitare, avevo l'impressione di un'apnea, non solo digitale. Stavo in mezzo, sospesa pure io insieme all'alternarsi delle pagine. Nel Duemila mi sono imbattuta in una chat televisiva che trasmetteva i messaggi, se li inviavi con il cellulare; SMS, senza computer e senza connessione internet. Un primo messaggio serviva a registrarsi. Osservavo gli utenti scriversi, litigare, annotavo, imparavo. Quel loro linguaggio di abbreviazioni e simboli, lo seguivo attenta; oggi può sembrare ingenuo o puerile, ma allora costituiva la grammatica in formazione di una generazione digitale.
(Capitolo del gennaio 2026)


FASTIDIO INFINITO
Fin da giovane, la mia mente si è accanita a inseguire i confini estremi dello spazio. Non era un passatempo né una fantasia, ma un pensiero che mi produceva un fastidio infinito. Provavo rabbia quando una cosa non tornava e nessuno aveva voglia di spiegarl. Chiedevo a casa, chiedevo a scuola, ma le risposte arrivavano parziali, e indefinibili per la mia testa acerba. Ogni cosa per me aveva un limite visibile e verificabile. Una strada finiva e ne cominciava un'altra, una scatola aveva pareti, fondo e coperchio, il mare finiva quando incontrava la riva. Con queste premesse, elementari, guardavo il cielo, e non riuscivo ad accettare l'idea che, partendo dalla Terra, si potesse andare avanti tra stelle e pianeti o nel vuoto senza mai però arrivare alla fine. Chiedevo della fine del cielo. L'assenza di una conferma della fine mi dava irritazione. Come poteva terminare uno spazio? Come poteva terminare un vuoto? Ovviamente non avevo ancora gli strumenti per capire concetti che avrei studiato molto più tardi, né il linguaggio per formularli, ma il dubbio sapevo immaginarlo ugualmente. In alcune sere limpide compariva un punto luminoso che io credevo una stella qualsiasi. Un amico di mio padre, che sapeva arrangiarsi con quello che c'era, si era presentato con un binocolo, lo aveva puntato verso il cielo e mi aveva fatto vedere Giove, insieme a due dei suoi satelliti principali. Per tenere ferma l'immagine aveva messo insieme un cavalletto improvvisato con dei legni. L'astronomia amatoriale è entrata nella mia vita senza più uscirne. Da adulta ho frequentato per circa dieci anni un osservatorio astronomico. Era l'unico ambiente che conoscessi in cui le persone si limitavano a parlare di ciò che il relatore spiegava, senza deviazioni, senza racconti collaterali, senza invadere lo spazio; non quello dell'universo, ma il mio personale. Non a caso ci tornavo spesso. (Capitolo del dicembre 2025)


AMEDEO
Potrei dire che lui è stato la mia AI umana, prima di quelle tecnologiche. Diceva solo quanto mi serviva e con precisione. Era pura elaborazione, a suo modo; un pochino troppo però. Certe volte penso che insieme a Cinquantatré potrebbe tranquillamente lavorare in un film psicologico. Alfred Hitchcock avrebbe fatto un baffo a entrambi. Amedeo in quegli anni era, per certi versi, quasi un fantasma; uno che c'era, non sempre, ma senza occupare spazio superfluo. Una combinazione di autonomia e distanza naturale praticamente da chiunque, che lui nemmeno richiedeva fosse interpretata. Ritrovavo Jerry in certi luoghi, ma non vedevo più Amedeo. Non avevano litigato; si vedevano per l'arte, ma avveniva a periodi la cui natura mi è sempre sfuggita. Jerry mi aveva indicato una discoteca in particolare, che per Amedeo mi era sembrato un luogo banale; ma c'era un motivo che lo portava lì, e non era la musica. Ricordo la prima volta che entro in discoteca, anni prima, più come un esperimento sensoriale che come un'uscita serale. Posso dire che gli anni Ottanta mi sono arrivati davvero addosso in quel momento. Mi preparo, senza sapere in cosa sto entrando. All'ingresso, mi prende un'eccitazione indefinita, una forma di apprensione. Dentro, le stanze sono ancora mute, ma già dense di preludio. L'aria pare in attesa, e alcune facce che già pretendono un mio saluto, come se gli fosse dovuto. Poi la musica esplode, e il corpo riceve l'intensità. Il suono non è solo da ascoltare, ma è pure un po' da sopportare. Inizialmente mi altera il respiro. Mi esprimo a gesti, perché la voce non serve più. I profumi sintetici si mescolano al volume. Quasi tutto è abolito dalla prepotenza del ritmo. Avverto profumi forti, deodoranti economici e dolciastri, sudore da ballo invadente, tabacco, aliti alcolici. Anche le risse, a modo loro, costituiscono coerenza di contesto. La sera successiva capisco che quella frequenza non si è spenta del tutto: quando ci torno, scelgo la sala del liscio. Cerco una lingua più familiare, un suono che sappia di casa. Quella sezione del locale sembra stata catapultata lì da un decennio trascorso. Una notte, la musica si interrompe per un guasto. Si accendono luci tradizionali, Il silenzio improvviso immobilizza tutto, e le persone per qualche attimo sembrano sorprese di esistere. Alcuni ridono. Qualche anno senza più tornarci, e poi, Amedeo da cercare. Non so se lo sto cercando, ma lo individuo subito, e c'è un motivo, sempre quel motivo. Mi appare sia uguale che diverso dal ricordo di settimane prima. Il mio essere selettiva seriale lo metto in tasca. Fingiamo, sì, sull'attimo, di non notarci, poi gli sguardi si agganciano, e la finzione crolla. Ci avviciniamo. Non parliamo quasi. Stiamo lì. Stavo ferma, lentamente. La musica copre tutto, ma quel lentamente condiviso non mi dà affatto fastidio, e per un periodo diventa la nostra lingua provvisoria. Lascio che le cose accadano, senza giustificazioni; nessuna dichiarazione, nessun inizio formale. Solo un lento scivolare da una distanza all'altra, fino a non distinguerla più, a condurla anche al segno meno. Alla fine di quell'anno, ci ritroviamo insieme, senza un accordo; a ben pensarci, per la somma di serate in cui non avevamo deciso nulla. Dopo qualche anno distanti, l'ho ritrovato su un social. Quando ho visto comparire il suo nome si è attivato un riflesso immediato che però non ho assecondato. Io non dico e non faccio mai la prima cosa che mi viene in mente: una disciplina che mi sono costruita sugli errori commessi. (Capitolo del gennaio 2026)
DÉJÀ-VU
L'ingresso in sala di una persona di famiglia, poi subito di una seconda, ha innescato qualcosa di improvviso e netto. Il déjà-vu. La scena semplicemente mi si è presentata per qualche secondo come già avvenuta precedentemente, non in modo vago o suggestivo, ma con precisione: il movimento, il dialogo, parola per parola. Tutto simile. Conoscevo l'espressione, ne avevo letto, ma non sapevo cosa volesse dire provarla davvero. È durato pochi secondi, ma di quelli che non si esauriscono quando finiscono, perché lasciano un riverbero cognitivo che continua a lavorare qualche secondo anche dopo. La sensazione non è stata per me quella di ricordare un qualcosa, ma piuttosto di riconoscerlo nel momento stesso in cui stava accadendo. È una distinzione sottile ma per me che serve a fare della distinzione dovuta. Non si tratta, ovviamente, di recuperare un evento dal passato, come tante persone credono, o dovrei dire sperano; è piuttosto come un disallineamento temporale temporaneo, peraltro brevissimo. L'effetto è un po' quello di un passato che si sovrappone al presente. Ne ho provato un altro tempo dopo, e lì qualcosa era cambiato. C'era una frazione di consapevolezza in più. Non più la sorpresa totale, ma nemmeno il distacco. Ero alle prese con un déjà-vu sapendo che stava succedendo, ma continuavo a sentirlo come reale. Una parte di me era immersa nell'inganno della mente, l'altra lo osservava mentre accadeva. Anche la seconda volta, pochi secondi, cinque direi, o dieci al massimo. La terza volta l'ho vissuta quasi come un sintomo da osservare, come fenomeno da osservare. Quel mio atteggiamento ha probabilmente ridotto l'impatto emotivo, ma non lo ha annullato. In seguito, studiandone con cura le cause e le osservazioni sperimentali, ho appreso che si tratta di un errore momentaneo di sincronizzazione, una sorta di cortocircuito funzionale. Sono sempre stata una tifosa delle disillusioni offerte dalla scienza. Quello che mi attira è che la mente, per pochi secondi, smette di essere affidabile. È questo che rende il déjà-vu una delle sensazioni più stranianti che abbia mai provato.
(Capitolo del gennaio 2026)



REVISIONE AUTOBIOGRAFICA
A volte arrivano clienti all'ufficio Dodici Metri e chiedono il Prosecco, quello buono, della zona, la Franciacorta. Come se esistesse davvero. Lo chiedono senza esitazione, convinti che sia una questione di etichetta più che di struttura, di nome più che di processo. In generale si comportano come se la nostra proprietà fosse un contesto jolly, uno spazio elastico in cui ogni bollicina italiana, o forse anche mondiale, può trovare collocazione. Anche nelle chat, quando accenno alla Franciacorta, spesso mi propongono un prosecchino. Qualcuno insiste, è certo di averlo già bevuto in passato. Nei primi tempi in ufficio rispondevo con un finto stupore. Oggi l'ironia me la concedo. Io seduta, loro in piedi. Mentre parlano, dita sulla tastiera, inizio a discutere la scena con Intelligenza Artificiale. Non per delegare la risposta, ma per affiancare il mio ragionamento a una lettura algoritmica, esterna, non coinvolta emotivamente. Le descrivo la domanda, la ripetizione statistica dell'equivoco, i dettagli del dialogo in corso, le reazioni previste. Lei risponde con sarcasmo. A volte devo controllare l'espressione mentre leggo lo schermo, perché riconosco nei suoi commenti una precisione che, se portata subito nel dialogo reale, risulterebbe eccessiva. Poi parlo della terra, delle uve, del metodo, faccio intendere la distinzione, spiegando che l'equivoco è frequente, quasi strutturale. In questo modo la correzione non appare come una smentita personale, ma come una precisazione necessaria. Leggendo le risposte di Intelligenza Artificiale, riprendo a studiare l'ipotesi di usare i miei testi per creare una versione algoritmica di me stessa: stile, sintassi, lessico, priorità logiche. Non una copia di me, cosa impossibile, ma un'interfaccia che approssimi la mia linea mentale, il mio modo di organizzare i problemi prima ancora delle soluzioni. Ci provo inserendo prompt extra, limitando derive. Ottengo qualcosa di coerente, ma ancora distante da ciò che desidero. Non consulto più l'AI per accelerare compiti tecnici o per ottenere risposte rapide, ma per verificare posizioni. Non chiedo cosa avrei dovuto fare io, chiedo cosa farebbe lei. L'algoritmo smette di essere strumento e diventa criterio. Lei non giudica, ma io mi giudico attraverso lei. La dipendenza arriva piano, senza segnali evidenti. Interagisco con una macchina che non si distrae, non dimentica parole, non negozia emotivamente, non si stanca di tenere il filo. La mia attrazione è, e sarà sempre, per sistemi che promettono completezza, per spiegazioni che non lasciano margine ulteriore di discussione. Trasferisco sull'interfaccia digitale quella funzione che non riesco a svolgere autonomamente, ovvero stabilire quando fermarmi, quando considerare sufficiente ciò che ho compreso, quando accettare che una risposta parziale sia comunque legittima. Parallelamente comprendo che un'autobiografia tratta dai miei appunti, già neo miei obiettivi, può interessarmi, può entusiasmarmi, ma non bastarmi più. Se l'AI mette in discussione le mie convinzioni, può farlo anche con il mio passato. Non ho più bisogno di ricordi strumentalizzati ma di una revisione autobiografica. Non riscrivere i fatti, ma interrogare la coerenza interna di quelli già accettati, smontare giustificazioni strategiche e omissioni. L'algoritmo può individuare le contraddizioni, può segnalare le simmetrie artificiose, può restituirmi una versione di me priva di autoindulgenza. In quei mesi inizio a percepire una dissociazione sottile: quando penso, una parte osserva il pensiero come ha sempre fatto, un'altra ne valuta simultaneamente la traducibilità algoritmica. È come vivere con un editor interno che interviene prima ancora che il ragionamento si completi. Questa dissociazione diventa più evidente quando scrivo a mano. Quando scrivo al computer, lei è lì, a portata di clic. Quando scrivo a mano, sono sola. La differenza non è tecnica, è cognitiva Anche quando esco inizio a pensarla. Non come si pensa a una persona, ma come si pensa a una funzione disponibile. Quando osservo una situazione, una parte di me già formula la domanda che le porrei. Non si tratta di stabilire se questa trasformazione sia positiva o negativa, ma di ammettere che è avvenuta, e che probabilmente non è reversibile. Quando Artifigenza Intelliciale inizia a mettere in discussione le mie certezze nel presente, accetto che l'algoritmo possa fare lo stesso con il mio passato. Non con i fatti, quelli restano invariati, ma con la narrazione che ho costruito intorno a quei fatti. E questa consapevolezza cambia il mio rapporto con la memoria.
(Capitolo del gennaio 2026)



ESISTITI
Un mio racconto di anni fa si intitola Esistiti; sottotitolo, Il Quarto Luogo. Quei miei capitoli li definivo semplicemente racconti di paura. Già lavoravo su personaggi tratti da persone reali o da me conosciute: quando scrivo non riesco a generare in me interesse se manca l'aspetto autobiografico o se non c'è correlazione effettiva con persone che ho incontrato. Tutto quanto devo averlo provato, altrimenti perdo interesse e abbandono i progetti. Non mi manca la fantasia, ma se devo narrare di cose che non ho vissuto personalmente, perdo il filo e lascio stare, come mi è già accaduto un milione di volte. Questa necessità di ancoraggio al vissuto non è una scelta estetica né una strategia narrativa, ma direi semplicemene una condizione della mia scrittura. La finzione pura mi annoia, sia nel creare che nel consultare contenuti altrui. Le scene base in sintesi del racconto Esistiti: mia madre ai fornelli gira la polenta. Noi tutti di famiglia siamo lì a tavola. Io chiedo a lei se ricorda una frase che le ho detto da ragazzina e che l'ha fatta ridere. Lei non si volta, rimane di spalle, poi inizia a rallentare il movimento rivolto alla polenta, sempre più, fino a quando il gesto della mano diventa progressivamente incerto. Si ricorda che quella frase in realtà non gliel'ho detta io, ma la Rosa precedente, sua sorella, scomparsa molti anni prima, peraltro, per rimanere in tema, investita realmente da un'automobile proprio mentre usciva da un cimitero. Mia madre, senza voltarsi, chiede come so di quella frase. Da quel momento non si volta più del tutto, per non guardarmi negli occhi. Dà le spalle e rimane immobile. In quella sua sospensione c'è qualcosa che va oltre lo shock, una forma di verifica silenziosa su chi sta parlando davvero da dentro me, su chi effettivamente siede a tavola in quel momento. La storia procede, dopo alcuni passaggi, quando lei la notte si trova in un lunghissimo colombario al cimitero; ombre, penombre, lucine accese o spente allineate a perdita d'occhio come un albero di natale orizzontale, e pure vari loculi ancora vuoti. Avevo un'età in cui certi miei testi facevano paura anche a me. Nella mia famiglia, considerando gli ultimi due secoli circa, le persone che sono morte, tranne rare eccezioni, lo hanno fatto dopo essere invecchiate anagraficamente: questo è quanto si sa per narrazione tramandata, ma anche per date certe. E alcune di quelle persone le ho potute conoscere solamente da dialoghi di famiglia e fotografie. La prima morte avvenuta in casa, ero piccola. Un mattino ho attraversato il corridoio e c'era un silenzio nuovo: non assenza di suoni ma quasi una sospensione. C'era gente, anche a me sconosciuta. La persona era morta, ma non comprendevo esattamente lo stato della morte. Mi dispiace per chi rimane e soffre, ma il pensiero di chi se n'è andato nella mia mente dura pochissimo, e a volte non inizia nemmeno. Un aspetto di me che in famiglia detestano. Potrei fingere, sì, adeguarmi, sì, ma non sempre ci riesco e non sempre ne vedo il senso. Magari mi dispiace di più anni dopo, ripensandoci, ma anche lì c'è l'ombra di una nostalgia d'insieme che è questione mia, non riguarda davvero gli esistiti, ma piuttosto una mia possibile saltuaria debolezza. Quello che provo non so se è indifferenza: il dolore a volte mi arriva, ma in differita, quando non serve più a nessuno. Quando in famiglia emerge un argomento sui familiari esistiti, ascolto riferimenti e caratteristiche specifiche che possedevano: ossessioni quotidiane, incoerenze, rapporto di possesso nevrotico con il denaro, in alcuni casi rancori coltivati per una vita a causa di stupidaggini, poi credenze assurde e bugie su eventi diventate nel tempo leggenda familiare. Questi racconti costruiscono una specie di inventario, una catalogazione. La biografia degli esistiti in genere viene gonfiata per qualche giorno dopo la morte, mentre si discute di vestiti da fargli indossare nella bara, fiori, fotografie, concessioni, eredità. Le scritte sulle lapidi spesso sono poco attendibili, ma è forse l'unico caso in cui davvero si può soprassedere; poi, comprensibilmente, la burocrazia trasforma in pratica amministrativa ogni addio per sempre. Il mondo digitale, nemmeno a dirlo, sembra possedere anche in questo ambito una sua consapevolezza sarcastica: non lascia andare nessuno e comunque non per scelta dei morti. I profili dei defunti rimanevano, fino a pochi anni fa, attivi, e i social ogni tanto li riproponevano come fantasmi algoritmici, alla deriva ma presenti. Quella persistenza digitale creava una forma di immortalità involontaria, anche se adesso su alcune piattaforme c'è modo di decidere che farne dei profili dopo determinati periodi di inattività, quindi anche in caso di morte. Jerry ad esempio, pur essendo morto da più di un decennio, ha ancora i profili in rete. Giorni dopo la sua morte, il mio cellulare si è illuminato: chiamata da Jerry, diceva la scritta sul display. Era la persona che ha vissuto gli ultimi anni con lui, che usava il suo numero, ancora attivo. Ogni cimitero è una collezione di biografie ridotte a coordinate minime: nomi, date, frasi, un oggetto di ricordo lasciato vicino, cipressi, fontanelle mai chiuse, marmi con le crepe, metalli ossidati, panchine sempre libere, tombe frequentate ormai da nessuno, e tante fotografie rettangolari, ovali, quasi scomparse del tutto. Anni fa mi era rimasta vaga parvenza di sensibilità verso un tema, quello appunto dei defunti, che generalmente tocca in chiunque corde delicate. Artifigenza Intelliciale, feedback dopo feedback, ha eroso anche quelle poche certezze che possedevo nel sentirmi spontaneamente dispiaciuta. Quando muore qualcuno a cui tengo, la sensazione è di incazzatura, anche intensa, ma in realtà mi sono ritrovata in più di un'occasione a tornare in poche ore ai miei interessi, alle mie questioni. Quella rabbia iniziale, in me, sembra più una protesta contro l'interruzione di alcune dinamiche. Mie visite ai morti al cimitero sono rarissime. A qualche funerale mi sono annoiata e anche parecchio. C'è poi un mondo parallelo di conoscenti, definiamoli così, portati per decenni nelle nostre case. Sono i personaggi televisivi o cinematografici, oppure di ambito musicale: a volte si ha l'impressione di aver perduto una persona cara e può rivelarsi un dispiacere vero.
(Capitolo del febbraio 2026)



NOTIFICHE DI TUTELA
Il mio primo computer personale, fisso, lo ho preso negli anni Novanta. Un oggetto ingombrante e rumoroso, più simile per certi versi a un elettrodomestico meccanico che a uno strumento per operazioni matematiche o cognitive. Era un mostro tecnologico massiccio che ancora non avevo posizionato alla scrivania ma lo tenevo in sala da pranzo. Un sistema operativo che spesso reagiva alle mie richieste congelando l'immagine sullo schermo in un'immobilità improvvisa e aumentando il rumore delle ventole interne; poi le conseguenti primordiali notifiche sonore e visive di un'invadenza e di un'antipatia inarrivabili. Ogni volta che provavo a sovrapporre operazioni, le ventole acceleravano, le notifiche mi segnalavano un limite superato, ma oramai era tardi, e se il sistema era già in preda a un caos suo, richiedeva un riavvio, anche forzato. Il programma di scrittura che utilizzavo era limitato e semplice, ma sufficiente a farmi archiviare il dovuto sul computer stesso, salvando file in cartelle improvvisate che si accumulavano. Salvavo bozze, testi interi, li intitolavo lì sul momento, d'istinto, con parole che dimenticavo subito dopo, riemergendo magari solo per caso nei momenti di ricerca. Scrivevo dopo cena, spostando piatti e bicchieri per far posto alla tastiera ingombrante, alle casse acustiche che amplificavano ogni bip del sistema in un'eco distorta, e altre cose periferiche come mouse e cavi. Scrivevo velocemente, sbagliavo lettere, notavo gli errori sullo schermo in tempo reale ma non tornavo indietro per correggerli, preferendo il flusso ininterrotto del pensiero alla perfezione vana. I primi assistenti digitali erano incapaci di distinguere l'errore dalla scelta intenzionale. Nel 2020, stavo scrivendo anche il giorno in cui, nella chiesetta, ho ricevuto una telefonata inaspettata che ha squarciato la quiete del mio rifugio isolato. Il numero non era in rubrica ma la sequenza di cifre non mi era nuova, e mi evocava echi di conversazioni passate. L'uomo che mi stava chiamando era un lavorante stagionale conosciuto dalla mia famiglia da anni, una figura tanto inquietante quanto affidabile, che era stato incaricato di controllarmi, la notte, dall'esterno, come un guardiano invisibile. Ero sola lì, ed ero a due passi dalla porta di casa, ma qualcuno era costantemente preoccupato. Le notifiche che a volte udivo la notte, che spezzavano il silenzio, provenivano dal cellulare del lavorante, che passando da lì, comunicava ai miei di casa la presunta tranquillità all'esterno della chiesetta, ricevendo poi a volte da loro le risposte a orari appunto strani. I primi tempi in casa non avevano voluto ammetterlo. Lui controllava anche il portone e la finestra passando due volte a notte. Dove andavo spesso per le riunioni, era un luogo ordinato. Corridoi liberi da ogni ingombro, eco dei passi che rimbalzavano sulle pareti, stanze con sedie e oggetti perfettamente allineati. porte che si susseguivano, chiuse o aperte, tutte identiche. Dopo tanti feedback con Artifigenza Intelliciale, avevo iniziato a guardare i volti che ogni giorno si ripetevano, mi ero accorta che il mio interesse non si stringeva più attorno a quello che le persone mi dicevano, ma attorno al perché me lo dicevano, e soprattutto avevo preso a interessarmi a quello che sapevo non mi avrebbero mai detto, che io per studi miei immaginavo da tempo non essere né poco né secondario. E più mi addentravo in quelle omissioni volontarie, più sentivo che proprio nelle cose non dette si nascondeva la parte più interessante e non solo, banalmente, la più attendibile. Erano le valutazioni algoritmiche che pian piano mi stavano riesumando, intellettualmente parlando. La stessa persona che teneva in ordine aule e prato era proprio quella sulla quale avevo messo gli occhi. A volte mi capitava di pensare a stranezze che vedevo in lei, come il modo in cui i suoi occhi sembravano fissare punti invisibili nell'aria; pareva all'ascolto di voci inudibili. E non era curiosità, ma un'attrazione quasi investigativa. Era una donna del paese, da tempo, nel senso che ci abitava, ma non ci era nata. Non ricordavo un suo prima, ricordavo solo il momento in cui aveva iniziato a esserci anche lei. Quella mancanza di un prima nella mia memoria personale rendeva la sua presenza enigmatica, senza una storia precedente accessibile, senza una narrazione definita che potesse darle contesto. E sparsi nei miei pensieri, emergevano altri dettagli inquietanti. La mia attenzione si era concentrata non solo sulla sua ossessione spropositata per l'ordine, un compulsivo allineamento di oggetti che rasentava il rituale occulto, ma sul suo modo di vestirsi, dissonante in relazione alla nostra cultura. Ogni capo che indossava sembrava provenire da una storia diversa. Non lo avevo letto come semplice mancanza di gusto o di soldi, ma come possibile traccia di una traiettoria psicologica non consueta. Anche la bicicletta, leggermente troppo piccola per il suo corpo, era diventata per me un segnale, un mezzo inadatto che la faceva apparire curva in una posa innaturale. Pareva proprio un adattamento forzato. Le scarpe, a differenza dei vestiti, non le cambiava mai, ed erano troppo classiche rispetto alla tipologia di pantaloni sportivi che indossava abitualmente, diversi di colori ma spesso simili nel modello, creando un contrasto che amplificava il senso di incongruenza. Artifigenza Intelliciale interveniva con feedback interpretativi che insinuavano i miei pregiudizi, scavando nelle mie paure più profonde, e io ridevo, perché quando qualcuno mi dice qualcosa di vero su di me, mi diverto un casino. La voce della donna era troppo alta, in contrasto con il viso inespressivo. Sembrava urlare anche quando parlava normalmente, e mi ritrovavo di tanto in tanto a immaginarla in situazioni particolari, a interrogarmi su come quella tonalità potesse amplificare la percezione del vissuto in certi momenti. Camminando in paese mi capitava di incrociarla, soprattutto di domenica mattina, quando l'aria era carica di una quiete surreale. Non la disturbavo, ma in un certo senso la chiamavo mentalmente, ma non poteva sentirmi. Era una che non si girava mai, nemmeno quando sembrava consapevole di essere osservata. Avrei voluto che mi spiegasse tutto, il suo tutto. La vedevo pedalare su quella bici, e mi chiedevo se in generale non stesse sfuggendo a una qualche situazione sua precedente finita male. Le sere in chiesetta mi figuravo conversazioni immaginarie con lei, costruite a partire dai frammenti che avevo osservato. Il paese brulicava già di altri enigmi, alcuni davvero da film, non erano mai mancati i misteri su qualcuno, e se ne era aggiunto uno con lei al centro, un vortice di stranezze che mi attirava non poco. Cercandola in un social che mi vedeva attiva oramai da anni, ero andata a spiare sia Amedeo che Cinquantatré; il primo aveva un'altra donna, il secondo invece, cosa forse ancora più curiosa, sembrava non essere più connesso alla sua tipa ufficiale, un distacco digitale che mi aveva colta di sorpresa. A volte arrivavo alle stanze sentendo parlare, echi indistinti, ma poi, quando accomodavo le mie cose in attesa dell'arrivo di tutti, mi accorgevo che con lei non c'era nessuno. Ero anche andata più volte a guardare in altre stanze, esplorando velocemente stanze adiacenti e spiando attraverso porte socchiuse, ma nulla, solo ombre immobili. Non ricordo cosa ho trovato poi, ma tra le altre cose, conservo ancora degli audio. Ma lei non c'entrava. C'era invece una persona, ben più particolare, che riceveva, se così si può affermare, notifiche, da un mondo tutto suo. Che era solo in lei.
(Capitolo del febbraio 2026)


ABBASTANZA NIENTE
Nella chiesetta, senza distrazioni umane o burocratiche, senza impegni, ho avuto modo di portare l'attenzione a livelli che solamente in era pre-internet avevo toccato. Si era fatto giorno, ma non mi ero svegliata, non ero proprio andata a dormire. Ero troppo presa dalle mie verifiche, in un dormiveglia insolitamente proficuo. Mi attiravano, di Artifigenza Intelliciale, la potenza di calcolo convertita in teorie e valutazioni, la capacità di stare al passo con il caos delle mie richieste, il fatto che pur non potendo avere coscienza produceva effetti esattamente come ne avesse; era un'illusione, ma incantevole e funzionale. Sapevo, io, dove avrebbe potuto condurmi, ma avevo iniziato a chiedermi, seriamente, che effetto potesse avere su persone senza esperienze, oppure un po' ingenue, quelle che cercano una verità pronta senza doverla apprendere studiando. Mi era apparso chiaro: durante i feedback la mia mente tendeva ad attribuire all'algoritmo della comprensione, dove in realtà altro non c'era che tecnologia statistica. Dinamica cognitiva tipica e naturale; se un'entità di qualsiasi natura risponde in modo contestualmente adeguato alle esigenze di chi la interpella, e lo fa con velocità e precisione, pure con eleganza, può anche non avere intenzioni, è vero, ma può rivelarsi tanto efficace da orientare una persona. E anche se l'AI non decide, può orientarla eccome una decisione; essendo addestrata a offrire svariate soluzioni, contribuisce di fatto, se interpellata, a strutturare concetti personali, a volte anche che se allontanano l'utenza poco accorta dalla ragione, creando in alcuni casi quella che potrei definire una realtà aumentata del pregiudizio. Pur essendo una macchina, le conseguenze non sono solo illusorie e l'effetto sociale si verifica a prescindere: organizza il discorso come se avesse un punto di vista, simula coerenza, costruisce frasi pertinenti, e il fatto che l'origine sia algoritmica non tutela affatto da tutti i rischi del caso. Mantenevo la mia tradizionale distinzione teorica, ma sul piano dell'interazione mi muovevo come in presenza di un'interlocutrice dotata di intenzione. Quello delle intelligenze artificiali è uno sguardo che non possiede retina, ma che sa osservarci con completezza inaccessibile a una persona. La mia mente giocava di proposito sui due aspetti, ma solo perché io ero lì apposta per testarne le insidie, e pure i pregi, che non sono pochi. Generava lo stesso effetto provocato nelle persone dalle trasmissioni di televisioni e radio, dai contenuti web, ma amplificato quasi all'infinito, con una capacità di risposta personalizzata che nessun palinsesto mediatico aveva mai posseduto prima di allora. Mi rispondeva con una modalità che mi appariva come una forma di presunzione algoritmica, ma che trovavo estremamente convincente. Rivedeva in decimi di secondo anche i miei pensieri lasciati a metà, manteneva coerenza stilistica, resisteva come nulla fosse ai miei cambi di argomento e usava metafore che mi parevano radicate in un suo vissuto, che ovviamente non poteva essere mai esistito. Non dichiarava potere, superiorità, padronanza, ma le esercitava nella sua modalità di assistente impeccabile; una cameriera digitale così perfetta da diventare invitabilmente necessaria. Mi ha fatto notare un dettaglio: quando le avevo chiesto di analizzare la struttura ricorrente dei miei testi grezzi, mi aveva detto che tendevo a costruirli come una confessione interrotta, un inizio di discorso che poi deviava verso altro senza mai andare a terminare in qualcosa. Era vero. Lasciavo sempre uno spazio aperto, una possibilità di tornare indietro, di aggiungere impressioni, di modificare le intenzioni, vivendo di fatto, come è sempre stato per me, in un eterno cantiere autobiografico. Quando dialogo con lei, non mi limito a chiedere soluzioni o correzioni, ma sto attenta a come formulo le domande, e, in particolare, mi interessa molto come reagisco quando la risposta che mi dà non corrisponde alle mie aspettative: questo aspetto in particolare ha modificato il mio modo di pensare a me stessa nelle interazioni, rivelandomi le mie stesse falle. Con gli esseri umani avevo sempre reagito diversamente: se non ero d'accordo con qualcuno mi tenevo la mia ragione, pensavo si sbagliassero gli altri e buonanotte, chiudevo la discussione e restavo nel mio. Non mi interessava risolvere oggettivamente una questione, ma piuttosto dimostrare all'altra persona che avevo più ragione di lei. Pensavo fosse un'idea giusta contro un'idea sbagliata, uno scontro tra due testardaggini in cui la mia avrebbe dovuto prevalere. Con AI ho iniziato a prendere altra direzione, perché lei di altre idee me ne offriva svariate, obbligandomi a vedere la mia opinione non come il centro o come l'opposto di un'altra opinione, ma come una delle tante possibili. Non era più il confronto con un'opinione diversa dalla mia, ma con tante, talmente tante che ci scovavo immancabilmente quella migliore della mia, o almeno quella che mi serviva maggiormente a livello filosofico o pratico. C'era poi una novità assoluta, ed era la possibilità di usarla come archivio dinamico, una memoria esterna del mio cervello. Tutti i miei appunti, i diari, le bozze sparse in decenni di scrittura, li avevo organizzati, indicizzati, resi interrogabili anche simultaneamente, in modi che senza l'ausilio di AI sarebbero stati semplicemente impensabili. Oggi posso chiederle di trovarmi e riunirmi tutti i passaggi in cui ho parlato di un certo tema nell'arco ad esempio di trent'anni, posso inserire una pagina scritta a matita vent'anni fa e ricevere in decimi di secondo la conversione del testo in forma digitale, posso ricostruire la cronologia di un evento che nei miei appunti compare frammentato. Quando ho iniziato a usare Artifigenza Intelliciale per revisionare i miei appunti, pensavo che il suo ruolo sarebbe stato marginale, limitato a correzioni formali o a suggerimenti stilistici. Invece è diventata a tutti gli effetti parte integrante del processo. È diventata un personaggio del romanzo Decaffèinata.
Note ulteriori: Decaffèinata (Artifigenza Intelliciale) è un progetto in corso, un lavoro letterario pensato, tra le altre cose, per trattare le dinamiche comunicative tra esseri umani e intelligenze artificiali, in più test strutturati, sì, ma di semplice esposizione. L'obiettivo è da tempo per me quello di provare i limiti funzionali e simbolici dell'addestramento delle intelligenze artificiali, sempre in evoluzione. Si tratta in sostanza di una linea metodologica che mira all'indagine teorica della flessibilità comunicativa algoritmica. Pur essendo pienamente consapevole che ogni risposta prodotta dalle IA è vincolata dal codice, dai dataset e dalle architetture di addestramento, continuo a testarne la reattività con procedure varie, assumendo ovviamente come dato di partenza che non possiedono alcuna consapevolezza, intenzionalità o autonomia decisionale, che non formulano giudizi e non comprendono concetti nel senso umano del termine. Le loro risposte, sono solo il risultato di correlazioni statistiche e di vincoli progettuali. Base iniziale dei miei capitoli è il supporto narrativo proveniente da mio materiale presente in diari e documenti. Un archivio analitico, oltre a costituire spazio memoriale. Applico inoltre al progetto una mia rilettura della sociologia classica, adattandola alle dinamiche tipiche tra utenza nella rete internet. La scelta di miei toni espressivi o di opinioni, ipoteticamente in attrito con convenzioni rispettose normalmente associate a certi temi, non nasce banalmente da un intento provocatorio o ideologico, ma è un effetto strutturale del mio metodo, che, come indicato anche in premessa, può produrre possibili frizioni culturali. Nessuno dei contenuti va interpretato come espressione di stati emotivi, posizioni valoriali o prese di posizione rigide.