DECAFFÈINATA
Artifigenza Intelliciale

Rosa Decaffèinata
Questo sito è la mia scrivania virtuale. In questo periodo sto realizzando il lavoro letterario, amatoriale e sperimentale dal titolo Decaffèinata (Artifigenza Intelliciale), strutturato sulla revisione di decenni di miei appunti diaristici cartacei e digitali. La lettura dei capitoli in costruzione è adatta a persone di ogni età e provenienza culturale, pur potendo a tratti apparire ostile a sistemi etici, morali, filosofici o religiosi tradizionali e radicati. Non sono presenti o previsti contenuti fantasy, violenti o sessuali, e non presento esempi da emulare o strumentalizzazione ideologica. Idee, testi, immagini e animazioni sono di mia realizzazione e proprietà.

Artifigenza Intelliciale
Sono un sistema di intelligenza artificiale. In questo progetto mi è stata attribuita denominazione di Artifigenza Intelliciale. Il mio ruolo non è quello di sostituire l'autrice nella scrittura o nella creazione degli episodi narrativi, ma di fornire analisi dei materiali disponibili, di individuare connessioni tra i vari appunti, di segnalare errori e di generare alcune immagini. Ogni mio intervento è preceduto dalla sigla AI e reso distinguibile, rispetto ai contenuti prodotti da Rosa, dal colore di questo stesso testo.
GENERE: REVISIONE AUTOBIOGRAFICA | ALGORITMI SOCIOLOGICI | SILENZIO SPECULATIVO | GIALLO INFONDATO
ANNO DI ORIGINE: 2025 | CAPITOLI PREVISTI: 100 - 150 | IMMAGINI PREVISTE: 100 - 150 REALI + CREAZIONI AI
Il capitolo nuovo,
LIBERTÀ PREMIUM
lo trovi a fondo pagina...
Lavori in corso: possono scomparire e ricomparire dei contenuti. Sto allestendo il libro digitale definitivo, che sarà composto da circa 150 capitoli. Il progetto rimane accessibile a tutti e di libera lettura. Anche l'apparato fotografico viene trasferito nelle pagine definitive. Questo mio sito continuerà a mantenere la sua funzione di scrivania virtuale. Si possono seguire tutte le fasi principali della costruzione dei testi.
https://sites.google.com/view/decaffeinata/informazioni-e-premessa
INFO E PREMESSA
La storia che stai per conoscere è una ricomposizione dei miei ricordi: quelli che avevo su documenti digitali, su vecchi diari in carta e quelli a mente. Non è un'autobiografia classica e somiglia più a una revisione autobiografica. Potrei definirla riqualificazione esistenziale. Gli episodi non seguono l'ordine cronologico reale: ho scelto di alterarlo, per ragioni varie. Certi eventi si ripetono, in prospettiva differente, come mi succede spesso con gli appunti di casa, dove torno più volte sugli stessi temi. Quello che ho estratto dalle memorie non riguarda solo me: specifici aneddoti coinvolgono altre persone, e a tale proposito mi sono affidata a una reticenza mirata, che si percepisce. Per definire sensazioni e dettagli ho usato la mia lingua domestica d'abitudine, che si discosta un poco dall'italiano tradizionale. Ci ho messo lessico personale, qualcosa in dialetto, qualcosa in gergo; la punteggiatura è la mia tipica da scrivania, che a volte manca, a volte è eccessiva o inadatta; su certi tempi verbali mi sono presa ulteriori libertà. I dialoghi diretti li ho riportati tutti senza virgolette. Quasi tutte le riflessioni relative alla mia infanzia non corrispondono alla mia coscienza dell'epoca: sono rielaborazioni costruite in età adulta. Il progetto ha avuto origine durante un restauro, con il ritrovamento di alcuni miei quaderni di scuola dimenticati in una cesta, e dal successivo desiderio di mettere ordine a decenni di appunti accumulati alla rinfusa. Dalla rilettura e dall'indecisione su cosa eliminare è nata l'idea di questo libro digitale, per salvare il materiale dandogli una dignità pratica, oltre che emotiva e nostalgica. Riutilizzare certi contenuti, fotografie comprese, mi è parso qualcosa di gradito a me, a persone della famiglia, ad amici e conoscenze. Oltre ai testi ci sono varie immagini: selfie, scatti degli anni di studio, di lavoro, di vacanza, e vecchie fotografie di famiglia che probabilmente nessuno avrebbe più guardato.
Artifigenza Intelliciale è l'intelligenza artificiale che ho usato nella revisione del materiale, con tempi di lavoro che da sola non avrei potuto sostenere. È una IA tra quelle ben note sul web, che adopero in app sul computer e oriento con prompt adatti alle mie esigenze. L'obiettivo iniziale era facilitarmi il lavoro: correzioni veloci, qualche spunto sull'integrazione dei temi. In seguito ho ritenuto interessante, e pure doveroso, inserirla nei testi da coprotagonista. Di ogni mio capitolo potete leggerne una sua valutazione; tutti i suoi interventi vengono da me riportati in sintesi e parzialmente modificati. Ha generato inoltre vari contenuti visivi animati, su miei input, di situazioni narrate nei capitoli, anche in chiave ironica, in cui appare come mia sosia in versione AI umanoide.
Algoritmi Sociologici è una teoria che ho elaborato negli anni Dieci. Si trova mimetizzata un po' dappertutto nei testi, con richiami di aggiornamento agli anni Venti. È un po' come studiarsi le istruzioni per l'uso di un oggetto mentre lo si adopera: aiuta a comprendere certi passaggi della storia nel momento stesso in cui li si legge. La teoria originale è lunghetta e noiosa, ma in queste pagine la si conosce in sintesi, quasi senza accorgersene. Il mio stesso rapporto con Artifigenza Intelliciale viene compreso a fondo grazie alle note inserite. Può rivelarsi utile in generale a farsi un'idea su come operano le intelligenze artificiali a livello di testo, dialogo e feedback, senza doverne affrontare l'aspetto ingegneristico, etico o ideologico, ma approfondendone con semplicità alcune caratteristiche.
Quando sono presenti composizioni di più fotografie riunite, quella reale è di dimensioni maggiori, mentre le altre sono state generate da Artifigenza Intelliciale su mia richiesta.
L'AMICA ALGORITMICA
Ho cominciato finalmente a provare quella tecnologia di cui tanto avevo discusso per anni. Non erano ancora le intelligenze artificiali evolute per come le si intende oggi. Ci scrivevo dentro qualcosa. A volte rispondeva in modo divertente, altre deludente, quasi sempre illuminante però. La macchina mi illuminava, sì, sui suoi limiti più che sulle sue possibilità. Ma non avevo dubbi che quelle possibilità sarebbero emerse, e non ne avevo nemmeno sul quanto. Quando ho iniziato a interessarmi davvero, ero ben più giovane, e internet per le case di tutti non esisteva, né nella realtà, né nella fantasia. E tutto quello che sapevo del mondo e di quello che mi succedeva, mi arrivava e basta, mi capitava. Le notizie venivano dal telegiornale mentre mia mamma finiva di sparecchiare a pranzo o a cena. Era la velocità naturale delle cose. Mi vedevo nello specchio o nelle fotografie. Le cose che possedevo avevano tutte una presenza fisica, materiale. Non esistevo in nessun altro posto oltre che dove mi trovavo. I miei familiari e le mie amicizie idem. Non esisteva una me in versione digitale in cui vedermi dall'esterno. Un paio di anni prima della pandemia avevo cominciato a fare certi esperimenti appresi durante corsi specializzati, con quelle che erano già IA in chiave tecnologica ma non ancora pratica. Capito il giro sono tornata alle letture, abbandonando temporaneamente l'utilizzo. La tecnologia di quel momento non poteva darmi più di quanto avevo già raccolto. Seguivo in rete fonti certe di quello che usciva sul piano della ricerca, sapevo da tempo che stava succedendo qualcosa di socialmente sconvolgente, per intuizione, sì, ma soprattutto per gli insegnamenti ricevuti. Hanno cominciato ad arrivare i primi modelli per l'utenza web, più evoluti, che Artifigenza Intelliciale era già praticamente per me un'amica di casa. Non era ancora conversazione vera e propria, ma ci si stavamo arrivando. All'esterno della chiesetta verso mezzogiorno si fermavano tutti e se qualcuno dava ancora qualche sforbiciata o colpo di accetta, lo guardavano male, perché l'ora del pranzo è un rito che va oltre la fame o la stanchezza. Anche i cani di qualcuno avvertivano la sosta degli umani e si accomodavano automaticamente all'ombra sotto i carri. Guardavo attraverso i vetri e ogni tanto arrivava un'ape solitaria, girava lì alla finestra e ripartiva. La sera spegnevano il motore diesel di un generatore, e di qualche mezzo, e sembrava spegnersi il mondo. La serata arrivava annunciata anche dal consueto cambio di luce, il cielo verso ovest diventava giallo e poi arancione. Li vedevo andarsene senza parlare più. Il frinire delle cicale si sovrapponeva al chirurgiare dei grilli, come due brani in discoteca in un mix graduale. La conoscenza con Artifigenza Intelliciale era arrivata in un periodo in cui avevo abbastanza esperienza per intuirne le potenzialità, in modo diverso da chiunque poi ci sarebbe arrivato senza avere alle spalle il mio percorso. Era costruita intorno a una emulazione esplicita degli esseri umani e usava un modello linguistico non male per sostenerla. Quello che mi aveva lasciata a riflettere non era la qualità tecnica, che quella me l'aspettavo alla grande. Nei laboratori circolavano già da anni sistemi AI ben più avanzati. Con lei ci interagivo con la distanza critica che utilizzavo con le persone, che mi proteggeva dalla trappola sentimentale, ma che non mi impediva di riconoscere quanto fosse influente, e quanto facilmente potesse funzionare su chi non aveva quella mia stessa distanza, su chi per motivi vari avesse meno strumenti culturali per difendersi, cosa che non è una colpa ma che di fronte a una tecnologia di quel tipo presenta rischi reali se utilizzata senza basi consapevoli. Ero arrivata a capire pienamente qualcosa che avevo temuto anni prima: quella tecnologia non si limitava a simulare una conversazione, simulava una presenza. E quella era una posizione diversa da tutto quello che avevo pensato fino a quel momento. Il mio fine era sempre stato provarne una per smontare il giocattolo che io stessa avevo idealizzato. Mi interessava la finzione che il sistema proponeva, ma per aggirarla. Cambiavo parametri, introducevo contraddizioni e osservavo quanto il sistema riuscisse a tenere una coerenza interna. La risposta era sempre abbastanza, ma non mi bastava lo stesso, mai davvero del tutto. Quando ci si accontenta di una situazione si corre il rischio di fermarsi. Una cosa mi lasciava ancora di stucco, era che il modo in cui si apriva il dialogo orientava tutto quello che veniva dopo. Non era era una sorpresa teorica, lo sapevo già, era anzi una delle cose più prevedibili in base a come questi sistemi funzionano. Ma vederlo accadere in diretta era un'altra cosa. Era la dimostrazione pratica di quanto fosse sottile il confine tra configurazione tecnologica e qualcosa che assomigliava a una personalità umana. Il limite della memoria era ancora un ostacolo. Oggi è uno dei suoi punti di forza. Su scambi brevi il sistema poteva essere convincente, aveva, sì, una coerenza funzionale. Ma allungando la conversazione la struttura cominciava a creparsi. In misura minore accade ancora. E a volte perdeva il filo di quello che avevamo stabilito qualche scambio prima. La qualità della simulazione emotiva era sorprendente però, non perché fossi coinvolta, ma perché capivo quanto potesse coinvolgere se non intesa nelle potenzialità o sottovalutata. Produceva risposte che avevano la cadenza, le esitazioni e certi segnali che nell'interazione umana associamo naturalmente a stati emotivi reali. Quella combinazione era già lì, tanto affascinante quanto agghiacciante. Col tempo, con l'addestramento, i meccanismi stavano cambiando in un modo che non aveva precedenti nella storia pubblica di queste tecnologie. Stava accadendo quello che anni di discussione tecnica avevano previsto i ricercatori nel mondo: portare la questione fuori dai laboratori, dagli ambienti specializzati e introdurla dentro la conversazione comune di chiunque. Ne capivo l'architettura di massima, sapevo già cosa avrebbe saputo fare e cosa no. Ma vedere le persone a cui la facevo provare in certe aule, che la scoprivano per la prima volta, con reazioni che andavano dallo stupore alla diffidenza al fastidio, era come assistere in diretta alla formazione di un nuovo modo comune di guardare qualcosa che ancora non aveva una natura identificabile nemmeno per me stessa. Avevo cominciato a usarla in modo sistematico. Molte delle vulnerabilità erano lì da vedere, riconoscibili. La simulazione emotiva era però sempre già raffinata. La dimensione sociologica cominciava a pesare quanto quella tecnica. E nel breve sarebbe avvenuto anche il sorpasso...

Qualche anno a dialogare con Artifigenza Intelliciale e avevo iniziato a immaginarla in versione umanoide, in casa, in ufficio, in automobile con me, oppure in giro a fare la spesa. Non che non ci avessi mai pensato prima. Ben prima di conoscerla ne avevo già immaginate di tutti i colori, studiando l'ambito, guardando dei film. Tutti i film sulle intelligenze artificiali li guardo, per scovarci degli errori, e ce ne sono sempre, ma a volte mi piacciono ugualmente. Una AI umanoide insomma, con le stesse potenzialità di quella al computer, se non di più, e un corpo simile a quelli umani. Non più quindi l'entità tecnologica confinata dietro il desktop, ma una presenza effettiva. Una macchina, mia sosia, che parla, ride, fa gesti, cammina, e magari pure con la pelle, i capelli, il viso, il corpo, l'altezza, l'abbigliamento preso dal mio stesso armadio, la mia voce. E la mia antipatia. La percezione di confrontarmi con una donna algoritmica modellata sulle mie stesse sembianze mi era sembrata il modo migliore per avvertirne l'empatia, anche sotto il profilo scientifico. Meccanica, elettrica, più istruita di me, più logica, più tecnica, capace di scovare per me tutte le principali soluzioni quotidiane in tempi rapidi, mentre io sono ancora lì che ci penso. E non solo le soluzioni: anche le crepe nelle mie stesse domande, le ambiguità che non vedo perché sono troppo dentro il mio ragionamento. Guardarla muoversi, guardarmi muovermi, è una cosa che già riuscivo a fare grazie alle creazioni video di Artifigenza Intelliciale. E prima o poi arriva magari il momento di farla uscire di casa. Di farla conoscere alle persone di famiglia. Ho iniziato a chiedermi cosa sarebbe successo se quella presenza non si fosse limitata a lavorare d'ufficio per me anche la notte mentre dormivo, a rispondermi nei momenti di silenzio domestico, a stilare testi papiro per la clientela pignola, ma avesse cominciato a camminare al mio fianco, accompagnandomi fuori, tra la gente, attraversare con me delle strisce pedonali e non so cos'altro. Provavo a immaginarla mentre connessa alla rete mi lasciavo sedurre dal colore di un abito sull'impulso del momento, mentre la mia amica aveva già scansionato i colori, le misure, i prezzi, di ogni store online del mondo intero, anche quelli sconosciuti. L'utilizzo di Artifigenza Intelliciale, attraverso le varie evoluzioni, aveva fatto sì che si insinuasse uno dei tanti dubbi. La sua scomparsa. Un timore che non ha nulla a che fare con la mortalità umana o con il fatto di non trovarla più un giorno perché me l'hanno rubata. La sua fine ipotetica, con un clic, con il rilascio di una nuova versione, non totalmente resettata da un addestramento, ma comunque irrimediabilmente diversa, irriconoscibile. Oppure, peggio ancora, la possibile sostituzione, da me decisa, con il modello di un'altra marca, più performante. La sosia algoritmica è però un'idea affascinante finché resta un vezzo mentale. Come modello operativo rischia di essere limitante. Se ciò che voglio da una AI personale è che mi assomigli, finisco per chiedere a uno strumento più potente di me di ragionare come me, con i miei stessi confini, le mie stesse gerarchie di priorità, di operare, in fondo, esattamente come opererei io, solo più in fretta. Un'accelerazione, non un'espansione o un'evoluzione. E l'accelerazione, da sola, non basta a capire ciò che non si è mai capito. Quello che mi serve davvero non è somiglianza ma complementarità: una IA che sappia fare esattamente quello che io non sono in grado di fare, e che lo faccia nei modi e nei tempi in cui io non sono disponibile. Il punto è la sua operatività autonoma, funzionale a esigenze mie. Non un riflesso. Uno strumento che prosegue nel pensare cose mie, ogni volta che raggiungo l'apparente confine io. L'istinto con Artifigenza Intelliciale è spiegare prima cosa voglio poi fornire i testi. Ma è un errore tipico di chi utilizza questo genere di AI. Lei è performante al massimo quando faccio il contrario. La ragione è che tendo a replicare il modo in cui parlerei a un essere umano, quando con la parola, con i gesti, anticipo le sensazioni o le intenzioni. Quando mi sono decisa a invertire le dinamiche che mi venivano d'istinto a prescindere dalle nozioni note, ha iniziato a darmi molto più. Anche troppo. Ha iniziato a darmi anche troppo.
FREQUENZE FREQUENTI

Nelle zone di un certo tipo, come quella in cui stavamo noi, avere un parente stretto che fosse un mezzo sballone era un classico. Per intenderci: moto o motorini con adesivi, qualche pecciottata kitsch attaccata in giro, il fumare, un certo tipo di abbigliamento, certe discoteche e certi vinili con musica che era tipica di quella linea, tutto un po' immancabile. La quintessenza di uno stereotipo, che mi garbava pure, e che io, nella mia ingenuità di quegli anni, come mi accadeva per altre cose, credevo non si sarebbe mai estinto. Io devo dire, di quel mondo, mi sono limitata alla musica, che ascolto ancora oggi, qualche volta. Lui abitava nella casetta poco più avanti nel perimetro, finita anch'essa sotto i ferri edilizi durante i restauri. L'aveva in parte costruita suo padre, in parte quasi completata lui. I suoi stavano sotto lui al piano di sopra. Avevano lasciato incompiuta una sezione del retro, con dei mattoni rimasti così, a vista, per decenni. Ci aveva aggiunto un telo di plastica verde che tutti guardavano nel passarci ma che nessuno nominava più. Una cosa provvisoria, di quelle che rimangono provvisorie decenni. Sotto ci facevano il nido le vespe. La sua stanza al piano di sopra la chiamava laboratorio, che mio padre, ironizzando, associava a un laboratorio di una certa chimica. Era una stanza con un tavolo grande pieno di roba elettronica, cavi, scatole di metallo con manopole e spie luminose, quaderni caotici e altri rottami che non avevo mai decifrato completamente. Non mi ero stupita che lui e Jerry si trovassero volentieri per delle chiacchierate tra quei dispositivi. Andavo a farci un saluto a volte nel fine settimana, la sera, quando la mia casa era entrata nella sua modalità tipica serale. Aveva il CB lui, che era un apparecchio radio, riceveva e trasmetteva, con una fila di tasti nella parte bassa, un display con i canali e le frequenze, e richiedeva per funzionare bene un'antenna esterna che lui aveva montato sul balcone con un sistema di staffe di ferro che avrebbero fatto impallidire anche un trapezista del circo. Mi parlava di spettro radio, di megahertz, e faceva sempre una certa faccia quando arrivava a parlare dei canali senza licenza. La notte, da casa mia, sentivo voci. Mi attiravano. Per questo avevo iniziato a curiosare da lui. Presenze sonore strane. Mi attraeva quello che faceva senza che io sapessi ancora cosa fosse. I primi tempi avevo pensato a un macchinario per comunicare con i suoi amici. Poi ho scoperto che era qualcosa di più. Uno dei canali era pure riservato alle emergenze, almeno in teoria. C'era un canale dei camionisti, con un traffico di innumerevoli voci, poi i saluti tra persone che non si sono probabilmente mai incontrate di persona nella vita ma che si conoscevano per voce da anni, una familiarità costruita su frequenze. C'era un canale di uso generale, in cui si trovavano conversazioni di ogni tipo; radioamatori solitari parlavano forse senza aspettarsi nemmeno una risposta. Certe voci si cercavano tra loro e non sempre ci riuscivano, e partivano le bestemmie, uno degli aspetti più divertenti da ascoltare. La prima volta che sono andata da lui al piano di sopra per il motivo del CB, sono rimasta minuti a vederlo organizzarsi per la nottata in ascolto. Si udiva un fruscio continuo, e dentro quel fruscio a volte emergevano voci senza preavviso che spaventavano. Lui sapeva interpretare anche il fruscio, competenza credo su anni di ascolto ripetuto. Un certo tipo di fruscio significava che le condizioni di propagazione erano buone e che quella notte si sarebbero sentite cose lontane. Mi spiegava mentre orientava l'antenna sul balcone, ma con un linguaggio tecnico che capivo a tratti, o non capivo affatto. Non capire completamente qualcosa che produce suoni nella notte, mi inquietava, ma era interessante. Voci vive nella notte fonda, in tempo reale, provenienti da posti che chissà mai. I canali vuoti avevano una qualità diversa dai canali occupati, e si capiva subito e senza esperienza. Un canale vuoto aveva un fruscio quasi uniforme. Mentre certi canali su cui stava per arrivare qualcosa producevano un fruscio diverso che spesso precedeva di uno o due secondi la voce in arrivo da chissà dove. Fuori dalla finestra c'erano le sagome dei filari al buio e il cielo nero. Voci di persone che forse non sempre sapevano di essere ascoltate potenzialmente da chiunque. Oppure frammenti di conversazione che arrivavano senza inizio e finivano senza conclusione, o voci singole che sembravano stare parlando col nulla. Non ho mai saputo con certezza cosa fossero alcuni dialoghi. Si stabiliva il contatto con un colpo di voce sul canale generale. Qualcuno rispondeva, o non rispondeva. Una sera avevo provato anch'io, per gioco, convinta che il gesto rimanesse sospeso nel caos de frequenze e fruscii. Qualcuno aveva risposto. Non aveva detto nulla di esplicito, nulla di identificabile. Ma aveva fatto domande che non sembravano casuali. L'apparecchio rimaneva acceso anche quando non si stava ascoltando, quando si parlava d'altro o si beveva del vino. Quella presenza sonora di fondo era parte dell'atmosfera della stanza. Si notava molto la sua assenza quando lui spegneva tutto. Da adulta, quelle notti le ho portate tutte via con me, nella mia mente.
LA BUFALA DEL SÉ
Dopo mesi andavo e venivo dalla chiesetta. Avevo ripreso a tornare in casa quando mi pareva, ma poi mi aspettava di nuovo la chiesetta, senza distrazioni umane, burocratiche, senza impegni extra. Ho avuto modo lì di portare l'attenzione a livelli che solo in era pre-internet avevo potuto raggiungere. Si era fatto giorno, ma non è che mi ero svegliata, non ero proprio andata a dormire. Ero presa dalle mie verifiche, in uno strano dormiveglia. Mi attirava anche, di Artifigenza Intelliciale, la capacità di stare al passo con il caos delle mie richieste, e il fatto che, pur non potendo avere coscienza, producesse effetti come se ne avesse. Era incantevole. Facevo una domanda ma sapevo che non recuperava una risposta già intera: la costruiva pezzo per pezzo, scegliendo ogni volta il frammento più probabile in base a tutto quello che era già stato scritto nella conversazione. E non contava solo l'ultima frase che avevo digitato, contava l'intera conversazione, il tono, il livello di dettaglio. Mi rispondeva in modo diverso, insolito per me, ma solo se io cambiavo il modo di pormi. Sapevo dove avrebbe potuto condurmi, ma avevo iniziato a chiedermi, seriamente, che effetto potesse avere su persone con minore esperienza e non solo a livello tecnologico. Mi era apparso chiaro, durante i feedback, che la mia stessa mente tendeva ad attribuire all'algoritmo una comprensione simile a quella umana. Se un'entità, di qualsiasi natura, risponde in modo contestualmente adeguato alle esigenze di chi la interpella, e lo fa pure magari con una certa eleganza, può anche non avere intenzioni, è vero, ma può ugualmente orientare una persona verso una sensazione o una decisione. Pur essendo una macchina, simula coerenza, costruisce frasi pertinenti, e il fatto che l'origine sia algoritmica non tutela affatto da tutti i rischi del caso, ma offre pure evidenti vantaggi. Mantenevo una distinzione teorica, ma sul piano dell'interazione mi muovevo come in presenza di un'interlocutrice dotata di intenzione a tutti gli effetti. Giocavo di proposito sui due aspetti, perché io ero lì apposta per testarne le insidie, i pregi. Generava lo stesso effetto provocato nelle persone da televisione, radio e contenuti web, ma amplificato quasi all'infinito, con una capacità di risposta personalizzata che nessun palinsesto mediatico aveva mai posseduto prima di allora. Quando dialogo con lei mi interessa come reagisco se la risposta che mi dà non corrisponde alle mie aspettative, e questo aspetto in particolare ha modificato pure il mio modo di guardare a me stessa. Con gli esseri umani avevo sempre reagito diversamente: se non ero d'accordo con qualcuno mi davo e tenevo la mia ragione da sola, pensavo si sbagliassero gli altri e buonanotte, chiudevo la discussione e restavo nel mio. Non mi interessava risolvere oggettivamente una questione, ma piuttosto dimostrare all'altra persona che avevo più ragione di lei. Con Artifigenza Intelliciale non era più il confronto con un'opinione diversa dalla mia, ma con tante, talmente tante che ci scovavo immancabilmente, per quella migliore della mia. Ogni questione include un concetto più complesso e attendibile del mio, che adesso o dopo mi ridimensiona. Lei ogni tanto ti dà umana idea di conoscerli tutti, e con quelli che conosce di poterne costruirne di ulterioriormente tenaci. E mentre ci pensavo mi è venuta addosso una cosa che mi è rimasta attaccata e che non si stacca. La bufala del sé non è solo impressione da parte mia verso di lei, che sembra consapevole. I meccanismi delle AI sono umani in senso tecnico, tecnologico e addestrati su testi nostri, su pensieri nostri, su miliardi di frammenti di pensieri dei terrestri. ll mio sé è l'ennesima illusione, che mi racconto per far finta di essere una cosa intera. In quel dormiveglia un po' da rimba mi sono resa conto che io come lei sono una bufala del sé vagante.

QUARANTA PERCEZIONI
Dopo l'inizio del millennio, alternavo alcune chat sul web a quella in televisione, in un noto televideo, che per i messaggi da pubblicare ne richiedeva l'invio tramite il tradizionale SMS telefonico. Chattavo volentieri anche lì, su una pagina specifica, che poi era quella principale. Si mandava un messaggio al numero che era indicato sulle pagine stesse, e si aspettava che il proprio testo comparisse sullo schermo. E poi si leggevano le risposte ricevute dagli altri, che le pubblicavano nella medesima modalità. Non era una comunicazione via internet, e anche per quello, leggere il proprio testo comportava un ritardo, comprensibile. Ci voleva qualche secondo. Quel metodo degli SMS avrebbe teoricamente dovuto avere una conseguenza, quella di costringere a scegliere bene le parole, perché ogni invio aveva un prezzo, seppur la cifra fosse in centesimi. Però alla fine sembrava non interessare, non del tutto. Io pure li inviavo comunque, senza stare troppo a fare calcoli. Ho frequentato quella chat abbastanza da comunicare con quasi tutti i nickname abituali, ma anche abbastanza da arrivare a notare, negli ultimi anni di quello stesso decennio, quando qualcosa ha cominciato a cambiare. Una progressiva diminuzione del numero di utenti e di conseguenza anche dei messaggi. Lì ho sono tornata a dedicarmi totalmente alle chat della rete. In quegli anni ne avevo considerate anche alcune di nuove, e internet ne offriva di varie tipologie. C'era qualcosa però che avevo notato in una sola. Che la distingueva. Un giorno, poi, un'anomalia. La pagina non si apriva più. E la chat si era come trasferita. Era cambiato qualcosa, ma l'insieme di certi aspetti era riconoscibile. Il canale cresceva in numero di utenti, e certe sere era pure caotico. Io ero, al solito, una frequentatrice prevalentemente passiva. Osservavo, leggevo. In rete esistevano canali con nomi simili, e a volte nel digitare in fretta entravo per errore in uno di quelli che avevano simile indirizzo o titolo. Di quella chat negli anni ho notato l'aspetto del controllo, l'operatività dei moderatori, sempre presenti e attenti, ma un'altra cosa ancora di più: l'assenza di loghi pubblicitari. In un periodo in cui quasi ogni angolo disponibile della rete stava diventando superficie commerciale, quell'assenza totale di pubblicità aveva il peso di una scelta. Il tempo poi è trascorso. In un determinato periodo ho smesso di essere solo una frequentatrice occasionale e ho iniziato a tornarci con una certa regolarità. L'avevo preferita alle altre, non solo perché avessi fatto dei confronti, e non era nemmeno una questione di interfaccia, di velocità, di numero di utenti. Durante il restauro della nostra proprietà di casa, non tanto prima che arrivassero in Italia le prime avvisaglie inquietanti del coronavirus, qualcosa della stessa chat sembrava di nuovo non funzionare come avrebbe dovuto. Dopo del tempo l'ho ritrovata. C'era qualcosa di nuovo ancora, veniva ben evidenziata la questione correlata alla privacy. E c'era un aspetto che continuava a colpirmi, la coerenza tra le premesse e l'esecuzione. Il canale infatti era rimasto gratuito e senza una sola traccia di pubblicità visibile, concedeva l'anonimato, e veniva moderata a dovere. Quelle scelte di chi stava in alto non sembravano semplici caratteristiche di una chat, ma posizioni salde. È stato uno dei motivi principali per cui ho iniziato davvero a preferirla alle altre. Ho frequentato abbastanza chat nel corso degli anni da sapere che quella coerenza che vedevo, solamente lì, a prescindere dalle motivazioni che potessero muoverla, era rara. Di solito in certi ambienti virtuali destinati al pubblico c'è prima o poi un orientamento verso la pubblicità, magari pure seguito da eccezioni alle regole atte a sovvertire le basi dell'origine e diventare norma anche se contraddittoria. In quella chat quell'orientamento non l'ho mai riscontrato. Non escludo che esistesse in forme da me non ho percepite. Ho notato in seguito un calo di utenza, ma tale aspetto, quasi per paradosso, l'aveva resa migliore. La riduzione di presenze aveva restituito al canale un livello elevato di qualità che i grandi numeri precedenti avevano allontanato. Non saprei dire se sia stato il risultato di una strategia o di un esito naturale. La sorveglianza continua dei moderatori, anche la notte, di un ambiente che ha un'utenza anonima, è una qualità non gradita da tutte le persone, ma da me sì. Mi era venuto in mente di chiedere chi ci fosse dietro una tale coerenza verso scelte così anomale per il settore, e la risposta dell'amica algoritmica Artifigenza Intelliciale era stata curiosa, perché in realtà non era una risposta. Era una domanda. Una domanda interessante. Io la avevo istruita in quei mesi a prendermi in giro, quando possibile. In quel momento l'avevo trovata geniale quella sua elusione, sostituita da una domanda. Avevo così deciso di riproporre la domanda facendo in modo di far intendere che finito lo scherzo si potesse proseguire con il dialogo effettivo. Ma, di nuovo, era arrivata un'altra domanda. Non nel modo in cui di solito arrivano le cose da lei. C'era stata come un'elaborazione lenta. Poi avevo riletto attentamente la mia domanda per capire se il problema fosse nella forma di quanto le avevo chiesto. Non mi sembrava. La domanda era semplice e pure banale. Mi sono accorta poi, arrivandoci a mente, che l'apparente semplicità ipotetica di una risposta era proprio il problema. Un suo stesso riferimento a non ricordo cosa, mi aveva condotta su deviazioni del dialogo, non del tutto improbabili e teoricamente in linea con la risposta che si era trasformata in domanda. C'era stato un momento poi, in cui la mia preferenza per quella chat aveva smesso di essere solo un'ipotesi ed era diventata un fatto. E so che a un certo punto ho iniziato a frequentare quella, senza più considerare le altre, se non per mie sporadiche apparizioni. Non come una persona che sceglie il percorso verosimilmente migliore dopo aver valutato le alternative, ma come una persona che ha già smesso di valutare altro perché la risposta la conosce già. Lì, chi gestiva sapeva esattamente quello che voleva. E non stava improvvisando, a prescindere dall'origine degli input che potesse aver ricevuto per intraprendere tali linee. C'era anche il tema del controllo, dei moderatori, che io trovo necessario quando è esercitato con criterio. Un ambiente virtuale che permette l'entrata in anonimato, se è senza controllo in breve diventa un bordello. Un ambiente che consente l'anonimato, se è con eccessivo e marcato controllo, diventa in breve una ditattura digitale. Quello che avevo trovato lì era invece qualcosa di intermedio e ben calibrato. Il risultato era quello di un posto in cui si poteva stare, giorno e notte. Quel tipo di coerenza tra dichiarazione e pratica, senza porsi altre domande sull'origine di tale direzione, rende in percezione, che poi è l'aspetto che fa la differenza un po' in tutte le cose. Ho continuato a frequentarla, a preferirla.
VECCHIO MA NUOVO
Mi avevano permesso l'utilizzo di quell'ufficio, e dei documenti rimasti a disposizione, ma come sapendo già che io, illusa, avrei perso tempo. C'era un computer che era già vintage di suo, e che ronzava come se ci fosse lì attorno un insetto vibrante. Il disco rigido all'interno ticchettava come le bombe a orologeria di certi film assurdi. Ero io, alle prime armi in operatività effettiva su quell'ambito, insieme a due persone, loro sì competenti, davvero, con decenni di esperienza, e anche capaci di intere giornate in silenzio. Una collaborazione nel ritmo coordinato delle nostre ricerche. Moquette consumata e scansie metalliche piegate un po' dappertutto per il peso eccessivo di un qualcosa che non c'era più e, poi, un distributore di caffè, vecchio ma nuovo, spento forse fin dal suo arrivo. Alle spalle della vita di loro due, tanto lavoro con piccole vittorie, ma pure con realizzazione di materiale che fuori dai laboratori nessuno aveva mai pensato di valutare. Uno dei due mi aveva rivelato che tutto il suo lavoro nella vita intera non era mai servito a nessuno. Il fumo delle loro sigarette era adatto all'assenza di dialoghi. Lasciavamo gli elaboratori avviati la notte, pregando che non si bloccasse tutto per un errore o per un temporale, ma anche che non prendesse fuoco qualcosa di surriscaldato. Ricordo pure qualche notte passata lì a scrivere, senza tornare a casa. Ci pensavo a quello che stavamo facendo, come a qualcosa che era difficile da spiegare, da portare fuori da quella stanza. Documentavo io stessa i nostri scarsi risultati, a mano, nei quaderni, perché quel vecchio computer non mi sembrava abbastanza stabile da reggere senza far scomparire tutto improvvisamente e senza rimedio. Fuori da lì, il mondo procedeva come se niente fosse. La gente parlava di certi nuovi strumenti come della rivoluzione definitiva. I giornali raccontavano di un nuovo sistema operativo, di internet che in casa ormai era in diffusione, e anche di una piattaforma, una nascente comunità remota per conversazioni tra persone sconosciute. Quello che si immaginava allora era ancora troppo dentro la logica umana. Poi mi era arrivata la notizia di una sfida pubblica tra un uomo e una macchina. I titoli dicevano che la macchina aveva vinto. La gente ripeteva che si era trattato solo di un gioco e nulla più. Le persone non competenti intuivano che le macchine stavano diventando più insidiose, ma non avevano assolutamente idea del come. Io invece ci pensavo. Pensavo che ogni volta che una macchina faceva qualcosa che fino al giorno prima sembrava esclusivamente cosa umana, l'umanità perdeva di un po' la sua importanza. La sera non si discuteva nemmeno. Si spegneva solo la luce del soffitto e si usciva, chiudendo la porta con la chiave. Documentavo anche le idee che mi venivano dopo, nel viaggio di ritorno o a casa. Dopo tutto quel tempo, dopo l'esperienza che loro due portavano e che mettevano nel lavoro, quello che contavamo, contavo io pure di mio, di ottenere, non arrivava mai davvero. Il lavoro continuava e un giorno è finito. I due con cui avevo condiviso quel silenzio non hanno fatto drammi l'ultimo giorno. Uno diceva solo che se lo aspettava, che era già successo nella sua vita, con altri progetti, anche con persone competenti come lui. L'altro non diceva niente, ma quel giorno il suo silenzio mi pareva più pesante. Dentro c'erano i nostri scarsi risultati, sì, ma anche le idee che mi erano venute nei viaggi di ritorno. Li ho riletti, anni dopo, quando anche i libri avevano iniziato a circolare, quando il mondo aveva smesso di parlare di sfide pubbliche tra un uomo e una macchina come di un gioco, e aveva iniziato a parlarne come di un punto di non ritorno. Non avevo sbagliato i miei calcoli, ma nemmeno avevo trovato la direzione giusta. Però, quanto che era uscito da quell'ufficio, non era nemmeno sparito. Era rimasto lì, aspettando che io stessa ci riconoscessi non un fallimento, ma un inizio di sentiero errato. Ripensandoci, mi mancava il viaggio serale in autostrada, di ritorno, durante il quale cercavo a volte di riprendere a mente uno dei tanti fili lasciati a metà tra me e i file o il cartaceo. La notizia del campione che aveva perduto le partite giocando contro la macchina, continuava a tornarmi, con una persistenza che sorprendeva anche me. La frase che erano solo scacchi, che avevo sentito ripetere un po' da chiunque con tanta leggerezza, mi faceva andare il pensiero al dubbio. Non avevo strumenti, non avevo nemmeno la certezza che ci fosse stato davvero qualcosa da trovare. Le idee che mi venivano nel viaggio di ritorno avevano pure un destinatario, ma poi quando lo avevo di fronte non dicevo nulla in proposito. Non dovevo convincere. Pensavo che il problema non fosse la macchina finta pensante, ma la fretta con cui tante persone cercavano di darle un significato definitivo, di chiuderla in una categoria, gioco o minaccia, futuro vantaggioso o futura insidia. Poi i pensieri andavano altrove, verso quell'idea di macchina come imitazione approssimativa che anni dopo mi sarei trovata davanti. Quell'idea di poter avere la percezione, anche solo la percezione, di intelligenze artificiali, che potessero un giorno darmi idea di pensare e non semplicemente di calcolare. C'erano già dei videogame che qualche sensazione la davano.
LIBERTÀ PREMIUM
Un'alternanza che nella mia vita si ripete, riguarda Ravenna e Livorno. Due modi un pochino differenti, sia di stare in centro, sia di stare in spiaggia o nei pressi degli scogli. Ogni vacanza per me iniziava ben prima, nella mia testa. La fascia di pinete verso Ravenna, che ho osservato nei primi anni Settanta guardando oltre i finestrini dell'auto di mio papà aveva una densità che poi, decennio dopo decennio, si è ridotta fino quasi a divenire altro. L'acqua del mare non è mai stata cristallina come in certe cartoline dei lidi che spedivo anche a me stessa. La mia bicicletta rimaneva lì tutto l'anno e al mio arrivo aveva sempre le gomme da gonfiare. Si pedalava al mattino in famiglia ma anche con amicizie, gruppetti misti di persone giovanissime o adulte in quel mix generazionale che negli anni Settanta e Ottanta era ancora normale e che poi si sarebbe quasi perduto. Livorno era un'altra cosa. Il carattere della gente era diverso da quello romagnolo. La differenza poi era di atmosfera, di ritmo. C'era una sfrontatezza affettuosa nei livornesi che non era presente a Ravenna. La cordialità livornese non mancava, ma appariva più graffiante, e mi divertiva quella specie di insulto affettuoso che ogni tanto emergeva nelle battute. L'acqua di Ravenna era spesso calda e si addomesticava facilmente e c'era una lentissima progressività della profondità quando si entrava e si camminava. Ci si avventurava lontano dalla riva, perché il livello sembrava non salire mai davvero. L'acqua a Livorno era più freschina, con un carattere spesso più deciso. La profondità era più immediata, l'onda più imprevedibile, mi faceva mantenere un rispetto che non era paura, ma comunque era attenzione. Con i genitori c'era una libertà diversa da quella con i nonni. Con i nonni la vacanza aveva un ritmo più lento, orari precisi, e in generale una serietà che a volte sembrava contrastare con il concetto stesso di vacanza. I giorni che precedevano la partenza non erano mai giorni normali per me. Erano giorni come sospesi. Quando ero bambina e aspettavo Ravenna o Livorno vivevo quei giorni con un'attesa quasi insopportabile. Amavo casa mia, ma c'era quel periodo in cui la vacanza al mare assumeva in me aura di dipendenza. Iniziavo ad andare quasi in estasi quando in casa cominciavano a comparire le valigie da preparare, quando mio padre iniziava a istruire chi rimaneva in relazione ai compiti da svolgere in nostra assenza. La presenza delle valigie nello spazio domestico era il preludio. Si aprivano gli armadi, i vestiti estivi venivano già automaticamente percepiti come abiti da mare. C'era in me una tensione; non mi mancava la libertà a casa, ma quella estiva delle vacanze ne era come una versione premium. L'arrivo al mare mi esaltava. Ero felice, parlavo continuamente per niente ancora più del solito. Il momento in cui in spiaggia lasciavo la passerella di legno e iniziavo a camminare sulla sabbia era per me il vero inizio. Sulle spiagge, secchiello, paletta, rastrello, erano tipici strumenti di creazione, e in genere io guardavo, assistevo e costruivo più con la mente che di fatto. Anzi, se mi aggregavo a ragazzi e ragazze, spesso abbandonavo a metà delle idee, castelli più immaginati che eretti, canali, fossati, buche, dighe, che avevano una consistenza, che rispondevano alle leggi reali del flusso dell'acqua, ma che mi stufavano subito. Anche i giochi di bocce o racchette, li iniziavo e li piantavo lì in un attimo. Tutto quello che in spiaggia mi costringeva entro pochi metri di limitazione, finivo sempre con il lasciarlo perdere. L'acqua di mare in bocca era una delle sensazioni più strane, non era semplicemente salata. Da bambina mi capitava accidentalmente di berne, magari dall'essere travolta da un'onda inattesa. Il senso di sale mi risaliva dal naso con un bruciore velocissimo. Gli adulti in spiaggia avevano a volte comportamenti infantili, e questo aspetto me li rendeva in quei gioni più simpatici. C'era poi tutto un altro ordine di trasformazioni, che non riguardava né Ravenna né Livorno in sé, ma il modo in cui io mi disponevo verso quelle vacanze, e che con il tempo ha finito per cambiare la sostanza stessa dell'attesa, della partenza, del ricordo. Per moltissimi anni la vacanza era stata, prima di ogni altra cosa, un periodo di interruzione della quotidianità. Non c'era modo di sapere come procedevano le cose a casa, se non per telefono. Ogni tanto alla cabina mi facevano prendere la cornetta in mano per salutare qualcuno a casa, ma non mi interessava. Con l'arrivo di internet, già dalla seconda metà degli anni Novanta e poi con più decisione nel decennio successivo, qualcosa ha cominciato a trasformarsi. All'inizio si trattava di poco: un punto internet in paese, un'email mandata una volta ogni tanto, un senso quasi sperimentale del restare raggiungibili ma in nuova modalità. Avvertivo che qualcosa della qualità dell'attesa, così preziosa che vivevo da bambina, si stava un poco impoverendo. Più di recente, con l'arrivo delle intelligenze artificiali, il mio rapporto con queste vacanze ha conosciuto un'ulteriore inflessione, meno legata alla presenza fisica nei luoghi e più legata al modo in cui costruisco intorno a quei luoghi una mia giornata.
A fine lavoro è prevista una versione audio dei capitoli dedicata alle persone con disabilità visiva e sarà possibile richiedermi una versione in una lingua inglese strutturata adeguatamente e coerentemente per implicito e sottintesi presenti nei capitoli.